venerdì 6 dicembre 2013

c.p.c.v.l.p.v. / 1

martedì 3 dicembre 2013

la consapevolezza della finitezza

queste cose le ho già scritte, almeno io.
c'è sempre un momento preciso.
un momento in cui scopri la letteratura (per me, come per milioni di brufolosi, fu l'inaspettato incontro con Raskolnikov), un momento in cui scopri che c'è qualcuno che ha bisogno di te, proprio di te (di solito è un fantolino), un momento in cui scopri il dolore, un momento in cui scopri che il dolore non finisce e non ha limiti, un momento - adesso ci vuole una bella risata - in cui scopri la tua donna a letto con un altro.

e poi c'è il momento in cui ti rendi conto non solo del terribile fatto (qualcuno te l'aveva detto e tu non gli avevi creduto) che non diventerai un astronauta, né un agente segreto, né il presidente del mondo, né una famosa rockstar, né un famoso regista di film porno, né un atleta olimpico, ma soprattutto che le cose più grandi di te non sono il cielo e le montagne. non sono le stelle e l'universo. quelli sono lì per un altro scopo, che è quello di farti capire che sono lì per un altro scopo, en abyme, come gli specchi che riflettono specchi (gli specchi che riflettono specchi sono come pensare al senso dell'esistere, dal momento che non esiste alcun senso dell'esistere che non sia il pensare al senso dell'esistere). e, quindi, ti rendi conto che le cose più grandi di te sono cose semplici, cose di tutti i giorni, cose che fanno tutti, cose alla portata di tutti.
la grande scoperta (prima un gravame sulla schiena, poi un caro amico), è la consapevolezza che queste cose semplici, alla portata di tutti, che tutti maneggiano con estrema disinvoltura, per te sono inarrivabili, incomprensibili, inafferrabili.

per me il momento preciso in cui ho capito tutto questo è stato quando l'insegnante di matematica una bella mattina d'inverno si è presentata in classe, si è seduta, ha fatto l'appello di rito, si è alzata, è andata alla lavagna e ha scritto questo:

y = (f)x


lì, è finito tutto.

venerdì 25 ottobre 2013

Flight

Un altro uomo gravato dal pesante fardello. Un castello di menzogne. Si sgraverà e poi, mondato, ritroverà una vita felice e pura? Oppure continuerà a perdersi?
L'angoscia, quasi insostenibile, che proviamo quando vediamo L'avversario, capolavoro di Nicole Garcia, qui è solo speranza che non ci sia propinato, come piatto forte, il solito polpettone. E, come sempre, si resta delusi.
Robert Zemeckis, per chi non coltiva il vezzo di storcere il naso davanti a fischiebbotti (che sono cinema da quando esiste il cinema), è un grande regista.
Grande, ma stavolta non abbastanza.
Un pilota di lungo corso, alcolizzato, deve affrontare un atterraggio di emergenza: l'aereo è un baraccone coi motori rotti. Salva 96 persone. Muoiono due hostess e quattro passeggeri. In ospedale, mentre è ancora malandato, gli fanno un prelievo del sangue. La notte prima dell'incidente e la mattina stessa aveva bevuto parecchio e sniffato coca. Si teme che il terribile ente americano per la sicurezza sui trasporti aerei (NTSB, là hanno la passione per le sigle, come i russi per i soprannomi) scopra la magagna e lo sbatta in galera per mille anni. Un amico ex pilota gli procura un avvocato molto abile, un altro la coca. In ospedale conosce una tossica; vanno a vivere insieme, ma lui, preoccupato, non smette di bere.
Il nostro spera di sfangarla in tutti i modi, poi la coscienza prende il sopravvento (il pretesto è il viso della bella hostess, amante e compagna di bagordi, purtroppo defunta nell'incidente) e lui vuota clamorosamente il sacco.
Per tutto il film ho sperato che gli andasse liscia. Che restasse un ubriacone e che non pagasse per il suo brutto vizio (tra l'altro, errore non vi è stato: è incontroverso che nessun pilota avrebbe fatto meglio di lui).
Non avrei dovuto sperare, non in Zemeckis. E non in un Zemeckis che sparge insopportabili vapori di incenso e odor di sagrestia per tutto il film.
E allora, viva il capitano Queeg, se dobbiamo parlare di pistolotti, viva l'Ammutinamento del Caine, capolavoro di Edward Dmytryk, uno che un po' ondivago lo fu anche lui, ai tempi del famigerato Comitato, ma almeno lasciava al suo capitano la solitudine, la malattia, una meritata immortalità, e a noi tutti i nostri fantasmi.

martedì 1 ottobre 2013

wreck on ice, peach*

post - post - qualcosa come modernismo

le recenti vicissitudini dei rigatoni per culattoni(1) mi hanno indotto a smettere di preoccuparmi e amare la bomba (2)

il nuovo Zing lava più bianco e protegge i tuoi capi delicati, anche a 60 gradi.
una fila di aaaaaaaa, poi di oooooo
una fila di vocali, poi di consonanti

la coincidenza degli estremi. il lavoro di pynchon (3)  dietro ogni parola. parole messe a caso, lettere messe a caso.

il più grande lavoro simile a nessun lavoro.

da domani mi inventerò una nuova professione, una professione molto sottile: il leccatore di liquori (4)

- mi ha detto che vuole una pausa di riflessione
- per me ti vuole mollare. probabilmente ha un altro
- anche per me

sperma (5)

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note (a cura di Paolo Boschivo Modesti)

* Il titolo è evidentemente un gioco di parole, un poco raffazzonato, che cerca di prendere in giro i programmi di videoscrittura a riconoscimento vocale. I primi software messi in commercio negli anni '90 del ventesimo secolo non riuscivano, fatto beffardo, a riconoscere correttamente la frase "recognize speech" ove fosse stata pronunziata in modo rapido (colloquiale) e senza attenzione alla pronunzia della g e della z, come poteva accadere a un americano medio di non elevata istruzione. Di qui, gli errori quali quello del titolo o altri simili (wreck a nice beach, ecc.).


1. Il riferimento è al famoso "caso Barilla", occorso alla fine di settembre del 2013, quando il più famoso produttore di pasta e biscotti e merendine italiano, Guido Barilla, patron, come si dice, della storica maison, ebbe a dichiarare in un'improvvida intervista radiofonica durante un programma di basso profilo allora molto seguito (La Zanzara),  che non avrebbe mai fatto pubblicità alle famiglie gay. Alla domanda "Perché non fate una bella pubblicità con famiglie gay?". La replica di Barilla fu: "Noi abbiamo un concetto differente rispetto alla famiglia gay. Per noi il concetto di famiglia sacrale rimane un valore fondamentale dell'azienda". Ma la pasta la mangiano anche i gay, osservarono i conduttori. E l'imprenditore: "Va bene, se a loro piace la nostra pasta e la nostra comunicazione la mangiano, altrimenti mangeranno un'altra pasta. Uno non può piacere sempre a tutti". La dichiarazione scatenò un vero e proprio putiferio: per primo tuonò il cantante e candidato al Nobel per la letteratura 2013 Roberto Vecchioni, artista da sempre vicino ai diritti dei più deboli, come le donne e gli omosessuali, il quale definì Barilla "un povero cretino". Seguì il Nobel per la letteratura Dario Fo, che con maggiore temperanza invitò il Barilla a "rappresentare tutte le famiglie". In parlamento si sfiorò la rissa quando un deputato del partito Lega Nord espose un finocchio sul banco. Si moltiplicarono pacchi di pasta Barilla buttati per strada. I pastifici concorrenti colsero l'occasione per dichiarare che la loro pasta era buona anche per i gay. Da più parti si cominciò a esortare al boicottaggio. Il caso ebbe eco internazionale: la cantante Cher disse laconicamente: "he's crazy". Sui social network (Facebook e Twitter) impazzarono gli insulti più beceri, di vip come di gente comune, all'imprenditore, il quale, scosso da un tale caos, fu costretto a fare pubblica ammenda, chiedendo scusa agli italiani, ai gay e ai propri dipendenti e promettendo uno spot con protagonisti omosessuali. 
La parola "culattoni" è un milanesismo, come tale caro all'A., molto legato alla sua città e alle sue tradizioni.

2. La citazione, alquanto banale, è dal film di Stanley Kubrick del 1964 distribuito in italia con il titolo "Il Dottor Stranamore", il cui titolo originale è "Dr. Strangelove or: How I learned to stop worrying and love the bomb", tratto, assai liberamente, dal romanzo Red Alert (Allarme Rosso) di Peter George, 1958.

3. Thomas Pynchon, scrittore statunitense, considerato, insieme con J.D. Salinger, uno dei grandi maestri della letteratura americana e in particolare del postmodernismo, nonché padre nobile della seconda onda della nuova letteratura americana (Wallace, Eggers, DeLillo, Ellis, Franzen), celebre, tra l'altro, per la sua fantasmaticità, non essendo mai apparso in pubblico, né in video, né in fotografia se non da adolescente. La minuscola per il nome di Pynchon sta ad indicare, a mio avviso, la scarsa considerazione dell'A. per lo scrittore (ipotesi che ritengo confermata dalla maiuscola usata invece per il nome del detersivo, qualche rigo sopra).

4. Il riferimento è a un gioco di parole esistente solo in inglese: liquor licker si pronunciano allo stesso modo. Nel film di Robert Altman " Radio America" (2006,  in originale "A  Prairie Home Companion" ) l'attore e sceneggiatore Garrison Keillor, fondatore e conduttore dello spettacolo radiofonico omonimo, in onda negli Stati Uniti dal 1974, al quale il film fa omaggio, richiama la battuta nella sua  "The Bad Joke Song": "I asked what she came in there for; she said 'Liquor!' an' I did lick 'er.  An' I don't work there anymore". 


5. Pare che lo sperma fosse un'ossessione dell'A.

domenica 29 settembre 2013

sì, sono un handicappato / 2

l'altro giorno la mia ex moglie ha messo il suo non leggero piede sui miei occhiali, i quali occhiali erano per terra in quanto a me piace dormire per terra, cioè sdraiato sul pavimento, e quando sto per addormentarmi, visto che la cosa che desidero di più al mondo, quando ho sonno, è riuscire ad addormentarmi, non è che sul più bello mi alzo e metto gli occhiali in un luogo sicuro così che non possano essere pestati, con l'ovvio rischio, che poi è la certezza, che non riuscirò a prendere sonno.
il bello è che l'avevo avvertita, la ex moglie, del fatto che avrei messo gli occhiali di fianco a me, per terra. ma non c'è stato, purtroppo, niente da fare.
il piede, evidentemente guidato da forze oscure, si è posato con tutta la giabatta sulla montatura, ha svelto la vitina che tratteneva la lente, la lente è schizzata fuori procurandosi una bella scalfittura, la montatura si è squadernata sviluppandosi in una forma repellente e la vitina non è più tornata al suo posto, in quanto, come poi si è scoperto, si era deformato anche il filetto.
ed ecco che mi sono trovato senza occhiali.
a questo punto ritengo opportuno dire che io porto gli occhiali da quando avevo sei anni, cioè dal primo giorno di scuola. quindi concludo che porto gli occhiali da 40 anni tondi tondi, appena compiuti.
non è stata, questa che sto raccontando, l'unica volta che mi sono trovato senza occhiali. è successo altre volte. la cosa diversa, che poi è il motivo per cui ne scrivo, è che stavolta per la prima volta mi sono reso conto che sono un disabile.
sì, perché mi sono reso conto che senza occhiali non posso fare nulla di quello che normalmente faccio durante la giornata. guardare la tv, leggere, scrivere, lavorare o cazzeggiare al computer, guidare, fare la spesa, tutto.
cioè, praticamente, se non avessi gli occhiali sarei costretto a stare a letto e sentire la radio, oppure a svolgere una professione in cui se ci vedi poco, poco importa, come, che so, il sempre citato scaricatore di porto, o il modello, che più o meno sono la stessa cosa.
sono un disabile. certo c'è chi sta peggio. ma non è questo il punto.
il punto è che credo che i difetti della vista siano la patologia più frequente nella popolazione mondiale.
e questa è una cosa che dà da pensare.
il giorno dopo sono andato, a piedi, da un ottico, il quale nel tempo di un'oretta ha sistemato tutto e mi ha ridato la mia vita.
appena tornato a casa ho lavorato, ho giocato a gta V, ho lavato i piatti, ho apparecchiato la tavola e ho scaldato le pietanze.
dopo il pasto, ho messo a parte la mia ex moglie di codeste mie riflessioni sulla disabilità.
lei ha fatto mostra di comprendermi, poi come sempre si è sentita in dovere di fornire un suo contributo personalissimo alla questione, per non sembrare meno invalida o meno derelitta dell'interlocutore, e quindi ha soggiunto che lei senza occhiali più che vederci male ci sente male, cosa che il suo parrucchiere ha capito che non è molto tempo, essendosi accorto che mentre le pratica l'acconciatura e, come è consuetudine, le parla, ella non gli risponde, essendo appunto senza occhiali.



