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giovedì 1 settembre 2011

J. D. Salinger

"Una volta, un paio di anni fa, Buddy mi disse una cosa abbastanza sensata (...) Disse che un uomo potrebbe anche giacere ai piedi d'una collina con la gola tagliata, dissanguandosi a poco a poco fino a morirne, ma se una bella ragazza o una vecchia gli passassero accanto con una bella anfora in perfetto equilibrio sul capo, lui dovrebbe esser capace di appoggiarsi a un braccio e tirarsi su fino a vedere l'anfora arrivare sana e salva oltre la cima della collina."

Franny e Zooey, Einaudi ET, p.117

mercoledì 9 marzo 2011

l'inganno del lotto 49


“You are a liar! You are an impostor. You are a deserter. I suspected you this morning, and your lies and folly have confirmed this to me. You pretend to carry dispatches to a British general who has been dead these ten months. You say your uncle is the British Ambassador in Berlin, with the ridiculous name of O'Grady.” (Stanley Kubrick, Barry Lyndon)


People said we couldn't play
The called us foul-mothed yobs
But the only notes that really count
Are the ones that come in wads
They all drowned when the air turned blue
'cos we didn't give a toss
Filthy lucre, ain't nothing new
But we all get cash from the chaos
The time is right to do it now
The greatest rock'n'roll swindle
The time is right to do it now
E.m.i. said you're out of hand
And they gave us the boot
But they couldn't sack us, just like that
Without giving us the loot
Thank you kindly a & m
They said we were out of bounds
But that ain't bad for two weeks work
And 75,000 pounds
The time is right to do it now
The greatest rock'n'roll swindle

(Sex Pistols, The great rock’n’roll swindle)


Improvvisamente, mi ha detto lei, sono tornati sugli scaffali delle librerie tutti i libri di Thomas Pynchon.
Mai letta una riga, mi son detto mi tuffo.
Ero a Catania. Non potevo aspettare, un po’ per bramosia di leggere le prime pagine del Genio, un po’ per paura che scomparissero di nuovo. Vado alla Feltrinelli di via Etnea, dove, come da informazioni assunte via internet, sapevo di trovare una certa disponibilità (una copia per ogni libro). Mi presento alla simpatica impiegata, alla quale do indicazioni precise. Naturalmente non trova nulla, perché scrive il cognome dell’autore con la i e non con la y. Il terreno culturale dell’impiegato medio di una libreria Feltrinelli comprende un’area che più o meno va da Che Guevara a Madre Teresa. Poco male. Ci sono tutti. Ne scelgo due: l’incanto del lotto 49 e l’arcobaleno della gravità. Se mi piace come scrive, domani torno e porto a casa il resto.
L’incanto del lotto 49 è il più famoso di tutti, e anche il più breve. è il libro che, unanimemente, ha consacrato Pynchon il più grande scrittore americano degli ultimi 50 anni. il maestro della letteratura postmoderna (un termine che trovo alquanto postmoderno). scelgo lui, per cominciare la mia immersione nel Sublime.

Ho letto le prime pagine e sono rimasto un po’ stranito. Forse non sono nella giusta disposizione d’animo, mi son detto. Forse non sono concentrato abbastanza, sono distratto. Ho ricominciato. Due, tre volte. sono andato avanti. 50, 70, 90 pagine. Mi sono posto il problema della traduzione, sai mai che Massimo Bocchiola sia stato a lungo interessato da fastidiose coliche intestinali. Brevi ricerche hanno smentito l’ipotesi (sebbene il titolo italiano sia furbetto, perché non molti, fuori dalle aule di giustizia, e anche dentro, utilizzano la parola "incanto" per dire "asta", anche alla luce del fatto che l'"incanto", in originale, è un "pianto"). Insomma, alla fine, il verdetto era, tristemente, sotto i miei occhi.

