giovedì 2 febbraio 2017

Gianfranca

La madre di mia nonna aveva due figli. Il primogenito, maschio, si chiamava Gianfranco, ed era il preferito della mamma. La seconda, mia nonna, Lucilla. Gianfranco morì per un fatto improvviso che non aveva vent'anni. Quando andarono a informarla della tragedia, la mia bisnonna si trovava con mia nonna e d'impulso disse: "non poteva morirmi questa invece?".
Mia nonna portò l'orrendo fardello di quella frase per tutta la vita.
Per tutta la vita cercò l'amore di sua madre, un gesto, una carezza, un complimento.
Quando aveva 90 anni la mia bisnonna cadde per le scale e si ruppe il femore, Venne portata in ospedale e da lì non uscì più. Mia nonna aveva cercato in tutti i modi di strapparla alla morte. Vedendo che si lasciava andare a poco a poco, le portava tutti i giorni cose buone cucinate o preparate da lei sperando che mangiasse, Pochi giorni prima della fine la madre in qualche modo si scusò con mia nonna e le disse che aveva sbagliato. Le parole esatte non le sa più nessuno ormai, ma mia nonna se le fece bastare. Non distrussero il fardello, ma so che lo resero più leggero.
Appena morto Gianfranco, la mia bisnonna mise in azione il marito per un altro figlio. Nacque una femmina. Fu chiamata Gianfranca.
Per tutta la vita mia zia visse con l'orrendo fardello di una vita da sostituta.
Sposò un uomo che non la amava e che la trattava come una serva. Non avendo alcuna stima di se stessa accettò una vita infelice, amara. Ciononostante, si mostrava sempre allegra, sempre vitale.
Devastata dal cancro, ebbe una morte atroce,
L'unica cosa che fui in grado di fare per lei fu dedicarle un pensiero il giorno che superai l'esame di procedura penale comparata. Era morta da poco, e mi ricordo che uscendo in via Bergamini mi volsi al cielo e dissi Franca è per te. Non so perché lo dissi, era un modo per far arrivare la mia gioia a una persona che ne aveva vista poca. Mi vergogno di questo fatto. Ma è quello che è successo.
Adesso scrivo questo post pensando a mia zia Franca, che visse sempre accanto al fantasma del fratello premorto, e a mia nonna, che per tutta la vita attese una parola da sua madre.
Mia nonna non fu una buona madre per mia madre. Mia madre crebbe con la Franca, che le fece da mamma e da sorella maggiore. Con sua madre non andò mai d'accordo.
La Franca ce la mise tutta per essere una buona madre per i suoi due figli. Non so quanto riconobbero i suoi sforzi.












aspettando il pasticciere

essendo l'umiliazione di noi stessi e degli altri, in ogni forma possibile, il tratto distintivo dell'oggi, ad onta del dilagare dei "mi piace", che ne costituiscono invero il versante necessario, non stupisce che un film ORRIDO come Whiplash sia stato coperto di elogi da parte della critica compatta. addirittura ho letto di qualcuno che ha scomodato nientemeno che Il Soccombente di Thomas Bernhard, a suffragare discendenze letterarie alte.
Whiplash, del giovanissimo e stronzissimo Damien Chazelle tratta dell'educazione sentimentale di un giovane aspirante batterista attraverso la sua continua umiliazione da parte del suo insegnante.
la frase centrale del film, che racchiude la poetica del regista, è che non bisogna mai dire a uno che ha fatto un buon lavoro (good job), anzi è la cosa peggiore che gli si può dire, perché se gliela si dice questo smette di impegnarsi, mentre invece se lo si mortifica in ogni modo diventerà davvero bravo.
non stupisce dunque nemmeno che un musical che ha come protagonista Ryan Gosling sia stato già giudicato, dalla stessa critica, un capolavoro.
io già odio Ryan Gosling (questione di faccia, di gesti, di ruoli, di atteggiamenti, di comportamenti); già Chazelle non mi è simpatico, figuriamoci.
preferisco aspettare, a questo punto, un musical imperniato sulla figura di un pasticciere trotzkista nell'Italia degli anni'50.

