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mercoledì 3 ottobre 2007

la chiesa democratica

questo dovrebbe essere uno strappo alla regola (che vorrebbe il blog lontano dal costume), ma non ne sono tanto convinto. né dello strappo, né quindi della regola.
parentesi. l’espressione strappo alla regola mi fa sempre venire in mente la trasmissione di cabaret “due di tutto”, una pezzentata pazzesca che davano sulla rai più di vent’anni fa in cui a un certo punto arrivava una con le bombe grosse e una maglietta con la scritta “la regola” e siccome il numero seguente sarebbe durato più di due minuti, si dava luogo allo strappo. e alla visione delle bombe.

non so quanti lettori abbia perso o guadagnato il foglio da quando il suo direttore ha scelto di mutare la linea editoriale e farlo diventare l’organo ufficiale della CEI.
avrà perso un po’ di liberali e guadagnato qualche baciapile, immagino.
l’altroieri sera da ferrara c’era il teologo vito mancuso.
il teologo. persona degnissima, s’intende, ma sempre teologo.
ieri sera si parlava della birmania.
ferrara ha esordito dicendo che in birmania “il clero si batte per la libertà”.

ora, io sono contro il relativismo.
e sono quindi a favore di un pensiero forte. rectius, del pensiero.
la sinistra ha avuto il grande demerito, tra i tanti altri, di favorire, all’alba del fallimento marxista, l’ascesa del pensiero debole, attraverso i vattimo e i cacciari.
pensiero debole che ancora oggi è portato avanti dall’intera classe politica. in questo caso, oltre tutto, filtrato dalla pochezza culturale dei suoi campioni quando non rappresentato addirittura in modo inconsapevole.

ebbene. la scelta di sposare il Pensiero s’imponeva, di fronte alla dilagante ascesa dei simpatici maomettani.
ritengo, nel mio piccolo, che la scelta di sposare la chiesa cattolica sia stata la più facile, la più comoda e la più pericolosa.
la più facile e la più comoda perché ci sono biblioteche sterminate, pensatori finissimi, strumenti infiniti.
quando hai a disposizione san tommaso, non ti serve scomodare massimo fini.
la più pericolosa perché conduce a una strada chiusa.
la chiesa cattolica non è democratica (piantiamola con questa cosa patetica che i cattolici, loro sì, ci lasciano essere atei, se vogliamo. vorrei anche vedere); essa è, anzi, espressione del pensiero reazionario nel senso deteriore del termine.
vorrei chiarire: la religione è una cosa seria (come può esserlo il male). la chiesa cattolica no.
bisognerebbe cercare di non fare confusione.

sì, perché san tommaso va bene anche a me. e anche sant’agostino.
la speculazione filosofica cristiana è, spesso, altissima.
è la filosofia anche cristiana che possiamo riguadagnare, da cui possiamo tornare a prendere le mosse.
ma non sono i papi.
per svegliare le coscienze intorpidite dal relativismo, per contrapporsi alla teocrazia islamica non è necessario vagheggiare anche da noi il potere temporale dei papi.

e poi, forse, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato non l’ha detto solo gesù.

non basta pubblicare ogni tanto un articolo su drieu la rochelle
si può, per esempio, fare ciò che la sinistra italiana, finché ne ha avuto la possibilità, ha impedito. rivalutare la storiografia cosiddetta di destra, lo spiritualismo, il tradizionalismo. per esempio riparlare di julius evola. per esempio riparlare di gnosticismo, di neoplatonismo, dello spirito liberale che animò i mutamenti politici del diciottesimo secolo. del terreno culturale sul quale nacque la massoneria.

no. il papa.
il papa, i cardinali, i teologi.

la teologia è una disciplina di eccezionale interesse.
ma per chiudere le moschee non serve.