L’incanto del lotto 49 è una cagata pazzesca. Non saprei come altro definirlo. Ma ci provo.
Prima di tutto è scritto veramente male. Poi potremmo dire che, già forse proprio per questo, e anche per la sovrabbondanza di citazioni storiche e letterarie completamente fine a se stesse e per un profluvio di rimandi a guerre, personaggi, miti senza alcun costrutto, è la più grande truffa letteraria del secolo (scorso). La più grande beffa, il più clamoroso esempio di presa in giro delle masse, dei parrucconi, degli editori, degli intellettuali e dei lettori tutti da parte di un autore. altro che cimitero di Plaga. Umberto E. ha ancora molto da imparare. In ogni caso, T.P. è un genio.

Fare mostra di sapere cosa sia un in-folio o un in-quarto non significa aver compreso shakespeare. Più che altro, a me il libro ha ricordato le gesta erotiche di squaw pelle di luna, o l’ira funesta dei profughi afgani che dal confine si spostarono nell’iran.
Ma la cosa amareggiante è che l’autore crede di saper scrivere. le ultime pagine sono quelle più preziose, quelle in cui si è spremuto l’olio sacro, in cui il nostro ha sputato sangue, ha barcollato, corretto, scritto, riscritto, appallottolato, strappato, letto, riletto e riletto.

e viene fuori questa cosa qui.
"Cosa restava da ereditare? Quell’America cifrata nel testamento di Inverarity, a chi apparteneva? Pensò ad altri vagoni merci, immobilizzati, dove i bambini sedevano sulle assi del pavimento a cantare come topi nel formaggio tutta la musica che usciva dalla radiolina della madre; ad altri abusivi che stendevano i teli delle loro capanne dietro sorridenti cartelloni lungo tutte le autostrade o dormivano nei cimiteri delle automobili, negli abitacoli denudati di Plymouth incidentate; o addirittura, arditi, passavano la notte come bruchi in cima ai pali, nelle tende dei guardafili, dondolando tra una rete di fili telefonici, proprio all’interno delle sartie di rame e del miracolo laico della comunicazione, impassibili ai muti voltaggi che guizzavano per i chilometri della loro estensione, tutta la notte, nelle migliaia di messaggi non uditi"

e che dire di questa fine e profonda analisi psicologica dell’eroina del libro?
"Mi stanno spogliando, disse mentalmente Oedipa – sentendosi una tenda in un’altissima finestra, che fluttua in su verso, e poi in fuori sopra, l’abisso – a uno a uno mi stanno spogliando dei miei uomini. Il mio analista, con gli israeliani alle calcagna, è impazzito; mio marito, dedito all’LSD, brancola come un bambino sempre più addentro a una fuga infinita di stanze nell’elaborata casa di zucchero del suo io e lontano, disperatamente lontano, da quello che sembrava, io speravo per sempre, amore; il mio unico amante extraconiugale si è dato alla fuga con una quindicenne depravata; la mia migliore guida per risalire al Tristero si è annegata. E io dove sono?"

e ancora
"I mal di denti si aggravarono, sognò voci disincarnate di una malignità senza scampo, il morbido crepuscolo degli specchi da cui era lì lì per uscire qualcosa, e stanze vuote in attesa di lei. Un normale ginecologo non aveva test appropriati per ciò di cui era gravida."

oppure
L’attraversò portando il suo libro voluminoso, attratta, titubante, estranea, desiderosa di sentirsi importante ma consapevole di quanta ricerca fra universi alternativi sarebbe stata necessaria: poiché lei aveva studiato in un’epoca di nevrastenia, blanda moderazione e ripiegamento non solo tra i suoi condiscepoli, ma anche in gran parte della struttura visibile attorno e innanzi a loro, essendo ciò un riflesso nazionale a certe patologie nelle alte sfere che solo la morte aveva potuto curare, e questa Berkeley non era affatto la sonnolenta Siwash del suo passato, ma più affine a quelle università dell’Estremo Oriente o dell’America Latina di cui si legge, veicoli di cultura autonoma dove si possono mettere in discussione i folklori più amati, cataclismiche di conclamate contestazioni, suicidarie d’impegni scelti e assunti - di quelle che abbattono i governi”.
(tutti i passi sono tratti dalla edizione einaudi stile libero 2005)