martedì 13 dicembre 2016

#noallaviolenzasuimaschi


un fiume impetuoso scorre dentro di me. costringerlo nel misero alveo di questo scritto non fa che aumentarne l'intensità. ma es muss sein, come disse quel tale.
non è più accettabile osservare come placidi mentecatti la distruzione programmatica di noi stessi.
non solo il femminicidio (inteso come deve essere inteso, ovvero come omicidio di genere) non esiste, e di questo abbiamo già scritto. non esiste nemmeno la violenza sulle donne. lo scrivo in modo più comprensibile:
la violenza sulle donne non esiste
quello che esiste è la violenza sui maschi 
non conosco, né ho mai conosciuto in 50 anni di vita, personalmente o attraverso i racconti e le confessioni di altri, una donna che abbia subito violenza psicologica o fisica da un maschio. anzi, no. mi correggo. una. una signora in sicilia, vittima, lei sì, di un marito pazzo da legare. una.
quello che invece conosco, personalmente e attraverso i racconti e le confessioni di tanti, sono maschi che subiscono violenza fisica e psicologica da parte delle donne.
i maschi subiscono continuamente violenza da parte delle donne. e sono talmente annichilati da non riuscire nemmeno più a esprimersi, a ribellarsi, a fare alcunché. mentre le donne tuonano da ogni parte contro un fatto che non c'è, gli uomini continuano sistematicamente a subire.
subiscono in famiglia, all'interno delle omertose mura domestiche, dove le mogli li aggrediscono, li umiliano, li sbeffeggiano, gli si rivoltano contro, urlando, ricattando, minacciando, e a volte menando le mani o peggio.
subiscono fuori dalla famiglia, quando le donne, esasperate per non avere avuto un uomo all'altezza delle loro ambizioni, dei loro desideri, preparano la separazione, un procedimento attraverso il quale il maschio viene spogliato di ogni bene, defraudato del proprio ruolo di padre, costretto a vivere in miseria per garantire alla signora lo stesso tenore di vita che aveva durante il matrimonio, in virtù di un principio che non esiste nella legge e che nasce dalla giurisprudenza consolidata da donne magistrato.
le donne hanno perduto, in questa fetta di salame che è il nostro evo, la loro ontologia. l'hanno tradita, l'hanno pervertita. gli uomini l'hanno a loro volta smarrita. si sono messi a osservare, con beata stolidità, la progressiva spoliazione di ogni senso di mascolinità all'interno della società e della famiglia. la scomparsa del ruolo del padre e del compagno. la scomparsa del genere, anche nel vocabolario della lingua italiana. un fatto spaventoso, cui i giornalisti alla cazzullo plaudono tutti contenti. forse pensavano, pensavamo, dovrei dire, perché è la mia generazione che ha generato tutto questo, di scopare di più. andare dietro alle donnine e dargli il contentino le avrebbe rese più docili, meno rompicoglioni. ce l'avrebbero data di più. invece no. giustamente la donna 2.0 si lamenta che i maschi non esistono più. perché anche la donna più ridicola, alla boldrini, per capirci, quella che vuole dire presidenta e sindaca e magistrata, anche lei vuole, vuole fortissimamemte essere presa da dietro e chiavata, tenuta a faccia in giù mentre il cazzo del suo uomo la scopa come si deve. non esiste donna al mondo che non lo voglia, e questa è la verità.
l'uomo moderno, femminilizzato nella forma e nel contenuto, reso impotente dalla moda e dalla pubblicità del mondo capitalistico, non è più un maschio. e se continuerà su questa strada, perderà anche l'unica cosa che ancora gli resta di diverso rispetto alla donna: la forza fisica, buona ormai solo per prendere gli articoli più in alto sugli scaffali dei supermercati.
allora vengo alla pars construens.
donne, uomini: ritrovate la vostra ontologia.
una donna vuole un uomo, e un uomo una donna.
non c'è uomo che non desideri innalzare la propria donna su un piedistallo, e venerarla, e adorarla, e compiacerla, e darle attenzioni, e rispettarla. non c'è piacere più grande per un uomo della soddisfazione della sua compagna.
nello stesso tempo non c'è soddisfazione più grande per una donna di sentirsi amata, rispettata e venerata dal suo uomo, purché sia un uomo, e si comporti da uomo, e la protegga, la curi, le dia attenzioni, si preoccupi dei suoi bisogni.
questo vogliono le donne, è la loro ontologia. essere rispettate e protette. così una donna può dare tutta se stessa al proprio uomo, in una misura che un uomo non può nemmeno immaginare, con uno spirito di devozione e sacrificio che solo la donna, ontologicamente, ha.
dunque la soluzione non è cambiare le desinenze dei sostantivi, amiche mie.
le desinenze dei sostantivi, la dieta, la palestra, le pari opportunità, le quote rosa sono perversioni della sottocultura capitalista che permea il mondo moderno.
basta con le bugie: smettetela di insistere su un fatto che nessuna di voi ha mai conosciuto. smettetela voi di violentare i vostri uomini, di trattarli come poveri deficienti, di servirvi di loro come utensili, smettetela di riempirvi la bocca di luoghi comuni completamente privi di senso (tipo "le donne sanno fare più cose insieme"), smettetela di essere banali, di dire cose banali, rimasticate, trite e ritrite, smettetela di essere tormentate dal consenso altrui, tornate ad essere quello che siete. gli uomini vi amano per quello che siete, ontologicamente, ovvero accoglienti e conservatrici. le altre donne, le vostre vere rivali, faranno la loro gara, come è in natura. il nuovo femminismo non vi farà trovare alleate, ma nemiche silenziose, e nello stesso tempo perderete quello che più desiderate.
forse il processo è inarrestabile. forse siamo nella curva verso il basso, e solo i nostri pronipoti vedranno un mondo diverso, nel quale l'uomo va a caccia e porta a casa il cibo per la sua famiglia, dopo avere combattuto e vinto e superato molti ostacoli, torna a casa dalla sua donna accogliente e devota e dai suoi figli che lo aspettano e gli corrono incontro, e tutti insieme a tavola si guardano negli occhi e sono felici.








