giovedì 24 gennaio 2008

rita c'est moi

ecco, io quello che a vent'anni gira con la sciarpa al collo e nietzsche in tasca lo odio.
il biondo fluente che si mette in disparte a leggere il poeta turco e fa il tormentato o il misterioso, è il tipo di individuo che ho sempre faticato a sorreggere.

io a quindici anni trovai che grand hotel excelsior era un grande film. a venti mi diedi arie da critico cinematografico perché avevo visto lola montes, un chien andalou, mabuse e una retrospettiva su hawks.

la verità è che di cinema non capisco niente. zero.
non solo, mi ritengo incapace di fornire un contributo di minima qualità intorno a qualsiasi argomento. le scienze mi sono pressoché integralmente ignote. la letteratura mi è sfuggita. la storia non ne parliamo. la filosofia la solita grande occasione mancata. il diritto, unica disciplina che bene o male avevo imparato a comprendere e penetrare, è ormai ridotto a uno stanco corpuscolo di nozioni disparate e inorganiche.

più leggo, meno capisco.
aveva ragione pasolini, che cercava la purezza degli analfabeti.
ormai sono in mezzo, come la mia amica rita. né qui, né là. ignorante per sempre.

ciò nondimeno, o meglio ciò premesso, visto che non ho vent'anni ma quaranta, ho preso in mano il filosofo tedesco e ne cito un passo (genealogia della morale, 1887)

"Se si prescinde dall'ideale ascetico, l'uomo, l'animale uomo non ha avuto fino ad oggi alcun senso. La sua esistenza sulla terra é stata vuota di ogni meta; «a che scopo l'uomo?» - fu una domanda senza risposta ...; dietro ogni grande destino umano risuonava, a guisa di ritornello, un ancor più grande «invano!». Questo appunto significava l'ideale ascetico: che qualche cosa mancava, che un'enorme lacuna circondava l'uomo - egli non sapeva giustificare, spiegare affermare se stesso, soffriva del problema del suo significato. Soffriva anche d'altro, era principalmente un animale malaticcio: ma non la sofferenza in se stessa era il suo problema, bensì il fatto che il grido della domanda «a che scopo soffrire?» restasse senza risposta. L'uomo, l'animale più coraggioso e più abituato al dolore, in sé non nega la sofferenza; la vuole, la ricerca persino, posto che gli si indichi un senso di essa, un «perché» del soffrire. L'assurdità della sofferenza, non la sofferenza, é stata la maledizione che fino ad oggi é dilagata su tutta l'umanità - e l'ideale ascetico offrì ad essa un senso. É stato fino a oggi l'unico senso; un qualsiasi senso é meglio che nessun senso ... In esso la sofferenza venne interpretata; l'enorme vuoto parve colmato; si chiuse la porta dinanzi a ogni nichilismo suicida. L'interpretazione - indubbiamente - comportò nuova sofferenza, più profonda, più intima, più venefica, più corrosiva rispetto alla vita: dispose ogni sofferenza sotto la prospettiva della colpa ... Ma ciò nonostante - l'uomo venne in questo modo salvato, ebbe un senso, non fu più, da quel momento in poi, una foglia al vento, un trastullo dell'assurdo, del «senza-senso», ormai poteva volere qualcosa - soprattutto senza che avesse la minima importanza in che direzione, a che scopo, con che mezzo volesse: restava salvata la volontà stessa. Non ci si può assolutamente nascondere che cosa propriamente esprime tutto quel volere, che sulla base dell'ideale ascetico ha preso il suo indirizzo: questo odio contro l'umano, più ancora contro il ferino, più ancora contro il corporeo, questa ripugnanza ai sensi, alla ragione stessa, il timore della felicità e della bellezza, questo desiderio di evadere da tutto ciò che é apparenza, trasmutamento, divenire, morte, desiderio, dal desiderare stesso - tutto ciò significa, si osi rendercene conto, una volontà del nulla, un'avversione alla vita, una rivolta contro i presupposti fondamentalissimi della vita, e tuttavia é e resta una volontà! ... E per ripetere in conclusione quel che già dissi all'inizio: l'uomo preferisce ancora volere il nulla, piuttosto che non volere ..."

1 commento:

Diegone ha detto...

bravo, il tedesco. dovrebbero leggerlo tutti e non servirebbe a nessuno. negare la volontà del desiderio è pur sempre desiderare, vero.
per un certo periodo ho abbracciato la filosofia di Spencer, anche grazie a Jack London: credo in un certo modo di essergli vicino. Credo che il nostro progresso culturale individuale deve valere per noi stessi, se ci sentiamo soddisfatti di quanto abbiamo appreso per nostra bravura, per curiosità ed interesse è già abbastanza. L'erudizione fine a sè stessa è come il body-building.