mercoledì 18 settembre 2013

della comparsa della musica

ogni volta che scrivo su un argomento che non sia il tennis o i Beatles vengo aggredito da un sentimento di insopportabile inadeguatezza. tale sentimento, una morsa intorno al collo, mi accompagna peraltro in ogni istante della mia vita, e mi lascia respirare troppo poco perché possa pensare di affrontare in modo degno temi qualsivoglia.

nell'asfissia, nell'afasia che mi costringe, tento di approcciare una nuvola.

prima ero su youtube e ascoltavo alcune isolated tracks di alcune canzoni dei Beatles e mi è successo di pensare che anche se ho letto quasi tutto quello che è possibile leggere, anche se so come e quando quella data canzone fu composta, quanti take ci vollero, quante sessioni, a quale ora cominciò la registrazione, quanto durò, come venne mixata, chi era l’ingegnere ad Abbey Road quel giorno, chi suonava cosa, anche se so tutte queste cose, non so come stava il cantante, cosa aveva bevuto, cosa aveva mangiato, non so che tempo faceva fuori, se piovve prima o dopo o durante, non so se telefonò qualcuno, se ci furono discussioni, non so come si sentiva, se era triste, se era allegro, non so come si sentiva, non so che cosa provava, che cosa significava per lui registrare quel giorno quella canzone, se era soddisfatto, se non lo era, se non ci pensava nemmeno e aveva la testa tra le nuvole, non so nulla di tutto questo.
mentre è questo quello che conta, come ti senti in un dato momento.
perché io lo so come mi sentivo quando sentii per la prima volta I want to hold your hand (e la cosa stupefacente di questa canzone è che quasi tutti si ricordano dov'erano e cosa facevano quando la ascoltarono la prima volta, come quando si partecipa a una catastrofe, perché I want to hold your hand è un pezzo che contiene in sé qualcosa di trascendentale, di ineffabile, non catturabile, non è solo l’eterodossia del si maggiore dopo il mi, c’è qualcos'altro - ed è di questo che sto parlando - una canzone che non è nemmeno facilmente cantabile, sono più cantabili di sicuro le simpatiche e massoniche arie di Papageno, e a questo proposito mi preme assolutamente dire che qualunque pezzo di Giovanni Allevi è più bello di qualunque cosa scritta da  Schöenberg, o da Stockhausen, o da Berio, o da Nono, o da Boulez, perché sono per la fondazione di un nuovo futurismo), so come mi sentivo quando sentii Sade che cantava It’s paradise, so come mi sentivo.
questa, come tutti sanno, è la caratteristica straordinaria delle opere d’arte (anche di quelle brutte, purtroppo), che ci sono milioni di persone che associano un’emozione a un momento della loro vita, quando di quella opera d’arte hanno fruito, mentre l’artista no. ogni giorno milioni di persone si cambiano sms e mail e faccine e con esse testi di canzoni, video di canzoni, musica di canzoni. ogni minuto le vite di milioni di persone sono trascinate, guidate, salvate, forse distrutte dall'opera d’arte.

ho la tosse. mi si chiude il naso.

la cosa meravigliosa e allo stesso tempo spaventosa dell’arte è il sentimento di proprietà che instilla nell'animo di ognuno.
sì, è la vecchia storia dell’opera d’arte che appena nata si stacca dal suo autore e vive di vita propria. vecchia ma non per questo meno vera.
le opere d’arte appartengono alle persone, non agli autori. l’opera d’arte è schiava, schiava di tutti, ognuno ha la sua, ognuno possiede la canzone, la possiede e ne è proprietario. non si sente come proprio nulla come si sente la proprietà e il possesso dell’opera d’arte.
il diritto distingue l’una e l’altra cosa, il sentimento no. come il bambino, non fa differenze.
sento la proprietà di un comodino perché l’ho comperato, ho speso del denaro e me lo sono portato a casa, me lo guardo e me lo lustro. ma è un sentimento di appartenenza che deriva da un fatto barbaro, ovvero dalla corresponsione di un prezzo verso la consegna di un bene, ciò che è la cosiddetta causa del contratto, lo schema negoziale astratto sussunto dall'ordinamento positivo come meritevole di tutela. che è cosa diversa dal sentire. infatti il comodino non è mio per sempre. può rompersi, posso venderlo, posso donarlo per spirito di liberalità, posso permutarlo. al momento del mio distacco da esso, potrò forse avere qualche piccolo rimpianto, forse una piccola, tiepida lacrima potrà solcare la mia guancia, ma una volta che se n’è andato, se n’è andato.
invece l’opera no. non mi abbandona mai. è mia per sempre. il legame sentimentale che ho con essa potrà subire qualche affievolimento, come tutti i legami, ma l’opera, la mia opera, morirà con me. quando sarò sdraiato nel mio letto di dolore mi torneranno nelle orecchie quelle note, negli occhi quelle immagini.  

mi manca l’aria.

alcuni hanno congetturato, e poi approfondito, il legame tra matematica e musica.
matematica nella musica. matematica della musica.
ma tutto è matematica. sono matematica le onde del mare, matematica il giorno e la notte, matematica le foglie.
c’è tuttavia qualcosa che la matematica non riesce a carpire. ed è, appunto, il mistero generato da una sequenza di note.
una sequenza di numeri può provocare stupefazione, può meravigliare o stordire la verifica puntuale di una regola. ma la scoperta di una legge universale è per gli scienziati. il successo di una vita di ricerche, di ampolle e di infinite notti a provare combinazioni. è, certamente sì, anch'esso brivido lungo la schiena. ma è altra cosa.
è altra cosa rispetto al mistero contenuto nel si bemolle, e alla differenza tra esso e il re. e alla infinita serie di variazioni sullo stesso re, ognuna delle quali ha un suo sapore, un suo colore. e la domanda è: perché un’armonia in tono minore che si chiude in maggiore ispira ottimismo e compiutezza, mentre un finale in minore ci colma di melanconia?
io non ho studiato antropologia. ho studiato solo qualche libro di diritto. io non so come avrebbe reagito un abitante di un villaggio del centrafrica nel 1824 ascoltando l’ultimo movimento della nona. se si sarebbe messo le mani sulle orecchie. davvero la voce di Caruso che squarciava fiumi e alberi dal grammofono di Fitzcarraldo era sentita dagli indios come da lui?

poco sangue, poco ossigeno ancora.

non è affare mio, l’argomento. che ne so io, del movimento armonico? di che cosa sto parlando? non so nemmeno leggere il pentagramma e sputo a destra e a manca sulle barbe di grandi uomini. io non sono Galileo. sono nella caverna, ed è già tanto se riesco a trovare qualcosa da mangiare.

le braccia mi si allungano lungo il corpo. vado a scrivere una comparsa conclusionale.

giovedì 5 settembre 2013

richard gasquet

richard gasquet mi ha tolto il fiato.
ha battuto david ferrer, il piccolo nadal, al quinto giocando un tennis magnifico, un tennis che non si vede mai.

più ancora del numero impressionante di rovesci lungolinea vincenti così perfetti da lasciare a bocca aperta, voglio ricordare una volée bassa incrociata stretta di rovescio che è la cosa più bella che ho visto su un campo da tennis in un match maschile negli ultimi cinque anni.

e quindi, anche se sabato perderà in semifinale con la merda con il punteggio (vediamo di quanto sbaglio) di 7/6 6/4 6/3, lo ringrazierò per tutta la vita solo per quello.

chapeau.



martedì 27 agosto 2013

problema

premessa:
io ho due amici, D e U.

fatti:
1. D pensa che U sia culattone
2. U pensa che D sia culattone
3. U pensa che D lo odii
4. D pensa che U lo odii.

ora, sapendo che:
- U non odia D e D non odia U, anzi ognuno di essi vuole veramente bene all'altro
- né D né U sono culattoni
- né D né U sono pazzi o paranoici o soffrono di complessi di persecuzione o altre patologie della psiche, anzi sono ragazzi lucidi e molto intelligenti;

spiegare il perché, cioè la motivazione, dei pensieri da 1 a 4.

ipotesi:
a. D e U odiano me
b. D e U odiano i culattoni
c. D e U odiano i culattoni e anche me
d. io odio D e U
e. il culattone sono io

lunedì 26 agosto 2013

che carambola, ragazzi!