sabato 21 novembre 2015

le canzoni salvano la vita


dimmi che anche tu abbracci l'armadio
che anche tu appoggi la faccia sullo stipite della porta
che anche tu non riesci a dormire
dimmi che anche tu invochi
dimmi che anche tu cadi per terra e ti fai male
dimmi che anche tu continui a sperare, nonostante tutto. che a un certo punto non ci credevi più, poi hai cominciato a crederci ancora e quando hai cominciato ti hanno accoltellato.
dimmi che lo sai che sei un sacco di merda e che le tue parole e le tue azioni non salveranno nessuno.

sinfonia otto. primo movimento. furtwängler.

lunedì 2 marzo 2015

ho incontrato federico

è successo qualche mese fa, prima di natale. avevo preso appuntamento con Giovannangelo per scambiarci gli auguri. un'occasione per vederci.
quando sei con Giovannangelo può succedere di tutto, egli è, sebbene suo malgrado, un essere demiurgico, è capace di modificare la realtà. è come se avesse dei superpoteri che non so decifrare. quello che so è che quando c'è lui le persone e le cose smettono di funzionare e si mettono a dire e fare cose strane. è vero. è una specie di disturbatore involontario di segnale. un jammer del reale. è per quello che mi piace, Giovannangelo, è un baco del sistema. me ne ha combinate di tutti i colori, ma gli voglio bene e per un certo periodo ho desiderato di adottarlo, anche se è solo di pochi anni più giovane di me. secondo me tutti i maschi adulti a una certa età dovrebbero adottare un giovane uomo, o anche più di uno, come si usava nei tempi che furono.
insomma, dopo i saluti e gli abbracci di rito siamo andati a mangiare un panino nel bar di fronte allo studio.
ci accomodiamo nella zona soppalcata. mentre chiacchieriamo amabilmente intorno alla sua ultima ossessione, il celeberrimo passo di Gai Inst, 4,21  - Giovannangelo sostiene che il vindex non agiva pro se ma alieno nomine in qualità di mero garante, mentre tutta la dottrina romanistica da sempre dice il contrario - mentre mi dice che secondo lui il solebat in realtà è la corruzione di volebat, fa la sua apparizione nel locale Federico.

di lui ho scritto un panegirico qualche anno fa. all'epoca era conosciuto solo dai pochi, mentre adesso è una superstar della televisione (e non solo, come dirò più avanti). lo sto studiando da tempo: ha molta stima di sé e di quello che fa. eclettico, di cultura superiore alla media, sa fare buon uso della parola, ama certamente le cose belle (che per lui includono bei vestiti, buon vino, bei mobili). ogni tanto incappa in deplorevoli strafalcioni (per esempio storpiare Diana Rigg in Diana Ray- reato di lesa maestà - oppure chiamare Tony Curtis con il nome di Schultz invece che Schwartz), ma chi è senza peccato.

entra Federico e io immediatamente urlo: "eccolo, il numero uno, il numero uno!". Giovannangelo mi guarda con comprensibile stupore. Federico, giù di sotto, resta immobile. ordina qualcosa al bar. io mi interrogo sul da farsi, non capita tutti i giorni di incontrare uno dei propri idoli viventi. urlare una seconda volta è inopportuno: con tutta evidenza il mio idolo, che non può non avermi udito, non vuole essere tormentato. scendere e affrontarlo da fan, con guance imporporate, bava e l'immancabile balbuzie, potrebbe peggiorare la miserabile figura che ho già fatto.
risolvo di restare a chiacchierare del vindex con G. ma qualcosa devo fare. non posso lasciare le cose così. devo entrare in contatto con lui. lascio che sia l'istinto a guidarmi. invito G. a ritenere chiuso il pranzo, dal momento che i panini e le birre sono stati terminati, e scendiamo verso il bancone, dove F. sta bevendo qualcosa.
appena gli passo accanto noto che i suoi scarponcini hanno le stringhe slacciate e gli dico: "guardi che ha le scarpe slacciate". lui mi risponde: "sì, è intenzionale".
mentre pago le consumazioni, Federico - e qui sta tutto il mistero dell'episodio - contravviene alle sue intenzioni e appoggia, prima uno e poi l'altro, i suoi scarponcini sul primo gradino della scalinata e si allaccia le stringhe.
non sono soddisfatto. mi siedo con G. a un tavolino fuori del bar per fumare una sigaretta. so che Federico deve uscire prima o poi. infatti dopo pochi minuti esce. dico a G. che dobbiamo seguirlo. naturalmente G. non sa chi sia, e le mie risposte alle sue interrogazioni sul punto sono confuse e sbrindellate.
Federico entra nello stabile in cui si trova il mio studio. vuoi vedere che viene da me? no. si infila nel teatro che sta accanto, dove, scoprirò di lì a poco, terrà un one man show sulle olimpiadi del 1936.
da me invece viene G., e già che ci siamo ci fumiamo un'altra sigaretta.

