martedì 29 aprile 2008

safety car

delle variopinte emozioni dell'uomo sono fonte anche i fatti che non dovrebbero accadere. si tratta, per lo più, di avvenimenti d'importanza relativa. avvenimenti che però, ed è il motivo dell'amarezza, rivelano l'esistenza di un disegno distratto, beffardo, un po' arbitrario, ovvero ciò che nessuno vorrebbe.
la morte di una persona cara, per quanto dolorosa, non rientra tra questi eventi; mentre vi rientra, per esempio, la rovinosa caduta del giovane campione.
la morte di ayrton senna vi rientra, non la morte di gilles villeneuve.
perché, mi si dirà.
perché villeneuve era un pilota coraggioso, forte, eroico. era il giovane venuto dal nulla, timido, affamato, arcaico. era l'eccesso, la bellezza oltre il limite. la morte era il suo destino.
senna no. senna era la formula uno. era impossibile che morisse, il suo destino era invecchiare e restare, essere intervistato ottantenne tra i trofei. era l'unico dio tra i piloti, intoccabile, inafferrabile. e gli dei non muoiono.

il giorno in cui morì ayrton senna persi, rendendomene conto anni dopo, ogni interesse per la formula uno. la saga di schumacher e il suo protagonista non hanno mai fatto davvero vibrare i lombi di nessuno, al di fuori, forse, di qualche triste modenese.
ad aggiungere noia ad un evento sportivo già abbastanza soporifero, da qualche anno a questa parte, per motivi di sicurezza, i capi della fia hanno introdotto la safety car.

un'invenzione del demonio.

la gente guarda il gran premio di formula uno per un solo motivo: sperando che alla prima curva, dieci secondi dopo la partenza, si verifichi un incidente colossale, auto in mille pezzi, sangue.
che è lo stesso motivo per cui la gente vuole vedere il tie break del quinto, o il massimo che crolla al tappeto con gli occhi completamente tumefatti. che poi è lo stesso motivo per cui si formano le file di curiosi ad ogni sinistro stradale, ovviamente.

il motore è il sangue. come sempre.
esorcismo della morte? anche.

gli esempi si potrebbero moltiplicare.
il bello della corrida, anzi il suo unico scopo, è il sangue. la certezza dell'uccisione violenta del toro insieme con l'ipotesi di una bella cornata nella pancia del torero.
così nei giochi più antichi, nelle arene la cui polvere si mischiava sempre e comunque ai liquidi organici degli atleti. più vicini a noi, gli orridi programmi di tivù realtà, con le immagini dei videoamatori o della polizia.

la vicinanza della morte, lo spettacolo della morte è la sensazione più eccitante del mondo, spesso insostenibile. lo è al punto che per renderla fruibile calmierando il dolore l'uomo organizza una rappresentazione in cui la morte è solo possibile. la possibilità ci eccita abbastanza da rendere gradevole la visione.

e dunque, tutto ciò che rende il possibile meno probabile, rende lo spettacolo meno interessante.
figuriamoci che bello vedere venti giri di automobili da corsa in coda a 80 km/h dietro una mercedes lampeggiante.

quindi io vi dico: viva le lamiere contorte e l'olio sulla pista.

4 commenti:

FB ha detto...

l'ho detto anch'io. e lo ribadisco.
credo che dovrebbero far gareggiare solamente assassini e delinquenti mafiosi con macchine senza freni, per rendere più interessante la formula uno. ormai è di una noia mortale.
quando dici il "massimo al tappeto" pensavo per un attimo che intendessi mio cognato.

pim ha detto...

perché è un tuo pensiero ricorrente.

Anonimo ha detto...

Concordo su tutto tranne che sulla corrida. Non è lo spettacolo della morte del toro né la speranza di quella del torero, il bello della corrida (per quel genere di sensazioni ci sono la lotta tra i galli e la feria de San Fermìn a Pamplona).
La corrida è la rappresentazione del trionfo della ragione e dell'eleganza (il torero) sulla forza bruta della natura (il toro). E' uno spetacolo profondamente morale che insegna come l'elenanza maggiore (le figure del matador: la rueda, la veronica...) si raggiunga solo a pochi millimetri dal rischio di morire (le corna del toro).
E' la Grecia classica, il kalòs kai agathòs.
Non per niente era lo spettacolo preferito degli illuministi spagnoli tra il XVIII ed il XIX secolo (Goya in testa).
AM

pim ha detto...

tutto giusto. ma non meno vero che il pubblico non si ecciterebbe senza le corna né senza le banderillas opportunamente, e come bene dici tu, elegantemente conficcate.