e così è stato, che la pallina ha preso prima lo spigolo, che il P. Bio l'aveva tirata non so come, di diritto o di rovescio o con quella specie di colpo che fa lui, che io odio e non riesco a correggerlo, che lo chiamo il colpo del vigile urbano, perché mette la racchetta in verticale, col piatto perpendicolare al tavolo, e colpisce così, e quando fa così adesso per scherzare dice vigilantes, per prendermi anche un po' in giro, che dice che non riesce a farne a meno, di quel colpo, anche se gli ho spiegato in mille salse che non serve a niente, soprattutto se la palla è bassa, infatti la manda regolarmente in rete con il colpo del vigile o vigilantes, e nonostante tutto insiste, secondo me un po' gli piace di non correggersi, di giocare a modo suo, anche se senza profitto in termini di punteggio o di considerazione estetica sussunta nella dimensione delle teorie comunemente accettate per la disciplina, anche se non giochiamo quasi mai a punti, ma solo a palleggi, che a lui sfugge un po' il senso di questa cosa dei palleggi, infatti ogni tanto mi piazza quel suo diritto incrociato, che è il suo colpo preferito, tirato come si conviene da destra a sinistra, e la palla schizza imprendibile tutta alla mia destra, stretta, e io non arrivo mai a prenderla nonostante qualsiasi guizzo, ogni tanto piazza il suo dirittone incrociato vincente, come se giocasse al wii, a grand slam tennis, dove vince sempre, ma ormai ha capito bene che vincere alla wii non è come giocare dal vivo, è tutta un'altra storia, a partire dall'oggetto che si impugna, alla reazione dell'oggetto al contatto con la palla, che è vera, reale, ha una consistenza materiale, un peso, e tre, credo, dimensioni palpabili, senza dimenticare che c'è il terreno, ci sono i tuoi piedi sul terreno, e tutto il resto del tuo corpo, che al wii interessa poco, mentre nel mondo non wii diciamo ha una sua dignità, una sua rispettabilità, per esempio l'importanza dei polpastrelli, delle falangi, dei metatarsi, delle spalle, delle ginocchia, e dunque ecco a lui sfugge il senso del palleggio, come se mancasse un fine a ciò che fa, e infatti in qualche modo manca, nel senso che non c'è competizione, non c'è gara, solo il piacere di scambiarsi la pallina uno con l'altro, che per me è una cosa piacevolissima, più ancora della partita, quando uno è nervoso e sbaglia palle facili, invece a palleggi si gioca per il puro divertimento, anzi il divertimento sta proprio nel provare a fare scambi i più lunghi possibili, cosa che ogni tanto gli piace, al P. Bio, anche se non capisco se quando dice hai visto che scambio lo fa perché ne è veramente convinto oppure vuole compiacere me, che insisto con la teoria dello scambio lungo, mentre lui si compiace di più, magari, con un bel vincente, forse anche un po' gli piace di fare il ribelle e non seguire le scrupolose indicazioni paterne, al contrario, ecco, della mia nonna Lucilla, che una volta ero a casa sua e stavo guardando un match del roland garros, quando i diritti dell'eurovisione ce li aveva la rai, e trasmetteva il RG dalla prima all'ultima giornata, e quelli erano tempi, me lo godevo tutto, ma a casa mia di solito, tranne quella volta a casa di federico a pavia, che vidi il RG del 1989 quando uno sconosciuto americano di origine cinese, piccolo ma cattivo, battè al secondo turno uno sconosciuto giovane americano di origine greca di cui dicevano un gran bene, lo battè tranquillamente in tre facili set, e poi vinse pure il torneo, una delle più grosse sorprese dello sport di tutti i tempi, e pensare che la finale femminile dello stesso torneo di quell'anno riservò una sorpresa ancora più grande, poi l'americano di origini greche l'anno dopo vinse lo us open, stracciando in finale in tre set un'altra giovane speranza americana, questa volta di origini iraniane, che però, nonostante la bruciante sconfitta, due anni dopo vinse wimbledon, battendo in finale un croato, che avrebbe poi perso a wimbledon altre due finali, anche lui contro il greco, ma sarebbe riuscito a vincere il torneo, i campionati, come li chiamano gli inglesi, tanti anni dopo, quando era ormai sul viale del tramonto, entrato in tabellone grazie a una wild card, una vittoria commovente e meravigliosa, e una delle più grosse sorprese dello sport di tutti i tempi, come la vittoria della danimarca agli europei di calcio del 1992, questa la sanno tutti, quella dei danesi che erano al mare e vennero chiamati al posto della jugoplastica, nonostante, anche qui si può discutere, che la danimarca del 1992 era per me meno forte di quella dei mondiali del 1986, perché io se penso ai mondiali del 1986 penso a due squadre, alla danimarca e all'unione sovietica, che giocavano divinamente, avevano giocatori sublimi, per esempio morten olsen, un dio, arnesen, laudrup e elkjaer da una parte, demianenko, dasaev, belanov e il mio idolo assoluto jakovenko dall'altra, che roba l'unione sovietica, unione sovietica, due parole pesanti come una montagna, e quella scritta, quelle quattro lettere che era come vedere un altro pianeta, un pianeta immenso, lontanissimo e sconosciuto, come pensare a uno che porta sulle spalle uno zaino talmente colmo che sarebbe potuto scoppiare e riempire il mondo di cose mai viste, mi viene in mente la mitica klm dell'hockey, krutov, larionov e makarov, che saettavano sul campo e giocavano talmente forte che non vedevi mai il disco, e tranne quell'altra volta appunto di cui sto parlando ora, cioè a casa della nonna, anni prima della volta di pavia, e stava giocando vitas gerulaitis, americano ma anche un po' lituano, che io vidi giocare anche dal vivo, e la cosa che mi faceva impazzire di più del grande vitas era quando, a ogni singolo servizio, come fece per tutti i servizi della sua carriera professionistica, nel momento in cui palleggiava a terra con la mano prima di servire, si voltava indietro a sinistra, faceva tre palleggi e tre volte si voltava, una volta per ogni palleggio, come se avesse paura che qualcuno gli portasse via la pallina prima di servire, era una cosa incredibile, e in quella occasione mi ricordo, pur essendo il RG, quindi superficie lenta, e racchette di legno, quindi scambi prolungati, mi ricordo che ci fu uno scambio più corto, tipo due o tre tiri in tutto, e mia nonna si levò a criticare come solo lei sapeva colui che aveva giocato il vincente, colpevole, secondo lei, di non aver prolungato lo scambio, dato che per lei il tennis era appunto il donarsi reciprocamente la pallina, ciò che mi porta a dire che istintivamente la nonna aveva capito qualcosa anche lei; ha preso prima lo spigolo del lato est, ha subìto la inevitabile accelerazione dovuta appunto alla collisione con lo spigolo, ed è saltata sullo schienale della sedia di plastica verde, una di quelle sedie da giardino da spendere poco, quelle con le fessure o i buchi sulla seduta, che ho scoperto alla mia veneranda età, proprio una settimana fa, che i buchi e le fessure servono a far sgocciolare l'acqua quando piove, già, perché si presume che uno le sedie da giardino le tenga, per l'appunto, in giardino ovvero all'aria aperta, e quindi esposte alle varie precipitazioni meteoriche, una cosa che sanno anche i sassi io l'ho scoperta a 46 anni, l'ho scoperta che ero all'ikea e ho visto una sedia di plastica veramente orrenda, che aveva un buco bello rotondo alla base della seduta, diciamo quasi in corrispondenza dello schienale e ho esclamato ma guarda un po' ma che senso ha quel buco e a quel punto la mamma del P. Bio, che ci aveva chiesto di accompagnarla là perché doveva acquistare delle luci colorate da mettere sul terrazzo che poi non ha trovato e si è dovuta accontentare di un cucchiaio di legno e di una manciata di bulbi per tulipani, ha detto il buco serve per far defluire le acque, ed è stata l'ennesima scoperta, chissà quante altre cose non so, a parte le stelle, che non ne so niente, anche se le guardo e le ammiro e le amo e le stimo, non ne so niente di loro, così vedi che anche la visita all'ikea più insignificante può risultare costruttiva e arricchente, come forse può essere arricchente e istruttivo leggere i libri di raffaele morelli o di david icke, secondo la teoria per la quale tutti possono insegnare qualcosa, come a dire una sorta di ideologia punk del pensare, come dire tutti possono scrivere, eh sì, appunto, proprio così, non ci avevo pensato, tutti possono cucinare, come predicava il compianto chef gusteau; è balzata sulla punta dello schienale della sedia di plastica verde che stava di fianco al tavolo, precisamente alla destra del tavolo, per quanto mi riguardava, anche se a voler essere precisi non si tratta propriamente di uno schienale, perché sono sedie a stampo, escono stampate in fabbrica intiere, c'è una macchina che le stampa, come le bottiglie della coca cola, quelle in pet, sono stampi che sembrano dei dildo di plastica, finiscono dentro una macchina che ci soffia dentro l'aria calda ed escono con la forma della bottiglia che ben conosciamo, lo so perché l'ho visto con i miei occhi, quando sono stato alla fabbrica della coca cola, ben due volte, l'ultima delle quali con il P. Bio, e dunque non è proprio uno schienale, diciamo che è la parte posteriore e superiore della sedia, se mettessimo un dito in corrispondenza del punto più basso di una delle gambe anteriori e gli facessimo seguire la forma della sedia, il dito non si staccherebbe mai da essa, percorrerebbe una linea retta verticale risalendo lungo  la gamba, per usare un'espressione alla bertrand morane, poi un leggero declivio che disegna la seduta, prestando attenzione a non incappare nelle famose fessurazioni, e poi una seconda risalita, al culmine della quale sarebbe costretto a  ricopiare un largo arco e ricadere poi dall'altra parte; ecco, proprio sulla chiave d'arco è saltellata la pallina, e in una frazione di secondo è ricaduta sul mio campo, ma, ed è qui la cosa bella, ha colpito lo spigolo del lato sud, e io che non ero riuscito nemmeno a muovermi per abbozzare un tentativo di tiro, me la sono ritrovata, al termine di una traiettoria iperbolica, che mi rimbalzava sulla racchetta, tutta felice e contenta delle sue peripezie, e allora ho subito pensato che questo impensabile viaggio, più ancora di gardaland, dello space vertigo, del mammut, dell'austria, di innsbruck, del tetto d'oro e della via maria teresa, dei musei, delle insegne in ferro battuto, del grostl, di salisburgo, del museo swarovski, dell'alpbachtal, dell'achensee, dell'hintersteinersee, della fortezza, del crowne plaza, del maximilian, del central, dei palazzi e delle chiese, meritasse senz'altro un post.

domenica 18 agosto 2013

il formidabile rafa

il brutto esiste, lo sappiamo e lo vediamo tutti i giorni.

ma nello sport si vede meno. o si dovrebbe veder meno, ove esistesse una dimensione del dover essere. 
di solito uno che corre piano non vince una gara di corsa, e mi perdoni Zenone.
così come uno che non sa guidare non vince il mondiale di formula uno. 
anche nelle olimpiadi degli handicappati vince l'handicappato più bravo.

invece succede che uno che non sa giocare a tennis si candida a diventare il più grande tennista di tutti i tempi.

sto parlando del grande rafael nadal, rafa per gli amici, già numero uno del mondo.

il quale, con ogni evidenza, non sa giocare a tennis. basta guardarlo.
basta guardare come impugna la racchetta e si capisce subito tutto. 

il tennis e nadal sono due entità distinte e separatissime. non hanno nulla a che vedere l'uno con l'altro.

è un buzzurro, nadal, un orrendo buzzurro, e il tennis non lo merita.
gli sfugge completamente il senso profondo del gioco, ovvero l'ineffabile bellezza dell'incontro tra un'incordatura e una pallina, due oggetti che sono fatti per stare insieme, lasciarsi e tornare insieme, come due veri amanti. e il tennis è esattamente e squisitamente il privilegio di concedere a questi due amanti la possibilità di accarezzarsi, toccarsi, baciarsi.

il tennis non ha niente a che vedere con la forza fisica, con la violenza. ha a che vedere con la delicatezza, con la sensibilità, con la grazia. è uno sport mentale, non fisico. è una partita a scacchi mentre si fa l'amore. ovvero, fare l'amore scambiandosi a turno tenerezze attraverso una pallina.
il tennis, come la scherma, è uno sport per gentiluomini, non per taglialegna.
è la capacità di far godere la palla, non di umiliarla, e di godere insieme con la palla.
come in molti altri sport, la bravura di un giocatore di tennis sta nel far godere chi guarda così come chi gioca, e di far provare allo spettatore lo stesso brivido. quello che deve succedere, perché il tennis penetri profondamente nelle corde di chi guarda, è sentire, in quelle stesse corde, il tocco delle corde del piatto come fossero le dita di una mano. percepire la stessa onda. la racchetta è decisamente una metafora. metafora sublime, perché sostituire una mano con un'incordatura e un bacio con una palla rende non facile l'esercizio del trasferimento delle emozioni. ci vuole una certa classe.

per nadal invece il tennis è lo stupro della pallina, è il primato del muscolo e della rabbia, come un match a braccio di ferro. nadal è il silvester stallone del tennis. infatti fa le stesse facce che possiamo ammirare in quel capolavoro che è Over the top, film che sono certo egli amerà moltissimo.
nadal è il trionfo della palestra sulla tecnica. egli è l'assassino del tennis.
anche Borg, che fu il primo, si allenava moltissimo, ma vinse 5 Wimbledon seguendo il servizio a rete, cosa che nadal non ha mai fatto in tutta la sua vita. 