venerdì 3 ottobre 2014

era ora

non voglio avere più niente da dire

domenica 24 agosto 2014

quando la parodia resta l'unico territorio disponibile

era da mesi che non lo leggevo più, non so perché, e allora mi sono rimesso a leggere il blog di paolo nori, che è uno scrittore e traduttore, bravo secondo me, anche se non ho mai letto nessuno dei suoi libri e nessuna delle sue traduzioni, anche se quella di oblomov mi sono ripromesso di leggerla, e presto, dico che è bravo per quello che leggo sul blog, dove scrive abbastanza spesso, direi, e dico che è bravo anche perché di solito mi trovo d'accordo con quello che dice, che se vuoi è una cosa un po' triste da dire e da ammettere ma è anche vera, anche se anche lui come tutti ha i suoi difetti, però è uno che ha tante cose in comune con me, per esempio ha una figlia abbastanza piccola (lui femmina, io maschio), mi pare di capire che è separato o divorziato dalla mamma della figlia, che non vive esattamente vicinissimo a lui, e però la porta in giro (la figlia) e le parla e la fa divertire e cerca di insegnarle le cose e anzi di imparare da lei e cerca di fare il papà e secondo me è anche un bravo papà, che è quello che tutti i papà vorrebbero sentirsi dire, e poi è uno che ha letto e legge tanti libri, anche se a ben vedere non è detto che uno scrittore debba per forza leggere, altrimenti sarebbe un lettore, lo scrittore è quello che scrive, però gli piacciono i russi, e la lingua russa, che è già di per sé una bellissima cosa, poi credo che stia abbastanza scomodo nel senso se gli viene richiesto di collocarsi politicamente, perché di fatto dimostra di non andare molto d'accordo con la politica, e con i politici, uno che è cresciuto a parma, dove hanno anche un po' di puzza (sotto al naso, s'intende), scrive su libero ma parla sempre del pd, conosce bene il partito, anche perché è del 63, cioè ha 4 anni più di me e cioè è cresciuto in un'epoca in cui la politica esisteva ancora, nel senso che la sera si parlava di quello, con o senza la birra, o con una birra in quattro, e quindi a noi e a lui gli è rimasta in testa questa cosa, si fa fatica a liberarsene anche quando tutto e tutti ti consigliano di farlo, e quindi diciamo che non lo so se alla fine mi piace o no, diciamo che mi piace perché parla di scrittori bravi, e poi ha scoperto venedikt erofeev, che da quello che leggo mi sembra un genio assoluto, come altri che pubblica e che se uno non li conosce grazie a lui li conosce, che poi è la funzione socialmente utile di un blog anche se (ma forse sono cattivo e mi lancio in illazioni che dovrei tenere per me) uno un blog non lo apre e lo coltiva per via della funzione socialmente utile di esso, e alla fine cosa importa se il blogger in questione ha il vezzo di raccontarci, anche solo epigrammaticamente, della metropolitana, del sudore, del burro, della frittata, della gente, delle sue paranoie, dei suoi oggetti, alla fine viviamo nell'epoca postmoderna in cui l'alto e il basso si intrecciano, si uniscono, si mischiano il lazzo e la preghiera, l'afflato cosmico e la pernacchia, erich auerbach e kimber james, si fondono, indissolubilmente, la riflessione alta sul mestiere dell'artista e la calca nell'ora di punta, le meditazioni sulla consolazione della letteratura e le difficoltà del quotidiano, alla fine è un po' come uno spaccato (spaccato, una parola che non si legge più) sulla realtà contemporanea, a volte tenero a volte caustico, dolce e amaro, ma alla fine se devo dire se mi piace o no dico che mi piace, chi se ne frega se a volte butta lì di come si sveglia la mattina, l'importante è che ha tradotto goncarov e erofeev, e che conosce il russo e io solo per quello, perché conosce il russo e la russia e credo anche i russi, che sono un popolo che uno deve conoscere altrimenti è meglio che si spari, io vorrei conoscere lui, dice cos'è la conoscenza per interposta persona, no, adesso ti dico, io per esempio ho appena finito di leggere un libro di demetrio volcic che tutti sanno chi è, e mi è venuta una voglia pazzesca di incontrarlo per chiedergli tante cose, di tante che ne ha viste con i suoi propri occhi, e sono andato sul facebook e ho visto che ci sono messaggi di alcuni altri estimatori del volcic tra cui uno che abitava nel suo condominio un sacco di anni fa che gli fanno i complimenti, e io allora ho pensato che non mi avrebbe risposto se gli avessi chiesto di incontrarmi per parlare un po', per ascoltarlo, che sarebbe una cosa bellissima, almeno credo, e allora non è intermediazione di conoscenza, non è che uno la russia la conosce solo se ci va, certo andarci è meglio, siamo d'accordo, ma è bello anche ascoltare chi ci è stato, conosce la lingua, gli usi e i relativi costumi, le tradizioni, le cose che uno non impara in una settimana col viaggetto organizzato, ecco perché mi piacerebbe conoscere anche lui, il nori, anche perché mi piace il suo misurato understatement, il suo restare sospeso, che, credo, è un atteggiamento sincero e non una posa, perché secondo me è una brava persona e ha capito che a volte i migliori sono quelli che fanno fatica a parlare e anche perché anche lui come me ascolta radio radicale e non sa perché, forse perchè i motivi per cui vale la pena fare una cosa sono quelli che fai la cosa ma non sai perché.