martedì 2 ottobre 2007

intorno alla verità

dice che il pm de magistris, poco amato, pare, dal ministro mastella, sta scrivendo un memoriale. dice che è già arrivato a 400 pagine.
sarà una bomba, penso io, quando uscirà.
chissà quanti memoriali stanno crescendo nei cassetti in attesa di venire alla luce.
chissà che cosa ne pensano le toghe lucane.

l’altro giorno in aeroporto sono stato tentato di comprare il libro di felice casson, la fabbrica dei veleni. mi hanno trattenuto due circostanze, una soggettiva, l’altra meno. l’altra è il fatto che il libro fa parte di una collana diretta da gianni minà. l’una che il libro, come tutti i libri di questo mondo, racconta una versione.
ed è a proposito di questo che debbo dire due parole. non avendo memoriali in gestazione, ho questi pensieri vagolanti che piano piano - qui, per l’appunto - trovano il loro povero approdo.
è da un bel po’ che giro intorno al problema della verità.
è da un po’ che cerco di trovare una spinta per cominciare.
oggi ho trovato.

nel blog di quarky viene riportato un brano di un’intervista (bellissima) a sergio givone a proposito del paradosso della verità di kierkegaard: "ecco il grande paradosso della filosofia kierkegaardiana. La verità che vale per me e che tuttavia non è soltanto qualcosa di soggettivo, perché altrimenti non sarebbe più la verità: questo è l'insegnamento di Kierkegaard. Quella di Kierkegaard è, quindi, anzitutto una filosofia del paradosso. Il paradosso consiste nel fatto che la verità per me - dunque quella verità che evidentemente è diversa dalla verità per te e dalla verità per l'altro - continua a essere qualcosa a cui io conferisco una validità universale. Non nel senso che posso dimostrare oggettivamente che è quella la verità, ma nel senso che la posso rendere oggetto di comunicazione".

ecco, è il punto centrale.
ha ragione il filosofo cristiano. è vera nel senso che la posso rendere oggetto di comunicazione.
nel mondo di oggi la verità è decisamente declinata al singolare.
io che non posso non dirmi cristiano ma che cristiano non sono cerco invece la verità universale.
e insisto nel pensare che l’unico motivo per cui siamo al mondo è che se siamo in due in una stanza e uno dice una cosa all’altro e fuori dalla stanza raccontiamo versioni divergenti ci deve essere qualcuno che sa la verità.

la doppia verità è il vero paradosso.
facendo il mio mestiere vivo e mi nutro nel sistema della doppia verità.
ogni fatto o atto può essere raccontato da due punti di vista diametralmente opposti.
e il giudice, decisamente, non è Dio.

dobbiamo leggere tutti i giornali per sperare di escerpire un minimo di verità?
dobbiamo sempre sentire l’altra campana? e poi, sarebbe sufficiente?
non esiste alcun accadimento che non sia stato oggetto di interpretazioni tra loro incompatibili.
perché?
il mio mestiere è forzare la verità. piegarla per uno scopo.
mi serve un perito che possa dire che il palazzo sta crollando? eccolo.
me ne serve un altro che dica che è più solido di un diamante? pronti.
che cosa conta? la coscienza pulita?