egli è concentratissimo dal primo all'ultimo punto. per lui non fa differenza rispondere sul 40-0 o servire sullo 0-40. non sorride mai, e non è mai sportivo. l'ultimo titolo al Roland Garros l'ha rubato grazie a un fallo di campo di Djokovic, drogato dall'eccessivo agonismo di quell'altro. mi ricordo un match a Wimbledon di tanti anni fa  in cui Vijay Amritraj, splendido tennista, fu scavalcato a rete dal pallonetto del suo avversario al termine di uno scambio delizioso e durissimo, e mentre la palla lo sorvolava disse, sorridendo: "it's yours". ecco, questo è il tennis.

io nadal non ce la faccio a guardarlo nemmeno un minuto. dopo pochi secondi mi viene da vomitare e cambio canale.
odio la sua faccia, le sue smorfie, i suoi vestiti, la sua grinta, il suo corpo, il suo disgustoso sudare.
odio il suo diritto e il suo rovescio (egli, ovviamente, non conosce l'esistenza della volée).
odio come si muove, come corre, come saltella, come si sistema le brache, odio vederlo al cambio di campo, e figuriamoci se ho mai resistito a vederlo innalzare uno qualsiasi dei suoi innumerevoli trofei.

lo odio talmente tanto che non riesco nemmeno a gioire di vederlo perdere, tanto mi è disgustosa la sua immagine. perfino quando perse la semifinale contro Tsonga all'Australian Open del 2008 non riuscii a sopportarlo che per un'oretta. anche se era bello vederlo arrancare a 4 metri dalla palla, dovetti infatti cambiare canale. lo stesso fui costretto a fare in occasione delle finali che perse contro Federer a Wimbledon, e così durante la finale dello US Open del 2011.

nadal è uno che se invece della racchetta gli dessero in mano una padella, sarebbe uguale. si metterebbe a due metri dalla linea di fondo e tirerebbe splendide padellate a destra e a manca.
eppure, mai si vedrà un violinista professionista brandire l'archetto come fosse una clava, scagliarlo con brutalità sulla tastiera e agire di strapazzo avanti e indietro sulle quattro corde, cercando di amputare lo strumento.

d'altra parte, non è nemmeno tutta colpa sua.
egli esiste perché qualcuno l'ha permesso.
che lo sport, tutto lo sport, si sia evoluto nel segno della forza fisica, è un fatto. tuttavia, alcune discipline possono ancora sfuggire. nella scherma, appunto, non vediamo fiorettisti che menano fendenti a due mani con spadoni medievali urlando "vamos!" a ogni piè sospinto.
se dessero in mano al nostro una racchetta di legno come quelle che si usavano fino a non molto tempo fa, con le quali ho imparato anche io, egli riuscirebbe sì a buttare la palla dall'altra parte, ma, con le sue doti tecniche, troverebbe forse collocazione nel tabellone del torneo sociale presso il centro tennis del sindacato portuali di maiorca.

il compianto DFW scrisse un amorevole libretto sull'emozione di veder giocare Roger Federer, che in effetti è (potremmo dire anche era) un signor giocatore. un giocatore la cui leggerezza sul campo eclissava anche la potenza, che certo non gli mancava. ognuno ha gli eroi del suo tempo. mio padre mi narrava di Rod Laver. per me ci fu sempre e solo John McEnroe, il cui idolo di ragazzino era proprio l'australiano.

domani, o oggi, nadal giocherà la finale del torneo di Cincinnati contro John Isner, un gigante americano col solito servizio-bomba. e allora mi tocca dire forza Isner, che con tutti i suoi difetti, e non son pochi, a nadal può consentire di portare la borsa.

tanto, nel mondo del brutto, lo sappiamo tutti chi vince.

venerdì 16 agosto 2013

carta maschicida

il ministro dell'interno alfano ha detto oggi che circa il 30% delle vittime di omicidio in italia sono donne.

il che vuol dire che circa il 70% sono uomini. mi sembra abbastanza ovvio, a me.

ora, ricordando che:
- le donne residenti in italia sono più degli uomini (51,63%)
- il numero di omicidi nel 2012 è stato di 526 (vittime donne 159, percentuale invariata negli ultimi anni), ovvero un terzo di vent'anni fa (vedi)

si sente senz'altro il bisogno di legiferare sul cosiddetto femminicidio. 

tra un po' queste ci piazzano il collare e la ciotola dell'acqua.

l'avremo voluto noi. 

domenica 11 agosto 2013

estratti / 7

sono giorni che mi domando come mai jeffrey lebowski non sopporti gli eagles. proprio lui, che è pacifico e rilassato, tutto canne e white russian, sandali e accappatoio, uno che non se la mena e che vive alla giornata, lui che non si scompone davanti a bunny né davanti a jesus quintana e nemmeno poi davanti a larry, lui che è in ritardo con l'affitto, che lascia urlare il vecchio e gli fotte il tappeto, che si fa volentieri infilare la testa nel cesso dai nichilisti, che vuole segnare il punto a smokey, che si scopa e mette incinta maude con nonchalance, che lascia a walter i suoi sproloqui, che vuole bene a donny, che si fa prendere per il culo da treehorn, che prende per il culo la polizia e brandt, proprio lui, mentre è in taxi e sente peaceful easy feeling, dice che non sopporta gli eagles. non mi do pace per questo fatto.

un'altra cosa sulla quale mi tormento da mesi è se butch decide di fregare marsellus wallace solo dopo che vincent vega lo insulta. perché c'è il movimento di macchina e il primo piano. ci sono i soldi che passano di mano con fatica. e c'è la vendetta inaspettata a mezzo fucile con silenziatore. aveva già piazzato le scommesse o l'ha fatto dopo che vega lo chiama bestione e palle mosce e lui non risponde niente e vede l'abbraccio tra marsellus e vincent?

un mio amico mi ha proposto di accompagnarlo in uno di quei bordelli che si trovano fuori dall'italia. sono più o meno tutti uguali: paghi l'ingresso e hai diritto ai servizi del club (piscina, sauna, palestra, idromassaggio, cibo e soft drink) poi con le ragazze ti metti d'accordo. ci sono i siti, di questi posti. ne ho visti un po'. le ragazze vanno bene, ma purtroppo hanno tutte la figa rasata, che è una cosa spaventosa. quindi ho detto no al mio amico, a queste condizioni non verrò mai.
è abbastanza orrendo, ancorché ovvio, che esista una moda anche in fatto di gusti sessuali. una volta andava il pelo, oggi non più. è demonizzato. nondimeno, uno a cui piace la figa rasata non c'è dubbio che pensi di scoparsi una bambina.

poeti

una volta un mio amico, il professore, mi disse che lui faceva bene praticamente quasi tutto quello che faceva. io una cosa del genere non riuscirei mai a dirla, nemmeno lo so cosa significhi fare bene qualcosa. comunque lui la disse e mi è rimasta ben dentro la memoria. mi ricordo però che quando avevo vent'anni pensavo di sapere fare bene due cose: cantare e guidare. in realtà non sapevo fare bene né l'una né l'altra. adesso che non canto né guido meglio di allora lo so, ma adesso, come sempre.
è strana, la memoria. chissà perché ricordiamo un sacco di stronzate e non le cose che ci piacerebbe ricordare. la memoria fa un po' come vuole lei, almeno per me, che non ho letto niente di neuroscientifico e che scrivo cose da ignorantone ma in modo simpatico, che è sempre una presa per il culo ma è sempre meglio che mettersi il profumo sulle ascelle puzzolenti.

ho conosciuto due poeti nella mia vita. dico personalmente. in realtà sono tre, perché ho conosciuto anche una poetessa, che è stata pure mia cliente, la quale però scrive cose talmente orrende che non la considero nella categoria. la mia categoria poeti non comprende quelli che vanno a capo, ma quelli che scrivono poesie. e quindi restano due.

uno si chiamava Riccardo Bonavita, ed è morto tanti anni fa. si è suicidato. era un mio compagno di classe al liceo, e per fortuna siamo rimasti amici anche dopo. era uno non comune. avrebbe potuto fare tante cose, e invece, dopo un paio di pubblicazioni (l'ultima un volume sulla letteratura italiana dell'ottocento, il Mulino), se n'è andato. i suoi amici comunisti si sono affrettati a scrivere commossi e dolenti saluti. il problema è che il suo essere comunista, il modo in cui pensava che si dovesse essere comunisti -  perché, come dice Fortini, la lotta per il comunismo è il comunismo -  non ha contribuito a tenerlo al mondo. anzi. quando l'ho conosciuto io andava in barca, votava l'estrema destra, metteva l'henri lloyd (quando lo mettevano solo i velisti). quando andò a studiare a bologna e pensò di essere dalla parte dei giusti diventò un po' più testa di cazzo di prima, ma per me era sempre lui, destra o sinistra, cosa che lui faceva fatica a capire.

l'altro è DOM, e ha scritto tante poesie, alcune delle quali bellissime (un aggettivo che non si dovrebbe mai usare quando si parla di poesia, ma siccome io di poesia non capisco niente posso permettermi l'ottusa arroganza di usarlo, cioè per me la poesia e la prosa sono due cose che non vanno d'accordo, c'entrano poco l'una con l'altra, come il dolce e il salato, anche se ci sono stati grandi poeti che hanno scritto prose sublimi, come Leopardi, ma Leopardi è Leopardi e per il resto io faccio fatica con la poesia e spesso gli autori in prosa che venero, come Borges, quando si mettono a scrivere in versi mi piacciono meno, ma lo so che è un problema mio)
alcune poesie di DOM sono leggibili da questo blog, cliccando su uno dei quattro collegamenti a fianco. ma ne ha scritte molte di più, e lui per me è uno che dovrebbe essere pubblicato, pubblicato da una casa editrice seria. DOM è un poeta, tra tanti che non lo sono.
per fortuna DOM non si è ammazzato. ci ha pensato troppo e troppo ne ha parlato, per avere poi il coraggio di farlo. Riccardo non ne ha parlato con nessuno e, come tutti i suicidi, un bel giorno di punto in bianco l'ha fatto, lasciandoci come dei poveri stronzi a bocca  aperta, con i nostri sensi di colpa e soprattutto senza di lui, cazzo di budda.

chissà se è meglio conoscerli, i poeti.
DOM mi ha parlato di un racconto autobiografico, commovente, di Bukowski in cui egli racconta della sua amicizia con John Fante. sto per leggerlo. potrei leggerlo prima di pubblicare il post, così avrei qualcosa di meglio da dire. lo leggerò dopo.

i poeti spesso non sono brave persone, almeno nel senso che normalmente attribuiamo al concetto. sono per i cazzi loro. magari sono dei puzzoni, magari sono egoisti e spietati. chi se ne frega. meglio i poeti di tutti gli altri. chi se ne frega se sparano. chi se ne frega se sono antisemiti, chi se ne frega se odiano o disprezzano. chi se ne frega se lavano il pavimento. chi se ne frega se pagano le tasse. chi se ne frega che cosa fanno.
non sono eroi, i poeti. sono  esseri umani sgangherati e afflitti. sono umanacci. eroi sono i padri di famiglia, che crescono i figli e stanno con le mogli, che tornano a casa e non fanno mai cazzate.
io amo gli eroi e i poeti.
amo gli eroi, i poeti e i re.
spero di essere in grado di comprare sempre un panino a chi me lo chiede. spero un giorno un poeta, un eroe o un re chieda la mia mano, il mio collo o la mia schiena perché ne ha bisogno. almeno qualcosa di buono avrò fatto, prima del riposo definitivo.