mercoledì 20 agosto 2014

perché viviamo come se le stelle non esistessero invece esistono

certo è una cosa che hanno pensato tutti e desiderato tutti è nel cosiddetto immaginario collettivo ed è bello che sia così nell'immaginario collettivo che a un certo punto uno sta guardando una trasmissione di quelle del dopo partita dove c'è il conduttore per esempio fabio caressa che parla e introduce i cosiddetti temi del dopo partita e si discute del 433 o del 352 delle assenze della preparazione dell'allenatore della tattica del rigore che c'era o non c'era e tutti compunti e seri dicono la loro facendo capire che ci tengono a quello che dicono e sono persone serie che lo fanno per mestiere e sono dei veri professionisti e sono ben vestiti nello studio e dicono che secondo loro questo e quello e a un certo punto arriva uno squalo bianco o tigre arriva in studio e in un solo boccone si ingoia il conduttore potrebbe anche essere un orso o un gorilla insomma un animale bello grosso arriva e se lo pappa tutto in un solo appunto boccone e tutti gli ospiti come si dice dello studio restano lì come si dice impietriti mentre lo squalo o il gorilla si vede che è bello gonfio per via del boccone che ha appena ingoiato e tutti restano lì con le loro cravatte e i vestiti grigi e le loro pettinature mentre il gorilla o squalo con gli occhi completamente vuoti e inespressivi come quelli del telecronista che c'era prima di lui d'altronde sono uguali alla fine uno dice non è che sia cambiato molto solo forse la voce è diversa adesso cosa facciamo intanto c'è un fatto che prima c'era un conduttore uomo e adesso non c'è più va bene ma tutto sommato forse funziona anche lo squalo

martedì 19 agosto 2014

la finestra

la finestra di fronte a me è uno specchio che riflette quello che vuole. sarebbe piaciuta a david lean, che ha costruito la più bella scena della storia del cinema con un vetro e due amanti. la mia riflette il viso e la v del collo di un soggetto maschile. ciò che vediamo lo vediamo grazie all'illuminazione di uno schermo di un piccolo computer. lo schermo è la fonte luminosa, il volto è riflesso nella finestra posta di fronte a lui.  la cosa curiosa è che non ne vediamo gli occhi. sotto gli occhiali è tutto molto fosco, quasi come quei pazienti dei reparti di oftalmologia, costretti a mettersi quelle terribili bende, quelle terribili garze.
se metto le mani davanti alla faccia le faccio diventare protagoniste della scena. decido di utilizzare la fonte luminosa per nascondere, rivelare, tagliare, creare.
quando uno sta morendo che cosa vuole portarsi dietro? qualche certezza, solo quello. io qualche certezza ce l'ho già, e sono tesori preziosi.
per esempio io so che ti ho voluto bene, e so che tu ne hai voluto a me, allora, in quel momento. ed è bello sapere, sapere che è vero, è davvero così. anche se non conta saperlo, né tanto meno scriverlo, è così e basta. sentirlo. io lo so, che ci siamo voluti bene. è stato quel sorriso, quel guizzo negli occhi, quel niente, quella pausa, quel silenzio, quel qualsiasi cosa sia stato, dovunque. comunque. quello ci ha fatto sentire che ci stavamo volendo bene, anzi l'abbiamo sentito di più nel tempo, e ancora oggi lo sentiamo, io come te, ed è per questo che alla fine, alla fine...se mi viene l'alzheimer come a mia nonna e non mi ricordo più niente forse conta anche scriverlo.

