lunedì 12 gennaio 2009

elogio della banalità e dei fiori

oggi ho visto il film across the universe, di julie taymor.
un film bellissimo.
a me piacciono i film scontati, in cui sai già come va a finire. il colpo di scena è sempre un colpo basso, e insieme una dichiarazione di insufficienza. le storie scontate richiedono molta bravura.

la banalità, va da sé, è un disvalore da quando si ritiene un valore l'originalità.
ma l'originalità non ha nulla a che vedere col talento. l'uomo è creativo, non originale. è tradizionale, non banale. la memoria non è mai noiosa, la Storia mai banale.

il film riesce, emozionando spesso, a raccontare una storia d'amore e a dare un messaggio di pace, entrambi soggetti antichi. nello stesso tempo riesce nella difficilissima operazione di interpretare più di trenta canzoni dei beatles e di ricordare un decennio. una storia prevedibile dentro il momento in cui prese piede la sottocultura.

a me sarebbe piaciuto vivere al greenwich village o a londra tra il 1965 e il 1970.
mi sarebbe piaciuto vivere in un mondo in cui ognuno poteva vestirsi come voleva senza correre il rischio di sembrare uno sfigato, ovvero non degno.

il fatto che ognuno sia obbligato a indosssare un certo vestito per non incontrare il rifiuto del suo prossimo ci conduce a un mondo retto da dittatori folli, popolato da uomini decerebrati, a un consorzio coatto, di quelli deplorati dalla letteratura.
invece è il mondo democratico di oggi. di oggi, qui.
attribuisco una considerevole porzione di responsabilità a quest'uomo.

se scorro le fotografie dei miei primi anni scolastici, vedo un gruppo di ragazzi che non avevano il problema della marca delle scarpe, delle calze, dei guanti, degli occhiali.

giorgio armani è stato, in italia prima e nel mondo poi, il più grande interprete e testimone della cultura della griffe.
ciò che a mio avviso rappresenta la rovina del mondo moderno.

ricordo che quando ho provato a insegnare diritto in una scuola per pluribocciati, alla periferia povera di milano, i miei studenti quindicenni vestivano solo capi "firmati".

il libero mercato ha abolito la differenza di classe.

paradossale, no?

3 commenti:

FB ha detto...

ricordo che da bambino se mi facevano vedere una maglietta con qualche scritta la scartavo subito. preferivo il tinta unita senza loghi, stampe o altro. ora ogni tanto cedo, ma più per vanità che per altro.
mi ricordo che verso la metà degli anni 80 lentamente sono subentrate le griffe, e il senso di appartenenza ad un gruppo era rivelato soprattutto dal vestito. ora non ci sono più gruppi di pensiero in cui identificarsi. se una volta paninari, cinesi, metallari e dark potevano distinguersi con un vestito proclamando una identità di pensiero, ora il capo firmato identifica la persona ben inserita nella società. ma credo anche che armani abbia solo approfittato del potere della pubblicità, ed in questo senso il vero burattinaio qui è sempre il nano.

br1 ha detto...

Un film leggero con quella malinconia che piace "Across the universe"...concordo sul vivere in quegli anni, ma purtroppo non ci restano che questi...e la cosa non piace.

Anonimo ha detto...

http://www.rai.tv/mpplaymedia/0,,RaiTre-Report^23^45413,00.html

Across the Universe fri i musical piu' belli degli ultimi anni.

D&G