invece pietro

invece il presidente del senato grasso mi sembra sempre ogni volta che lo sento parlare uno di quei pensionati che ci sono nelle manifestazioni quelli col fischietto e il fazzoletto che quando li intervistano dicono solo frasi fatte senza senso ma in quel modo bonario da vecchio rincoglionito che alla fine uno dice

martedì 6 agosto 2013

più video, meno audio.

io la presidenta della camera laura boldrini la vedrei meglio nuda sul playboy che a fare quello che fa.


mercoledì 17 luglio 2013

un capolavoro

film di Lorenzo Garzella e Filippo Macelloni, da un racconto di Osvaldo Soriano. di brutto ha solo il titolo, il resto è meraviglia.
vi si narra la "vera incredibile storia dei Mondiali di Patagonia 1942".
di come un misterioso Conte di origini balcaniche emigrato in Argentina decise di organizzare il campionato del mondo di calcio laggiù, mentre dappertutto era la guerra e non si giocava.
e di un nubifragio che scoppiò durante la finale e fece scappare tutti, tutti tranne i giocatori che rimasero in campo, e l'operatore, che filmò, come aveva fatto con le altre partite, anche l'ultima. di lui, anni dopo il diluvio, venne trovato lo scheletro ancora abbarbicato alla cinepresa, e dalla cinepresa venne estratta la bobina, e sviluppata. e chissà se riuscì a imprimere il nome dei vincitori.
un mistero, il Mondiale del 1942. escluso dagli annali del Pallone, è una leggenda tramandata, come tutte le leggende, tra invenzione e memoria, da chi c'era e da chi c'è ancora, una storia che è bello raccontare, perché è questa, la Storia, che si forma nel fango e nelle nuvole.  
c'erano l'Italia, la Germania, l'Inghilterra, la Spagna, la Francia, il Brasile e tante altre squadre.
c'erano arbitri con la pistola, centravanti con gli occhiali, difensori ciccioni, portieri ipnotizzatori, centrocampisti acrobati, calciatori indios con le loro strane bevande e bionde bellissime fotografe, talentuose e innamorate.
non l'ha visto nessuno, il Mundial dimenticato, eppure è il più bel film italiano degli ultimi dieci anni.
io l'ho visto stamattina, e sono contento di averlo visto.




lunedì 15 luglio 2013

tonino accolla


era un grande.

mercoledì 12 giugno 2013

17 su 40

quando è uscito il concorso per la scuola ho detto al mio amico WB lo faccio e lo passo. e quando ho passato la preselezione e poi lo scritto e mi hanno convocato per l'orale ho pensato ormai è fatta, vado là e lo passo, l'orale è il mio forte, parlo bene in italiano, ho un eloquio stringente e forbito, non sbaglio il congiuntivo, di solito, sono un avvocato, ne ho viste di tutti i colori, qualsiasi sia l'argomento della lezione che dovrò simulare davanti alla commissione farò un figurone, prenderò un voto alto e mi piazzerò bene in graduatoria, così anche se non sarò chiamato al primo giro, perché ci sarà sicuramente qualcuno meglio piazzato, per titoli, per punteggio o per la raccomandazione, prima o poi mi chiamano e via.

il giorno prima dell'orale sono andato a estrarre la traccia e sono venuti con me mio figlio e la sua mamma, mi hanno accompagnato, e quando ho estratto la traccia ho detto che peccato, non è proprio la mia materia, ma pazienza, ho 24 ore di tempo, mi metto sotto e studio, e così ho fatto. e il giorno dopo sono tornato a messina, da solo, e ho fatto l'orale. ero il primo. dopo di me dovevano sentirne altri tre, poi avrebbero affisso i voti sulla porta della segreteria, sulla quale c'erano i voti di quelli del giorno prima, come il giorno prima c'erano quelli del giorno prima, 30, 34, 39, 32, e anche un 28, che era il minimo per entrare in graduatoria.
ho recitato la mia brava lezione e poi ho risposto malissimo alle domande sulla scuola, perché non avevo studiato niente sulla scuola, stupidamente pensavo che uno che deve sostenere un esame di diritto ed economia l'importante è che sappia qualcosa del diritto e dell'economia, non cosa succede al primo consiglio dei docenti, che uno lo impara quando ci va e non fa male a nessuno. un professore mi ha fatto una domanda sulla lezione e io ho capito che non aveva sentito niente perché l'avevo appena detto, quello che mi aveva chiesto, e poi mi hanno interrogato in informatica e in inglese, la professoressa di inglese mi ha fatto tenerezza invece a quella di informatica ero antipatico si vedeva subito e anche se era ignorante voleva far vedere che era brava, poi mi hanno chiesto ma lei una lezione così a chi la farebbe.

tre ore e 45 minuti sono rimasto dentro questa scuola dopo l'orale, e che cosa ho fatto, ho fumato un po' di sigarette, ho chiacchierato con la segretaria, alla quale ho detto il perché ero lì, perché è una cosa che si chiedevano tutti, sono andato su e giù per le scale, ho scritto i soliti sms del cazzo, sempre con questo telefono del cazzo in mano, mentre speravo che passasse in fretta il tempo così potevo tornarmene da mio figlio, con il mio 30, il mio 28, il mio 32 e giocare un po' con lui. ho guardato il campo da basket della scuola, il più misero e triste campo da basket che avessi mai visto, sembrava una prigione, con la recinzione tutta intorno, ho guardato le aule, i banchi, i corridoi, i muri. mi sono appoggiato a uno scaffale, ho premuto tutto il mio corpo contro un muro, ho appoggiato la fronte contro uno stipite, ho toccato dappertutto, sono rimasto fermo, con la mia faccia appiccicata a una parete, a un'altra parete, a un'altra parete ancora. e ancora ho respirato la scuola, ho toccato la scuola, il penitenziario che è la scuola (qualche giorno prima per scherzo ero andato davanti al mio liceo, cioè il liceo che avevo frequentato, per fare una foto e mandarla a WB, perché era anche il suo liceo, per scherzo, perché gli tornassero in mente tutte quelle cose che ci sono nella sua mente, nella mia, in quella di tutti, ho fatto la foto e gliel'ho mandata e mentre salivo in macchina si fermava un'altra macchina all'interno della quale un papà indicava col dito la scuola e spiegava ai suoi figli, seduti dietro, che quello era il suo liceo, e questa cosa mi ha ammazzato, come il prigioniero che torna a vedere il campo dove è rimasto 5 anni in mano ai suoi aguzzini, torna sul luogo delle sue lacrime, del suo orrore, l'orrore che l'accompagnerà tutta la vita, e spiega ai figli che era lì, in quella baracca, a mangiare pane e merda, mentre sognava di uscire e tornare a casa, e afferrare l'erba, e sentire il profumo dei fiori e del caffè).

e mentre facevo tutto questo, sentivo crescere in me la certezza che non ce l'avevo fatta, che mi avrebbero dato un brutto voto e che non sarei diventato un insegnante di diritto ed economia in un istituto di scuola secondaria superiore, che era il motivo per cui ero lì, diventare un insegnante, e cambiare vita, e finalmente tornare a stare vicino, più vicino, più spesso, sempre, a mio figlio. ho cominciato a percepirlo nelle facce degli altri candidati, nelle sedie, nelle corde delle tapparelle, nelle porte, nel pavimento, nei cazzi disegnati sui muri, nei volti dei membri della commissione che evitavano il mio sguardo, e incrociavano volentieri quello degli altri, e stringevano la loro mano e non la mia.

così, alle 19.30, più o meno, la segretaria, imbarazzatissima e gentile, mi ha consegnato il foglio con il voto e mi ha chiesto di firmare per presa visione, perché così dovevo fare. per consegnarmi questa sentenza, un'altra sentenza, un altro giudicato, ha ritenuto opportuno di farlo a porte chiuse, non davanti a tutti, per non mettere me in imbarazzo, visto che erano tre ore e 45 minuti che ero lì ad aspettare e avevo parlato, avevo riso, avevo discusso, avevo pensato, mi ero scambiato pareri e opinioni, allora mi ha chiamato e io sono entrato e lei ha chiuso la porta e sul tavolo ho visto il foglio e ho letto il voto, il voto che mi era stato dato, e io ho detto sorridendo evidentemente non è piaciuto, e lei mi ha stretto fortemente la mano e mi ha detto volevo farglielo vedere così, visto il voto, e poi mi ha detto comunque le auguro buona fortuna o in bocca al lupo per tutto anche per suo figlio e io volevo solo scappare via, scappare correndo, e invece ho sorriso e ho stretto la sua mano finché lei non ha ritenuto opportuno di lasciare la mia e le ho detto grazie e poi sono uscito, fendendo la massa di candidati che aspettavano fuori dalla porta e prima che mi dicessero qualsiasi cosa ho detto io che voto di merda, ma l'ho detto sorridendo, e poi ho preso le scale e sono uscito e sono salito in macchina e avevo la testa che scoppiava e non pensavo a niente, perché stavo pensando troppo, volevo fermarlo, quel dolore nero e violento che mi scorreva nel corpo al posto del sangue, dolore nelle gambe, dolore nelle mani, dolore negli occhi, dolore nella testa, dolore nella bocca. dovevo parlarne, dovevo sfogarmi, sì, dovevo urlare la mia rabbia la mia infelicità, volevo urlare per la giustizia, per il conforto, e allora ho parlato di qui e di là e poi sono andato a casa e mio figlio, che era stato istruito dalla sua mamma, mio figlio, mi è corso incontro per abbracciarmi e mi ha abbracciato. e avrei dovuto chiedergli scusa, scusa, figlio mio, che ti ho fatto anche questo, ti ho fatto sopportare che papà è stato bocciato a un esame, papà bocciato, che è una cosa che lui capisce benissimo, lui che va a scuola. e invece non gli ho chiesto scusa, non ho detto niente, gli ho detto ciao e l'ho baciato e poi la sera abbiamo giocato a calcio sul terrazzo e lui ha vinto all'ultimo tiro, dieci a nove, ma non è che vince sempre, a volte vinco io.

e intanto non smettevo, non smetto, non riesco ancora a smettere di darmi delle ipotesi, di cercare di capire perché, ne parlo con tutti e devo dire che l'ipotesi più accreditata è che mi hanno voluto punire perché sono del nord e parlo con l'accento del nord, come renato pozzetto, e loro, i siciliani, orgogliosi e superbi, non lo vogliono un avvocato di milano che arriva e si siede senza paura e anzi rilassato e tranquillo e parla a voce alta del pil e del reddito nazionale come se fosse un professore, come se facesse davvero una lezione di economia, uno che non fa come tutti gli altri, non arriva con la chiavetta usb, la infila e legge le slide del powerpoint alla commissione, non lo vogliono un avvocato del nord che si siede a gambe larghe e parla di malthus e di risorse finite e viene a fare il professore a casa loro, loro che hanno dovuto farsi il culo, loro, i loro padri e i loro nonni che non sapevano magari leggere e sono andati al nord con la valigia di cartone e sono stati chiamati terroni, terroni di merda e hanno subito le umiliazioni di una terra che li chiamava a lavorare ma poi li trattava come animali. e così anche io, per la prima volta dopo 13 anni, mi sono sentito rifiutato, respinto, respinto come scrivono sui cartelloni fuori dalle scuole, e per la prima volta mi sono sentito male ad entrare in un negozio, c'era anche mio figlio, per comprare le pizze per la cena, mi sono sentito male perché parlavo diverso, una cosa che non mi era mai successa in sicilia, avevo paura a parlare perché sapevo che alla prima frase avrebbe capito, la fornaia, che non ero di quelle parti, e allora quando mi ha chiesto il nome per la prenotazione gli ho detto il mio ma piano piano e lei non ha sentito e allora le ho detto il nome della mamma di mio figlio, vergognandomi del mio nome, della mia lingua, della mia terra.