giovedì 7 agosto 2014

il parossismo della paratassi

in una scena del film la messa è finita, il nanni vestito da sacerdote si presenta in una libreria gestita da un suo ex amico, con il quale ai bei tempi, insieme ad altri, pubblicava una rivista engagée. nanni come al solito fa la superstar e se la prende con un cliente che, in cerca di un libro da regalare, si limita a sfogliarne alcuni senza leggere una riga.
il cliente ha ragione.

una volta quando andavo per libri lasciavo che fossero loro a scegliere me. una cosa romantica.
poi sono passato ai segnali. seguivo, indovinavo oscure tracce che mi indirizzavano verso questo o quello.
adesso che sono cresciuto mi sono dato una regola, più o meno, diciamo, sulla falsariga di quella che jeff goldblum riporta ai suoi ex compagni di scuola: non leggere mai più libri in cui i dialoghi occupino più del 10% del testo ovvero dominino periodi lunghi meno di dieci righe. ciò che restringe drasticamente il campo.
pazienza.
arrivo, sfoglio, vedo tante belle pagine di dialoghi, ripongo.
stimo la regola aurea, come la concinnitas ciceroniana (e lui era uno tosto), benché la corrispondenza tra complessità e qualità del testo non sia biunivoca.
thomas pynchon, per fare un grosso nome, segue la mia regola, ma scrive malissimo.
come dice woody allen: "uno può essere coltissimo e non afferrare la realtà oggettiva"; uno può essere coltissimo, una cultura enciclopedica come il thomas, ma non sapere mettere insieme un periodo che dia qualche soddisfazione ai sensi del lettore. ricordando richler, è come lo snooker, si tratta di metterla in buca.

il segno, uno dei segni, della letteratura moderna è la paratassi spinta alle sue estreme possibilità. niente subordinate. niente complicate costruzioni sintattiche. sì. no. bene. ciao. me ne andai. scesi in strada. pioveva. fanculo, presi un taxi. lei non c'era. merda. dovevo arrivare prima.

non è strano. letteratura fast food. mangio un panino al volo. mando una mail. scrivo un messaggio. scrivo un romanzo.

mio figlio ha una specie di programma o non so cosa che gli consente dal suo telefonino di mettere insieme a casaccio brandelli più o meno lunghi di messaggi ricevuti o inviati, e creare file di testo anche lunghissimi, completamente senza senso e quasi del tutto privi di interpunzione.

non so com'è, ma mi fanno ridere un sacco. ed è già tanto.


domenica 15 giugno 2014

memento formato mundial

vi ricordo che lo stronzo deve uscire integralmente.

domenica 18 maggio 2014

grido al capolavoro

mentre son lì che mi interrogo su artista e creazione, mi arriva un 747 sulla faccia.

The words, di Brian Klugman e Lee Sternthal, anche sceneggiatori.

uno scrittore scrive di uno scrittore che scrive di uno scrittore. metacinema. metatesto, intertesto. sono categorie nate dopo. l'intertestualità è sempre esistita.
cinema che non finisce mai, come le filastrocche che ricominciano dalla fine, in loop, ultimi cascami della tradizione orale.
non è una critica alla ricerca del consenso, né una risposta alla domanda se l'arte sia figlia del dolore, né un'ulteriore sentenza sull'incomunicabilità tra gli esseri umani.

Bradley Cooper, che è anche produttore esecutivo, non è purtroppo all'altezza del ruolo. lo è Jeremy Irons, emozionante, e lo è, inaspettatamente, anche Dennis Quaid, che ci guarda nell'ultimo fotogramma del film.

non esiste romanzo che non sia tanti romanzi. non esiste vita che non sia tante vite. Borges, che non era decostruzionista, ha costruito tutta la sua letteratura su questo. un libro che è tutti i libri. un racconto che contiene tutti i racconti, come le mille e una notte.

quando lessi per la prima volta Ubik, capolavoro di P.K. Dick, la mia mente restò imprigionata dalla frase che Joe Chip, il protagonista, trova scritta nel bagno: "voi siete tutti morti. io sono vivo". Anni dopo scoprii che questa stessa frase aveva sconvolto la vita di uno scrittore francese, Emmanuel Carrère, che usò la frase come titolo di un saggio su Dick. Lo scoprii leggendo un altro libro di Carrère (che racconta uno spaventoso fatto di cronaca) dopo aver visto il film da cui era tratto il libro. Il film  mi aveva  turbato profondissimamente. Prima del film non conoscevo né Carrère né il suo libro. le ossessioni si ripetono, si tramandano. le sue ossessioni erano le mie.

