mercoledì 2 luglio 2008

della memoria

non c'è molto da fare se non lasciare qualcosa.

un'amica un giorno mi disse la cosa più giusta: leggiamo proust per un solo motivo: perché non siamo proust.

ognuno però può lasciare qualcosa, preferibilmente non ai propri figli. una volta i figli venivano e basta, poi s'è cominciato a farli perché erano forza lavoro, poi perché avessero una bella vita da vivere, poi perché somigliassero a noi. forse bisognerebbe lasciare loro il meno possibile di noi. io ci sto riuscendo, con alterne soddisfazioni. pochi riescono ad andare oltre l'idea di lasciare qualcosa per qualcuno in particolare, anche perché pochi possono farlo.
ma anche quei molti che non possono, possono dare il loro buon contributo.

l'uomo è la sua memoria. senza memoria non c'è uomo.
io sono quello sono stato, quello che mi ha generato e colui che ha generato il mio generante, e così via. io sono la memoria di tutti gli uomini, e loro sono la mia.
la tradizione orale è, prima ancora della posa delle pietre (che ne è la declinazione rozza), l'originaria grande, sublime necessità percepita dall'uomo.
i nastri magnetici sono già scomparsi. presto con loro il cd, il dvd, l'i-pod. la pagine ingialliscono e piano piano si fanno polvere. se ne stamperanno altre, certo, che riprodurranno quelle. continuiamo a "salvare" i nostri documenti su supporti invisibili, destinati a morte certa e vicina. continuiamo a volerli "salvare" cambiando ogni anno il luogo dove stanno per morire.

The glacier knocks in the cupboard,
The desert sighs in the bed,
And the crack in the tea-cup opens
A lane to the land of the dead.

se facciamo fatica a comunicare, come è ben noto, pazienza. proviamoci lo stesso. entriamo in un negozio e diciamo qualcosa. quando siamo alla cassa possiamo dire: "lo sa, auden è un poeta qui là sopravvalutato sottovalutato questo certo fa un po' così, cosà, però alla fine, beh" al che la cassiera si interroga. l'esempio è eccessivo, sebbene la cassiera abbia certamente avuto a che fare con auden più di quanto non creda, un po' come tutti noi con il nuovo testamento.

ma insomma il senso è: lasciamo qualcosa di noi stessi al prossimo sconosciuto. fosse anche cacca, come questo blog.
perfino alle feste, chi ci va, ci va per lasciare un ricordo di sé. così ci può essere un giorno uno che dice ah sì mi ricordo, l'ho visto a una festa, ha fatto questo e quest'altro. ancora oggi la festa partecipa della dimensione rituale.
e allora perché non farlo anche negli altri momenti della giornata? chiamare un amico e dirgli sai ho pensato che...

3 commenti:

il corsaro ha detto...

anime di passaggio,
figli di una volontà che non comprendiamo

caduti in questo mondo da un'origine ignota
in viaggio verso una meta che non conosciamo.

possediamo individualità che non si spiegano,
ma che coltivano la presunzione di essere eterne.


E' questo che ci spinge gli uni verso gli altri, questo senso di solitudine ed incompletezza.
Eppure la nostra individualità è così blindata ed isolata che è un grosso mistero come si possano creare sintonie, amicizie, affetti, amore.

Forse la comunione di due individualità si realizza nell'intuizione che l'altro stia provando ciò che l'uno prova.

In realtà è una presunzione che deriva dal confronto di ciò che si esprime attraverso le parole, i gesti, i modi di reagire, i gusti.

Più si trovano punti di contatto più c'è la probabilità che ci sia sintonia di emozioni e sentimenti.
E' un metodo sperimentale di affinamento dell'approssimazione, ma nulla ci conforta sul fatto che
si possa giungere a conclusioni veritiere.

pim ha detto...

tutto vero e tutto giusto.
come sempre.

SiG ha detto...

"Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte, o se non vengo affatto?"

Simone.