e mentre continuo incessantemente a pensare ai miei errori, alle mie omissioni, alla mia stupidità, alla mia insipienza, alle mie speranze ridicole e alle mie illusioni perdute, mentre continua ancora a invadermi la sensazione che non è successo quello che è successo, che è un incubo e tra poco mi sveglio, comincia a formarsi dentro la mia testa una parola, si forma una parola che non dico, che non dico, che non rivolgo a nessuno, che è un pensiero, come sempre, prima che una parola, che la scrivo così, la scrivo qui, per me, per tutti, per i miei fratelli, per i miei carnefici, per dio, il mio amico dio, e la parola è semplice, ed è vera, ed è l'unica che posso dire, non ce n'è un'altra, qualcuno prima o poi lo capirà, che è la parola giusta, e la parola è grazie.

venerdì 24 maggio 2013

in qualità di tuo avvocato

in qualità di italiano sono per l'abolizione del cinema italiano e l'affogamento di toni servillo.

martedì 21 maggio 2013

da un altro diario

non lo trovai, né laggiù, né in un altro luogo. non lo trovai, né tantomeno lui trovò me.
non mi ricordo, se di ricordo si può parlare, non so che cosa e perché.
potevano esserci alberi, o fango, o sabbia, o una caverna, o una grotta, o scarpe sporche che non interessano a nessuno.c'era tanta gente, o solo io. c'era caldo e freddo. c'erano tutti i rumori che si possono immaginare, tutti i sentieri, tutte le rughe, tutti i pantaloni, tutto il sangue, tutto il vento, tutto il buio.
non so chi era, non so come accadde. so che lo vidi e che lo sentii.
so che era la sua testa tra le mani, anzi le mani sulla testa, mani paralizzate e disperate, era la sua voce.
erano le due parole che pronunciò, una volta, molte volte.
nella mia, di testa, c'è questo, ed è quello che c'è: un volto senza occhi sprofondato tra le mani, e una voce piccina.
"lasciatemi stare"
"lasciatemi stare".



venerdì 17 maggio 2013

le tre cose più raccapriccianti della settimana

il modo in cui ilda boccassini interpreta la lingua italiana e la funzione di pubblico ministero

il modo in cui bruce springsteen tratta la chitarra

la faccia di andrea agnelli, presidente dalla juventus football club s.p.a.

lunedì 6 maggio 2013

la salvezza è nei gattini

mi fa orrore il presidente della repubblica.
orrore i parlamentari e i ministri.
orrore i programmi della televisione.
orrore le automobili.
orrore l'idea di uscire a prendere un gelato o andare a passeggiare, ovunque.
orrore l'idea di una conversazione.
orrore la città, il colore della città, il suono della città, l'odore della città.
orrore il mio prossimo.
orrore la libreria.
orrore il supermercato.
orrore il tribunale.
orrore la voce delle persone, quello che dicono, come lo dicono. orrore le loro facce.
orrore quello che fanno, quello che pensano.
orrore il lavoro di chiunque.
orrore chiunque parli a un microfono e chiunque ascolti.
orrore le case.
orrore i giornali.
orrore gli adulti.
ho orrore di tutto.
e ho orrore, ancora, certamente, sì, di me stesso.

sabato 27 aprile 2013

il prode cincinnato eccetera eccetera

quand'ecco che le mie orecchie incontrano la voce di, scopro presto, una "nutrizionista" (nutrizionista è una di quelle belle parole che qualcuno improvvisamente inventa e tutti poi le usano, come badante, migrante esodato, e ci sono le giornaliste dei tg che dicono parole e intere frasi tutte uguali e tutte allo stesso modo con la stessa voce, la stessa faccia, la stessa intonazione, tanti piccoli aiutanti della distruzione, l'importante è cambiarsi sempre d'abito, le parole possono anzi debbono essere sempre quelle il premier il governo il paese la crescita l'istat le imprese il lavoro i morti i feriti il campionato, ecco perché mi piacciono i film porno giapponesi in cui c'è la giornalista che legge imperturbabile le notizie mentre decine di uomini, uno dopo l'altro, eiaculano sulla sua faccia).

la nutrizio è una di quelle donne che hanno alta opinione di sé (tratto che trovo, già da solo, insopportabile in qualsiasi essere umano). ha alta opinione di sé e del suo lavoro. e siamo a due. insomma, è convinta di essere brava in quello che fa ed è convinta che quello che fa sia socialmente utile. (un po' quello che pensavo anche io di me e del mio lavoro, quindici anni fa. adesso penso di essere uno scarpone e che il mio lavoro sia assolutamente dannoso per il consorzio umano, e penso che, anche con esso, insieme con una serie interminabile di altri atti che compio ogni giorno, contribuisco ad alimentare l'orrore).

alle domande della giornalista confidenziale (tra donne c'è sempre questa grande reciproca, direi istintiva, simpatia) la nutrizio risponde con garbata sicurezza, come tutti ci aspettiamo che faccia. telefonate e sms degli ascoltatori trovano risposte dissetanti.
io invece, più procede la trasmissione, più ascolto parlare la nostra esperta, più mi avvilisco. 
perché per me dice cose assurde. dice di mangiare cibi che io non toccherei con un dito e di evitare, guai a loro, alimenti che trovo deliziosi e che consumo regolarmente.

così siamo arrivati alla parte importante del posti: la mia regola circa l'alimentazione. 

la mia regola dice che se un cibo è buono, allora fa bene alla salute.
quindi alla larga dalle verdure e viva la cotoletta. no al sedano, sì al cioccolato.
(attenzione: se vi piace la rapa, mangiatene a sazietà; non mangiatela se pensate che vi "faccia bene")

la teoria alla base della regola è che il corpo non sbaglia. 
se assaggiamo un cibo e ha un buon sapore vuol dire che cervello, lingua, stomaco e il resto hanno fatto il loro bravo consulto e hanno stabilito che si può ingoiare. prima non c'erano i libri e i nutrizionisti. e gli uomini si basavano proprio su questa semplice regola: se mi piace il sapore, lo mando giù. proprio come fanno i bambini piccoli, che la sanno lunga. sono convinto che siano buone anche le cavallette e le formiche che in luoghi lontani da qui si mangiano a tutta birra.  

la mia regola soffre una sola, a mio avviso, importante eccezione, del cui pregio però non vorrei essere testimone in prima persona, da buon vigliacco quale sono: confesso, infatti, di non conoscere il sapore dell'amanita muscaria. 

secondo me non è tanto buono. altrimenti, con tutta evidenza, dio, o la natura, è un gran burlone. 
e allora.

venerdì 19 aprile 2013

les calcules de la grand mère Dada


cosa fare alle 3 e mezza di notte quando il reflusso gastrico è particolarmente volitivo?
dopo aver tentato il tentabile,  si può accendere il computer e leggere i consigli degli esperti.
eccoli qui:


  • Astensione dal fumo (e io fumo) 
  • Aumentare l'attività fisica (ho abbandonato qualsiasi attività fisica)
  • Evitare bevande alcoliche e gassate (bevo molte bibite gassate e assumo alcool tutti i giorni)
  • Evitare cioccolatocaffè e alimenti iperlipidici (mangio il cioccolato tutti i giorni e sempre la sera prima di dormire; mangio molti alimenti iperlipidici)
  • Evitare di coricarsi dopo il pasto (mangio sempre tardissimo e quindi verso l'una e mezza le due cerco di dormire)
  • Seguire le regole dettate dall'educazione alimentare (le mie regole da trent'anni sono: niente colazione, pranzo leggero e non tutti i giorni, abbuffata pantagruelica a cena)
  • Ridurre il peso quando necessario (sono sempre più grasso)

  • bene. a questo punto mi vado a sentire il vecchio george.



    lunedì 15 aprile 2013

    allora forse non è chiaro

    si può essere o non essere d'accordo sulla norma, ma, prima di parlare a vanvera, bisognerebbe conoscerla.
    quindi, siccome evidentemente non la conosce nessuno, sento la necessità di ripetermi, per il bene comune:

    non è reato avere rapporti sessuali con una persona che ha compiuto gli anni quattordici 

    (art. 609 quater codice penale)

    andate e diffondete.

    martedì 9 aprile 2013

    στοχάζομαι τόν φίλον δένδρον

    Nei programmi televisivi per bambini, vuoi nel titolo, vuoi nei contenuti, c'è sempre la parola "eroe". e di eroi ci costringono a leggere a scuola.
    chissà perché.
    eroi non siamo, nessuno di noi. d'altra parte, chi vuol essere eroe incontra sempre e solo la tragedia, per sé e per gli altri.
    ho visto un documentario su bambini e famiglie che vivono in discariche, in Senegal. bambini che nascono e crescono in luoghi la cui miseria è, per me, impossibile descrivere.
    il volto di un bambino che si fa largo tra i topi e l'immondizia, con indosso la maglia logora di cristiano ronaldo, ce lo portiamo appresso. ecco perché non riusciamo a realizzare nulla. perché andiamo a "lavorare", compriamo il telefonino nuovo e ci distruggiamo lentamente, soli, tra le pareti delle nostre amate case.
    cupio dissolvi la chiamano, parafrasando e vagamente interpretando.
    ed è così. non potendo essere eroi, non volendo, non ci sono molte alternative di fronte al bambino della discarica.
    un pugno di riso e un bicchiere d'acqua per tutti gli esseri umani viventi non è più di uno slogan, un bel discorso tra amici davanti a una birra.

    In esclusiva per te, un comodo chilo di merda al giorno da mangiarsi per soli trentasei mesi. poi sei libero di restituire la ciotola.

    lunedì 25 marzo 2013

    un'antica barzelletta russa

    Un uomo facoltoso decide di sposarsi.
    Tra le tante pretendenti, ne seleziona tre, a ciascuna delle quali dà 5.000 rubli dicendo: "prendi e fanne ciò che vuoi, poi torna e dimmi cosa ne hai fatto".
    La prima torna e dice: "amore, ho speso tutto per farmi bella. Ho comprato vestiti, scarpe, gioielli, così tutti diranno che hai una bella moglie e farai bella figura".
    La seconda torna e dice: "amore, ho speso tutto per te. Ti ho comprato vestiti, scarpe, pellicce, così tutti diranno che sei un bellissimo uomo, elegante e raffinato".
    La terza torna e dice: "amore, io i soldi li ho investiti in borsa e ne ho ricavato il doppio di quello che mi hai dato. Ecco qua".
    L'uomo, a quel punto, fa la sua scelta.
    Sapete chi sposò?
    Quella che aveva le tette più grosse.


    domenica 17 marzo 2013

    estratti / 6


    in tribunale, stretto dall'angoscia quotidiana, infilo una porta e trovo una nicchia per fumare. apro un fascicolo e mi sforzo di vedere che cosa ha scritto la controparte. mentre son lì che leggo, arrivano due agenti di polizia penitenziaria che accompagnano, uno davanti e uno dietro, un uomo in manette. io non riesco mai a guardarle, le persone ammanettate, anche se magari sono dei delinquenti incalliti e hanno fatto cose brutte. allora abbasso ancora di più lo sguardo sul fascicolo. e il detenuto, mentre mi passa di fianco mi dice "buon lavoro, e buono studio". e allora io gli rispondo "in bocca al lupo. per tutto". e lui, che nel frattempo scende le scale coi suoi custodi, mi dice "crepi", mentre accenna un gesto di saluto con la testa. e a me tutto questo è sembrato vero.