quando avevo 15 anni c'era un professore di religione, un certo professor airoldi, o ajroldi, con il quale litigavo sempre. lui quelli che non capivano le sue lezioni li chiamava "mongoli", ma non nel senso della mongolia. per me era fuori di testa e cattivo. durante le lezioni di religione a scuola, chiunque fosse il professore, alla fine saltava sempre fuori la domanda sul senso della vita, e io mi incazzavo.
qualche anno fa pensavo che il senso della vita fosse quello di migliorarsi come esseri umani. oggi penso che questa cosa del migliorarsi sia assolutamente ridicola. non che non vada perseguita: vivere nelle proprie feci è peggio che farsi la doccia tutte le mattine. le disequazioni e la poesia ci pongono su un più alto gradino rispetto all'orango. sono d'accordo. ognuno fa il suo, nel gioco dell'esistenza.

qualsiasi forma di vita vuole vivere. il batterio tende a riprodursi. la vita eterna, come ha acutamente osservato DOM, non è il girotondo con le lenzuola, ma è la vita per la vita. così l'arte vuole vivere, e tende a riprodursi. non esiste senso altro che la riproduzione, di noi stessi, delle nostre vite, delle nostre parole, del dolore che è in esse, delle nostre opere, delle nostre speranze, dei nostri fotogrammi.
quando leggiamo del dolore, accettiamo di conservarlo e di tramandarlo insieme con quelle parole.

dicono che la sceneggiatura del film somigli molto, moltissimo, a un romanzo di uno scrittore svizzero, pubblicato nel 2004, otto anni prima del film. gli autori dissero di non conoscere il romanzo e dimostrarono di aver scritto la sceneggiatura nel 2000. è verosimile pensare che gli sceneggiatori e il romanziere non si siano mai incontrati e che abbiano scritto la stessa storia.

domenica 11 maggio 2014

adesso lo dico

deve essere successo qualcosa, ma non so se voglio saperlo. direi che non voglio saperlo. tanto nella mia vita la cosa incide, credo, assai poco. è che non posso guardare la sigla di chiusura delle trasmissioni della rai, quella con le onde e il simbolo della tv. anche adesso mentre scrivo mi tremano le mani al solo pensiero. non riesco ad ascoltare quella musica. mi fa star male. deve essere successo qualcosa, ma non voglio saperlo. magari qualcosa di non molto importante, non credo di essere stato picchiato o violentato, non credo di aver visto qualcosa di terribile mentre c'era la maledetta sigla. magari ho solo visto i miei che facevano l'amore e son rimasto traumatizzato. magari li ho sentiti o visti litigare. magari sono stato sgridato da mio padre per qualche motivo. chissà cosa è successo. qualcosa è successo. in ogni caso, non sono diventato né un violento né un violentatore e ho avuto finora una normalissima vita sessuale. la sigla non la trasmettono più da tanti anni, al massimo ci incappi durante qualche trasmissione sulla storia della rai. e lì basta cambiare canale. credo che mi porterò il fardello nella tomba.

di conflitti, favole e chiese

il conflitto tra l'artista e la sua creazione, che informa di sé qualsiasi tentativo di approcciare temi alti, resta l'unico conflitto sul quale è ancora opportuno, forse, spaccarsi la testa.
anche Dio è in lotta perenne con l'Uomo. si fa fatica a capirsi, e il genitore tende a interpretare il genitore, di quando in quando.
uccidere le proprie creature non appena esse vengono alla luce è, peraltro, propensione antica quanto il Tempo, come sappiamo.
e una volta nate persiste, non solo nelle menti più malate, quel sottilissimo, gelido sentimento di proprietà.
alcuni si affidano alle fiamme, altri si limitano al nascondimento; altri, ancora più vili di questi ultimi, lasciano l'ingrato compito agli esecutori testamentari; altri ancora invece non riescono a fermarsi, troppo ubriacante il piacere della terracotta che continua a modellarsi sotto le mani.
si parva licet, il più crudele crimine inflitto a un'opera d'arte dal suo autore nella storia del genere umano, ad oggi, è, senza dubbio, dovendo noi parlare di ciò che, nato, è riuscito a sopravvivere, l'atroce, abominevole delitto perpetrato ai danni della cosiddetta "saga" di Guerre Stellari dal signor George Lucas.
poche opere come la prima trilogia appartengono al patrimonio collettivo del pianeta. c'è, sì, una consistente parte di mondo che ne ignora l'esistenza, ma è quella parte di mondo che non ha nemmeno da mangiare.
tutti, puristi compresi, si aspettavano grandi cose da Episodio I. poi compare Jar Jar Binks. la figura più detestata della storia, seconda forse solo all'ineffabile Yoko. nonostante gli insulti,  il demiurgo non si ferma. dopo la seconda trilogia rigira, rimonta, riplasma parte della prima, commettendo un sacrilegio dopo l'altro (il più clamoroso dei quali, ovviamente, piazzare l'ologramma di Hayden Christensen al posto di quello di Sebastian Shaw al termine di episodio VI).
il risultato è stato l'emergere di siti internet, petizioni popolari, manifestazioni di piazza, proclami, tutti volti alla restaurazione dell'opera nella edizione originale, ormai introvabile. niente da fare. bisogna rassegnarsi, o rivolgersi a qualche nerd. non esiste nessun'altra opera d'arte che possa vantare articoli, testimonianze, discussioni, diatribe come guerre stellari. è il furto più clamoroso della storia di un autore al suo pubblico.