la coscienza potrebbe essere pulita.
sarebbe bello dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità. sarebbe la cosa più bella. ma nemmeno i bambini, così puri di cuore, ci riescono.
forse proprio per quello che dice kierkegaard.
dice givone: "La forza della vita etica consiste nell'essere autosufficiente, nell'essere fondata su di sé, nel non aver bisogno di nient'altro. L'uomo davvero etico, quello che è riuscito nel costruire la sua personalità in questo capolavoro che è la vita autosufficiente, è in pace con se stesso. Sa che gli si può fare qualsiasi violenza, ma il suo cuore è puro, nel senso forte del termine, egli è inattaccabile, nessuno gli può rimproverare niente, neanche Dio. L'uomo etico, in fondo, è l'uomo che ha imparato da Kant che la religione, se ha senso, è una religione che si risolve totalmente, non tanto nei limiti della ragione in generale, ma nei limiti della ragione pratica. Questo tipo di religione autorizza l'uomo etico a ritenersi salvato; ci si salva, appunto, con la pace del cuore, ci si salva sapendosi in pace con se stessi, sapendo di avere fatto tutto quello che si poteva fare, tutto quello che era giusto fare. Ma questa autosufficienza della pace interiore - ecco il limite, ecco l'equivoco di fondo della stessa vita etica - dal punto di vista della vita religiosa è il male. E' il male radicale, poiché è la presunzione di autosalvarsi. Nel momento stesso in cui l'uomo etico, per così dire, celebra il suo trionfo, collocato su un piedistallo, asserragliato dentro una roccaforte che nessuno può smuovere, proprio nel momento della sua massima forza, compie un atto di superbia che lo condanna. Nel momento in cui crede di essere perfettamente al sicuro, egli si espone al peggiore dei peccati".

non possiamo salvarci da soli. non possiamo nemmeno cercare la verità universale.
posso essere un po’ scosso da tutto ciò? sì.
per tornare a bomba: su porto marghera istintivamente penso che la verità del libro si avvicini molto alla verità universale.
ma sono ormai troppo ferito per crederci davvero.

lunedì 13 agosto 2007

viva israele

sono note, e trite, le battute sul mestiere di giornalista.
è del pari noto, o dovrebbe esserlo, che il mestiere in questione è parente sempre meno stretto del lavoro del cronista e sempre più di quello dell'addetto stampa.
per dirla meglio, ignoranza e cortigianeria.
ebbene, se è sempre verificata la regola per la quale è possibile leggere due articoli di segno diametralmente opposto su qualsivoglia accadimento (per esempio la penetrazione nel mercato dell'i-phone), figuriamoci cosa succede quando si tratta di politica.
entriamo in medias res.
sono convinto del fatto che la posizione filopalestinese sia figlia dell'ideologia (e sono convinto che ciò non sia una buona cosa).
sono convinto che la stragrande maggioranza di coloro che sposano la "causa palestinese" conosca assai poco la storia e aderisca acriticamente, come sempre, a un impianto sottoculturale.
sono convinto che ogni argomento a favore di tale tesi scaturisca, in ultima analisi, dai seguenti elementi: 1) il pregiudizio contro gli ebrei, il giudaismo, il sionismo; 2) volgare calcolo politico.
il libro.
il libro di allam è abborracciato, semplicistico, paraculo e gravemente carente di struttura.
tuttavia, va letto e apprezzato.
dopo un'introduzione notevole, nella prima parte l'autore ricorda - sono le pagine più belle - la sua infanzia al Cairo, quando esisteva ancora la "comunità", un insieme di persone che vivono insieme, si aiutano, si capiscono, si conoscono.
poi si racconta di nasser, del 1967 e di ciò che ne seguì.
poi di arafat, del quale, volendo, si poteva anche dir peggio ("uomo egoista e megalomane, falso e inaffidabile, tiranno e cinico, corruttore e corrotto" mi sembra un po' pochino).
poi di varie vicissitudini personali e di fatti intorno alla reale consistenza dei movimenti filopalestinesi che hanno portato l'autore a dire viva israele per difendere "la sacralità della vita".
personalmente, pur riconoscendo ad allam il coraggio e l'indubbia intelligenza, trovo l'argomento debole. o meglio, non l'unico.
non si sta con israele solo per difendere il diritto alla vita, ovvero poiché dall'altra parte ci stanno i tagliatori di teste e l'ideologia della morte.
non si sta con israele solo perché il panarabismo è una messa in scena perversa, i leader arabi sono feroci assassini, il terrorismo è il male, tutto l'impianto una colossale, tragica menzogna.
non si sta con israele solo perché siamo afflitti dal relativismo.
si sta con israele perchè israele siamo noi.

noi, noi tutti.