    nel mio incessante vagolare nella pornografia, mi imbatto in un transessuale che mi affascina più degli altri. una questione, non mi vergogno a dirlo, che ha a che fare con il suo sguardo. l'avevo già vista in passato, diverse volte, e poi era sparita (il transessuale, per quanto dotato di organo genitale maschile, esige il genere femminile).
    ne cerco il numero maggiore di video. ne vedo due o tre. poi ne vedo uno in cui c'è un ragazzotto che si intristisce da solo in un parco, al freddo, lamentandosi ad alta voce del fatto di non avere nessun programma per il sabato sera, quando arriva lei. il giovane, ringalluzzito, le va incontro e la tampina. e allora succede una cosa incredibile. lei parla, ma la sua bocca emette un suono sgraziato, assurdo, incomprensibile. una specie di guaito, di grido strozzato. un suono che mi fa star male. in quel momento lui le chiede "sei sorda?" e lei risponde sì.
    una pornostar transessuale sorda.
    non me ne ero accorto. nei film porno molto spesso le attrici non parlano, si limitano ai soliti gemiti e urletti.
    trovo il suo sito ufficiale. nel quale leggo, al primo rigo, proprio questo: "Ciao, il mio nome è Olivia Love. Sono sorda e attrice transessuale in film per adulti".
    scopro altri fatti su di lei, cose che mi inteneriscono. trovo la conferma che gli occhi a volte non mentono.

    le persone basse


    altezza è mezza autorevolezza.
    istintivamente, se dovessimo scegliere un capo, tra uno basso di statura e uno alto, senza avere altri dati, sceglieremmo quello alto. dà maggiori garanzie.
    che poi è lo stesso motivo per cui le persone alte sono sempre considerate molto signorili: come l'ex dirigente dell'inter, Giacinto Facchetti, che era un pirla come tutti gli altri dirigenti del pallone, e che ne ha fatte anche lui di cotte e di crude, ma siccome era alto e ben vestito, tutti dicono che era un gran signore. o come gli avvocati penalisti alti, che indossano la toga e fanno la ruota avanti e indietro per i corridoi del tribunale, e fanno bene perché tutto sommato, come nei film italiani, l'avvocato alto incute timore reverenziale: nei giudici, nella giuria e, comunque vada, nel cliente.
    che poi è lo stesso motivo per cui, alla fine, ha ragione, in un certo senso, il professor Romano Prodi, che le persone povere le chiama "le persone basse".
    è più facile immaginare un povero cristo piccolino, che non alto e slanciato. la statura morale si identifica con quella fisica.
    le persone alte hanno portamento, dignità, naturale eleganza. che poi è il motivo per cui le modelle, che dovrebbero incarnare la massima femminilità, sono tutte stangone e tutti le considerano bellissime.
    che poi è lo stesso motivo per cui quelli piccoli di statura devono fare una fatica bestia per farsi rispettare, e alla fine diventano un po' schiavi di questa loro tensione. come il mio amato nanetto, che alla fine perde il senso della misura, purtroppo. come le donne, che siccome sono più scarse dal punto di vista della forza fisica, allora diventano aggressive a 360 gradi, per usare un'espressione molto efficace.
    le persone rispettano (ovvero temono, che è la stessa cosa) di più gli alti che i bassi. questo perché se sei più basso di me, appena ti vedo il mio cervello in un tempo molto ristretto mi fa avere un'informazione che consiste nella probabilità che se mi trovo a confliggere con te avrò più facilmente la meglio che non con uno alto. siccome il fattore ontologico, che è, appunto, la base di tutto, ci dice che, sul versante maschile, conta chi picchia più forte, è di palmare evidenza che la persona alta goda di maggiori privilegi e guarentigie.
    che secondo me, che sono basso, è anche giusto, alla fin fine.
    cioè risponde alla natura.
    pensiamo a famosi imbecilli della storia. imbecilli, ma alti: De Gaulle, per esempio, che tutti dipingono come insigne statista; Pippo Baudo, che ha scritto "Donna Rosa" e ha scoperto Heather Parisi e Beppe Grillo, l'eroe dei nostri tempi.
    mentre il povero Gary Coleman ha avuto una vita di merda.
    l'uomo, che scansa la merda e sospira alle stelle, è più disposto alla tolleranza e al perdono verso l'alto. come a dire, sì, è un coglione, ma almeno è alto. cioè  non come il re d'Italia Vittorio Emanuele III, che non arrivava ad appuntare le medaglie agli ufficiali, lui che dovevano chiamare, sghignazzando, "altezza".
    la persona alta parte, nella gara, con il vantaggio. ha già due piedi sul piedistallo. è già avanti.
    dunque nel dubbio, e torniamo all'incipit, se non sapete cosa fare, prendete quello lungo.

    mercoledì 27 febbraio 2013

    non l'ho fatto apposta

    oggi sono andato a pagare l'assicurazione. appena arrivato, una delle tre impiegate mi ha fatto una domanda che non ho capito. davanti al mio silenzio, ha spiegato che avrebbe preferito vedermi come l'ultima volta, quando mi ero presentato con una parrucca bionda da donna.
    dopo aver firmato e staccato l'assegno, la penna mi è caduta per terra. nel piegarmi per prenderla, mi è scappata una scoreggia. l'impiegata che era di fronte a me, dall'altra parte della scrivania, ha fatto finta di niente. si è sentito bene il suono, invece, e soprattutto, dopo pochi istanti, l'odore, un odore pazzesco. sono rimasto a chiacchierare per un paio di minuti mentre l'aroma si diffondeva per la stanza, poi sono uscito.

    lunedì 25 febbraio 2013

    l'esistenza marginale

    Un uomo vive una vita grama, costellata di ostacoli e sofferenze. Gli ultimi giorni li trascorre in una casa di campagna, sulla riva di un fiume. La mattina la donna che lo ama e che lui ama lo sveglia con un bacio. Fanno colazione sotto un portico, osservando i primi stormi degli uccelli che si preparano a migrare.
    Si accende una sigaretta mentre infinite perle nere nell'azzurro si inseguono e si uniscono a formare sempre nuove figure, un caleidoscopio che grida di vita. Con la sigaretta si spegne anche lui, mentre guarda il volo dei migratori, ascolta il gorgoglio del ruscello, sente l'orlo dei pantaloni battuto dal vento.

    Un altro uomo ha lavorato con profitto, crescendo ed educando i figli, teso tra la preoccupazione di non avere fatto abbastanza, il rimpianto di non aver trasmesso tutto l'affetto che aveva, il rimorso di aver esagerato con il rimprovero. Sul letto d'ospedale dove è costretto da un brutto male, ricorda piccoli film di vita casalinga: i giochi di parole inventati a tavola, il linguaggio segreto e prezioso di una famiglia, le sfuriate, le corse in ospedale quando avevano la febbre alta, il giorno della loro laurea. I figli vanno a trovarlo e gli dicono che è stato un pessimo padre, un padre che ha rovinato loro la vita. Il loro commiato è una gelida stretta sulla spalla. La malattia gli devasta il corpo e l'anima. Muore straziato, incapace di pensare, piangere, respirare.

    Un altro uomo esce di casa una mattina, e mentre avvicina la mano all'apposito sostegno sul bus che lo porta al lavoro, viene stroncato da un infarto. Le ultime immagini regalate ai suoi occhi sono la discesa obliqua lungo un finestrino gocciolante di pioggia, un sedile vuoto, la O di una bocca sconosciuta e muta.

    venerdì 25 gennaio 2013

    la m.b. della crescita


    basta con questa maxiballa (come direbbe Craxi) della "crescita".

    il nostro mondo (Italia, 2013) è sufficientemente aristotelico per permetterci di essere abbastanza sicuri che non si possa avere una cosa e il suo contrario nello stesso tempo.

    un mondo in cui tutti sono miliardari può esistere, ma la sua speranza di vita è di un giorno, giorno più, giorno meno.
    può esistere invece, a lungo, un mondo in cui tutti sono a pane e acqua.

    ma parliamo di crescita.
    crescita e lavoro, per esempio, sono grandezze direttamente proporzionali.
    per sommi capi, in un sistema senza particolari distorsioni, se aumenta la produzione aumenta il benessere generale, aumentano i consumi, aumentano i risparmi, aumentano gli investimenti, aumentano i servizi, aumenta il reddito nazionale.
    allo stesso modo, se diminuisce il lavoro (meno lavoratori, meno imprese, meno materie prime, meno produzione, ovvero diminuzione generale dei fattori produttivi) diminuisce la "crescita del paese".

    quindi, se si lavora 36 ore a settimana anziché 48, come fino a non molti anni fa, il paese decresce.
    se lo Stato tutela la malattia, le ferie, i congedi parentali, la gravidanza, i permessi, l'impresa ha un costo non equamente retribuito dall'assenza del lavoratore, quindi produce meno e il paese decresce.

    il lavoratore però ormai ha il sedere largo e caldo al punto da non voler rinunciare al permesso retribuito, alle ferie, all'indennità, al periodo di comporto, alle 36 ore settimanali.
    benissimo, dico io.
    forse qualcuno dovrebbe dire al lavoratore che con le 36 ore settimanali, le ferie pagate e la 14.ma mensilità fra un po' non solo non si potrà comprare il suo quinto iphone, ma nemmeno il latte per il suo bambino che il lavoratore ama certo moltissimo (il bambino, non il latte, o anche il latte, ma di più il bambino).

    i paesi "in via di sviluppo" infatti sono proprio quelli in cui la tutela del lavoro e del lavoratore è pari allo zero (che poi è lo stesso motivo per cui anche da noi quando i nostri nonni e i nostri padri morivano come bestie in miniera o si spaccavano la schiena 10 ore al giorno 6 giorni su 7 in fabbrica il paese cresceva alla grande - che poi è lo stesso motivo per cui una casa, una fottutissima casa di 4 muri di mattoni, prima costava 30 stipendi, oggi ne costa 300 e tra 30 anni ne costerà 3000) ovvero paesi, come la Cina o l'India, in cui quando un lavoratore si ammala o perde un dito nella fresatrice ne arriva un altro al suo posto che lavora magari anche meglio, visto che ha fame.
    paesi in cui quelli che per noi sono diritti fondamentali, non lo sono affatto.

    allora cosa dire all'amico lavoratore?
    potremmo chiedergli di scegliere se preferisce trascinare i suoi "diritti quesiti" finché pioveranno, come nella pubblicità della Vodasone, ipad dal cielo e una bottiglia di latte costerà 500 euri, o riportare le chiappone in fabbrica. probabilmente il nostro amico sceglierebbe la prima opzione, perché ottuso o pigro o animato da un inguaribile ottimismo o perché sufficientemente lucido da sapere che almeno per lui e per il suo amato bimbetto ci saranno pastasciutta e divano, tv satellitare e svaghi, e tanto gli basta.

    no, non è una domanda che possiamo fare all'amico lavoratore. sarebbe inutile, e anche crudele.
    lasciamolo stare lì dov'è, ad ascoltare il dibattito elettorale, i programmi, le idee, lasciamolo andare a votare, con la speranza di avere più soldi in tasca a fine mese e più giorni disponibili per la settimana bianca, che è l'unico motivo per cui va a votare.
    perché?
    perché il processo è irreversibile.