il fatto è piccolo, va bene, ma involge aspetti disparati, e non tutti altrettanto piccoli.
dal punto di vista diciamo antropologico, il problema non c'è. qualsiasi cosa è uguale a qualsiasi cosa. se Leopardi, preso da chissà quale demone, avesse per esempio riscritto L'infinito prima dell'edizione napoletana aggiungendo a fine poesia le parole "di milk shake", come avrebbe fatto più tardi l'indimenticabile Clizia Gurrado, quella sarebbe L'infinito di Leopardi, e vai a dirgli che era meglio prima. il punto è che per chi guarda dall'alto non è né meglio né peggio.
dal punto di vista giuridico, la questione è semplice. il diritto d'autore comprende, tra i suoi vari diritti, anche il diritto all'elaborazione dell'opera. l'opera è, per il diritto, sempre del suo autore, oppure di colui al quale l'autore ha ceduto il diritto. non mai del pubblico.
cattivo, come sempre, il diritto.
ma, a monte, è "giusto" che esista il diritto d'autore?
la regina Anna (ne fa un ritratto assai manierato il buon Victor Hugo) si prese la briga di legiferare per prima, in maniera organica, sull'argomento. era da poco stata firmata l'Unione. da lì in poi, un susseguirsi come si dice di interventi. ma l'invenzione della stampa era, a tacer dei cinesi, già vecchia di due secoli e mezzo. non c'era questo sentire impellente di tutelar l'autore. né c'era mai stato prima, anzi. e allora perché?
la domanda è gustosa (non saprei trovare altro aggettivo) soprattutto oggi, nel momento in cui  il diritto d'autore prende botte a destra e sinistra.
e allora io dico: sono per una radicale rivisitazione del diritto d'autore. radicale. rivisitazione.
resta il punto di vista del sentimento di appartenenza, di cui ho già detto qualche tempo fa. e qui non c'è niente da fare.
fate quello che volete, Guerre Stellari è Star Wars 1977. punto.
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per conoscere un popolo bisogna conoscerne le tradizioni.
come i tedeschi, che prima di specializzarsi nell'industria pesante sono stati, per secoli, i poeti e i filosofi più raffinati e sensibili, così i russi, apparentemente glaciali, hanno lasciato invero opere di una delicatezza e allo stesso tempo di una profondità psicologica spaventose. nel milieu più basso, la tradizione popolare consegna canzoni e favole che traboccano di sentimento (non è un caso che il più grande studioso della fiaba sia un russo).
a volte esagerano, come nel racconto che segue, più straziante di una favola di Wilde.

una bambina graffia l'auto del padre, alla quale questi è molto affezionato. il padre la punisce severamente picchiandola sulla mano con la quale ha compiuto il misfatto. così severamente che la bambina viene portata in ospedale. i medici dicono che dovranno amputare alla piccola  tutte le prime falangi della mano. la piccola, pentita, cerca di rassicurare il padre e gli dice: "non ti preoccupare papà, tanto ricrescono". il padre, distrutto, si toglie la vita. poco prima aveva guardato meglio il graffio sull'auto. la bambina aveva scritto: "papà, ti amo".
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avevo detto che ci sarei andato a Verona a suonare. saremmo stati tre gruppi, una cosa in famiglia, il locale solo per noi, e per fine serata la torrida prospettiva di una jam. ma, per motivi di cui non ero responsabile, s'erano ormai fatte le otto passate, e mio fratello era senz'altro già partito; partendo a quell'ora non sarei arrivato prima delle dieci. sarei stato, presumibilmente, tra amici, ma alla fine forse non ne valeva la pena, visto che saremmo dovuti tornare la sera stessa.
optai, optammo, per un aperitivo. la successiva passeggiata ci condusse davanti a una delle più belle e più antiche basiliche di Milano. nonostante l'ora, era aperta. evidentemente qualche liturgia extra. entrammo. davanti all'altare, un gruppo di bambini seduti. alla loro sinistra, ragazzi che cantavano e suonavano la chitarra.
in quel momento capii: ero lì che dovevo andare, non a Verona.

giovedì 1 maggio 2014

della superiorità morale dei francesi

sciovinisti e gozzoni e tutto, ma a loro non gli viene neanche in mente di usare la parola selfie.