    Russia, Brasile, Cina e India arriveranno a darsi leggi- statuto dei lavoratori, garanzie per i disabili, tutela degli infermi, degli anziani, delle mamme e dei deboli. e quindi anche per loro arriverà l'epoca di quella che qui chiamano "crisi" (che parola ridicola).

    il capitale genererà ancora intelligenze vaste e altissime, che permetteranno progressi nella medicina e nella tecnologia, ma non potrà impedire, a lungo termine, la distruzione del pianeta, unico sipario possibile per la sua tragica rappresentazione.

    forse Aristotele, questo, non l'aveva previsto.
    ma tutto sommato forse gli importava poco.

    mercoledì 23 gennaio 2013

    andare al cinema è una rottura di coglioni

    non ci vado mai al cinema. quasi mai. ci sono andato ieri. e per un bel po' mi terrò alla larga.
    andare al cinema per me è una rottura di coglioni perché ogni volta che ci vado c'è un sacco di altra gente dentro la sala.
    c'è gente in coda per fare il biglietto. c'è gente che ti si siede di fiancodavanti, di dietro. una cosa insopportabile.
    gente che si muove, gente che parla, che beve, che mangia, che ride, insomma che fa un sacco di cose che io non voglio vedere o sentire quando guardo un film. gente che arriva quando il film è già iniziato e si siede facendo casino e oscurando lo schermo.
    questa stessa gente poi, appena vede la parola "fine" o "the end" o cominciano i titoli di coda, si alza e va via, perché giustamente non è interessata a vedere o a sapere altro. così io che invece voglio vedere i titoli di coda con la massima attenzione non ci riesco, o devo alzarmi e cercare di vedere qualcosa tra un cappotto e l'altro, cosa che mi fa imbestialire.
    una volta in un cinema di catania il proiezionista era talmente abituato a questo simpatico costume che ha spento il proiettore appena finita l'ultima scena del film. e nessuno, a parte il sottoscritto che si è preso la questione (come dicono laggiù) ha avuto qualcosa da dire.
    poi questa gente esce e si piazza davanti all'uscita e si mette a chiacchierare, cosi devo farmi largo tra la folla anche dopo.
    vorrei essere come quei produttori alla Monroe Stahr che si fanno proiettare i giornalieri o anche tutto il girato in una sala tutta per loro, senza nessuno che rompe le palle.
    invece devo pagare 8 o 9 pezzi per il privilegio di avere scarpe e ginocchia altrui costantemente conficcate in vari punti della mia schiena, ascoltare i commenti off di ragazzine bifolche, tollerare a un centimetro da me il corpo di un altro uomo con il quale non ho alcun desiderio di contiguità, almeno quando sto vedendo un film.
    il cinema è un'esperienza individuale, non collettiva.
    difficile comprendere tutta questa gente che si rinchiude volontariamente in una sala buia per vivere collettivamente un'esperienza necessariamente individuale.
    quindi, viva le televisioni sempre più grandi, così uno i film se li guarda a casa sua e non si fa vedere in giro, che è sempre una cosa buona.

    lunedì 14 gennaio 2013

    poi uno dice il burattinaio

    sabato sono andato al mediaworld per comprare un ricevitore digitale terrestre per la televisione della camera da letto, perché io di notte prima di addormentarmi guardo la tv e la prima cosa che faccio al mattino appena sveglio è accendere la tv e guardare raistoria che è uno dei canali più belli.
    ho installato l'apparecchietto ma non funzionava bene e allora l'ho riportato indietro e me l'hanno cambiato, poi quando sono tornato a casa ho scoperto come al solito che sono un pirla perché in realtà funzionava benissimo quello di prima visto che il nuovo, che secondo me non era nemmeno nuovo perché la confezione era sì chiusa con quei nastri bianchi rigidi ma dentro i pezzi erano privi dei regolari involucri protettivi e quindi ho scoperto di aver cambiato un ricevitore nuovo con uno usato, dava lo stesso problema di quello vecchio, ero io che mi sarei dovuto ricordare che il mio tv mivar è vecchio e ogni tanto non va automaticamente su AV oppure ci va ma poi misteriosamente scappa via e allora non si vede più niente.
    così stanotte sono andato a dormire verso le due e mi sono messo sul canale Iris e dopo un po' mi sono addormentato. ho dormito tutta la notte con la tv accesa. ogni tanto mi svegliavo per il rumore di quello che succedeva in tv, saranno passati due o tre film. e stamattina ho sentito la sigla di un telefilm che secondo me era A-team, ero in quello che si dice dormiveglia e sentivo questa sigla che poi io A-team non l'ho quasi mai visto, è uno di quei pochi telefilm anni 80 che non mi piacevano però ero quasi sicuro che fosse A-team (adesso so che era A-team perché ho cercato su youtube e ho avuto la conferma) ma siccome stavo più o meno dormendo il mio cervello ha creato un telefilm diverso in cui la squadra di A-team era composta da Mazinga, Daitarn, l'Uomo Tigre e un altro essere tipo robot ma con la faccia da cane, o da volpe, non mi ricordo bene. erano questi 4 supereroi sul ciglio di una scarpata, uno di fianco all'altro tutti in posa marziale ed eroica e sotto sentivo la sigla, poi succedeva qualcosa, c'era un po' di azione, e mi ricordo che notavo con dispiacere che l'Uomo Tigre era leggerissimamente più basso degli altre tre, ma a quel punto il sonno profondo prendeva il sopravvento. poi un po' dopo mi sono svegliato un'altra volta perché c'era un'altra sigla, e su quella non potevo sbagliarmi, perché era la sigla di Hazzard, questa è la ballata di bo e luke, due ragazzi in gamba con la marcia in più (o con "una" marcia in più, non ho mai capito cosa dice il cantante) e perché io di Hazzard ho visto tutte le puntate, tutte nessuna esclusa, con mio fratello, nei nostri pomeriggi casalinghi trascorsi a giocare e guardare telefilm senza mai fare i compiti. e in effetti penso che succeda anche agli altri di sentire o vedere qualcosa nel sogno che poi quando sei completamente sveglio ti rimane in testa e non se ne va per un bel po'. infatti mi sono alzato con la canzone di Hazzard bella fissa nel cranio, che Hazzard era già finito da un pezzo e comunque non l'avevo neanche visto perché dopo la sigla mi ero addormentato un'altra volta, sono andato al cesso canticchiando la ballata di bo e luke, mi sono lavato, sempre in compagnia dei due di cui sopra, ho acceso la tv del soggiorno e l'ho guardata per un po' e sempre con Hazzard in testa, poi mi sono vestito e mentre ero sulla porta la custode mi ha citofonato per dirmi che c'era quello del gas che veniva a fare la lettura, allora l'ho aspettato e gli ho chiesto se sapeva dov'era il contatore, lui mi ha detto no. l'abbiamo cercato fuori sul balcone ma non c'era. poi mi sono ricordato che era dentro un mobile, l'avrò visto 1000 volte e sono tre anni e rotti che abito in quella casa ma in quel momento non mi ricordavo dov'era. l'uomo del gas ha fatto delle foto e poi mi ha detto che aveva l'ordine di staccarmi il gas. ma come, ho detto io, no! in realtà ho fatto la finta perché lo sapevo che avevo un sacco di bollette del gas non pagate, che poi qualche mese fa mi avevano staccato anche la luce. allora lui mi ha detto senta se paga subito forse non glielo staccano, perché per staccarlo devono venire con l'autoscala e tranciare il tubo. accidenti, ho pensato. allora dopo un minuto sono sceso e l'uomo del gas era giù che parlava con la custode per sapere quanti piani sono nel mio stabile, quante scale e chi è l'amministratore. nel frattempo io, sempre con la sigla di Hazzard in testa, sono andato in macchina e pensavo se era meglio andare direttamente alla A2A e pagare lì oppure pagare comodamente online dallo studio e ho scelto di andare in studio.
    arrivo in piazza Buozzi e devo dare la precedenza, cosa che non mi crea nessun problema. e in quel momento, da sinistra, arriva un furgone (un VW Crafter per la precisione) che sulla fiancata ha disegnata la macchina di bo e luke, ovvero il Generale Lee, con lo 01 e tutto il resto. identica all'originale.
    accidenti, ho detto. erano trent'anni che non sentivo la sigla di Hazzard, se non son trenta son ventotto, e stamattina la risento, e mi resta in testa, 'sta ballata ridicola, che c'ha pure un middle eight ancora più ridicolo, mi resta in testa in continuazione, e mentre sono in macchina e ascolto la Bonino che parla del funerale della Melato con la sigla di Hazzard in sottofondo, appare davanti a me la macchina di Hazzard. e allora ho pensato quante possibilità c'erano di incontrare, proprio stamattina, a un incrocio non semaforizzato, un furgone con disegnata sopra la macchina di Hazzard, considerando tutte le variabili, ivi compreso il numero n di veicoli circolanti a Milano che abbiano disegnato il Generale Lee sulla fiancata?
    poche.

    venerdì 11 gennaio 2013

    due film, e forse altro

    camminò a piedi nudi sull'erba, la mano di lei nella sua.
    si sdraiò ai piedi di un albero, la testa sul suo grembo.

    non esiste il caso, non esiste il tempo. e noi siamo la nostra memoria
    bla. bla.

    il nostro problema è che la cognizione del tempo è la condanna alla cognizione del tempo.

    uno dei film più belli degli ultimi duecentomila anni è Eternal sunshine of the spotless mind. decisamente un film da vedere e ri-vedere.

    l'uomo ha fatto molti film sul tema del tempo e della memoria. molti belli, altri no, come sempre.
    non ho voglia di elencarli.
    il più brutto di tutti è Memento, di Christopher Nolan, uno dei registi più sopravvalutati del mondo e, come spesso accade, anche uno dei più boriosi.
    il più divertente, per quanto ricordi, è “Clean slate” (“Amnesia investigativa” il titolo italiano) in cui Dana Carvey interpreta un investigatore che non ricorda quello che è successo il giorno prima. l’ho visto una volta sola e me lo ricordo bellissimo, poi chi lo sa. Dana Carvey è assurto a membro permanente del mio personalissimo empireo quando l’ho visto fare l’imitazione di Paul McCartney al David Letterman show. poi gli ho visto fare altre cose divertenti e geniali. da noi è famoso solo per il film Fusi di testa, che aprì a Mike Myers, ma non a lui, le porte del successo planetario.

    poi c'è Midnight in Paris, visto 5 o 6 volte di seguito.
    Allen sa che la nostalgia è tratto incancellabile dell'animo umano. ma al suo alter ego fa incontrare un'illuminazione che lo porta ad apprezzare in via definitiva il presente. il film è delizioso, al di là del tema. io sono rimasto sconvolto da una scena in cui Marion Cotillard, che interpreta una giovane amante di Picasso, racconta, brevissimamente, la sua vita. mi è sembrata un'interpretazione perfino al di là delle intenzioni del regista. una specie di trasfigurazione cinematografica, di ipercinema. mi è apparsa allo stesso tempo fragilissima, debolissima, addolorata, anzi disperata, e, impercettibilmente, un velo negli occhi, cattiva. sono rimasto ossessionato per giorni dalla Cotillard, e ancora lo sono dal pezzo di Stephane Wrembel, che punteggia le notti vaghe del protagonista.
    qui decidono di vivere l'oggi. e si incamminano la notte sul lungosenna sotto la pioggia.

    là ci riprovano.
    erano sinceri, ci hanno provato, il cuore pulito, ma è andata male. si sono fatti male, entrambi, al punto di volersi cancellare l'uno dalla vita dell'altro. poi il caso - il caso - li fa ritrovare. e, fatta la terribile scoperta, ci riprovano.
    è l'unica scommessa per cui vale la pena vivere: rivivere qualcosa sperando che possa andare diversamente. sperando di poter cambiare.

    proprio come quando guardiamo un bambino.
    lo guardiamo perché solo guardandolo speriamo di riuscire a rivivere lo stupore.


    giovedì 10 gennaio 2013

    il processo irreversibile


    bang.
    freddo. poi la cellula, poi, l’uomo.
    pietra, bronzo, ferro.
    l’agricoltura, poi l’industria.
    e poi, bang.

    Dio disse: “sia la luce”
    e la luce, purtroppo, fu.