La struttura c'è, ma la storia non esiste; la forma è modesta, ma in compenso i personaggi sono bellissimi e simpaticissimi. di uno spessore antropologico e psicologico pari a un dipresso a un centesimo di una qualsiasi figura minore dei Simpson.

Accanto a Oedipa Maas, la protagonista indiscussa, c'è per esempio lo psichiatra folle, che si chiama Dottor Hilarius, c’è Mike Fallopian, che fa propaganda per la Peter Penguid Society, c’è un’opera teatrale, centrale nel romanzo, che si chiama La tragedia del Corriere, che narra le vicissitudini del ducato di Squamuglia e del confinante Faggio, c’è il regista, Randolph Driblette, che rivela l’esistenza di un frammento importantissimo; c’è Stanley Koteks, della società Yoyodine, c’è John Nefastis, inventore della Macchina Nefastis, costruita sul modello del celebre Diavoletto di Maxwell, che spiega le relazioni tra la termodinamica e il flusso delle informazioni; c’è Gengis Cohen, il più eminente filatelico di Los Angeles, che introduce l’eroina del libro nel mondo dei francobolli della Thurn und Taxis, il sistema postale sedizioso e misterioso, alternativo a quello nazionale, che condurrà al mistero di Tristero; ci sono Manny Di Presso, una sorta di avvocato-attore, e Anthony Giunghierrace, detto Tony Jaguar, che sanno tutto su un mercato occulto di ossa di cadaveri italiani della seconda guerra mondiale; c’è Emory Bortz, professore di letteratura, che rivela l’esistenza di una copia “pornografica” della Tragedia del Corriere conservata presso gli archivi vaticani.

Che cosa posso dire? se c’è chi si straccia le vesti perché ancora non hanno affibbiato il Nobel a Cormac McCarthy, ci può pure stare chi glorifica T. Pynchon.
Per me, forse perché faccio un altro mestiere, la letteratura è un’altra cosa.
per esempio, questo, è uno scrittore.
Debbo la scoperta di Uqbar alla congiunzione di uno specchio e di un'enciclopedia. Lo specchio inquietava il fondo d'un corridoio in una villa di via Gaona, a Ramos Mejìa; l'enciclopedia s'intitola ingannevolmente The Anglo-American Cyclopaedia (New York 1917), ed è una ristampa non meno letterale che noiosa dell'Encyclopaedia Britannica del 1902. Il fatto accadde un cinque anni fa. Bioy Casares, che quella sera aveva cenato da noi, stava parlando d'un suo progetto di romanzo in prima persona, in cui il narratore, omettendo o deformando alcuni fatti, sarebbe incorso in varie contraddizioni, che avrebbero permesso ad alcuni lettori - a pochissimi lettori - di indovinare una realtà atroce o banale. Dal fondo remoto del corridoio lo specchio ci spiava. Scoprimmo (a notte alta questa scoperta è inevitabile) che gli specchi hanno qualcosa di mostruoso. Bioy Casares ricordò allora che uno degli eresiarchi di Uqbar aveva giudicato che gli specchi e la copula sono abominevoli, poiché moltiplicano il numero degli uomini. Interrogato sull'origine di questo detto memorabile, rispose che The Anglo-American Cyclopaedia lo registrava nell'articolo su Uqbar. Nella villa (che avevamo presa in affitto ammobiliata) c'era un esemplare di quest'opera. Nelle ultime pagine del volume XLVI trovammo un articolo su Upsala; nelle prime del XLVII, uno su UraI-Altaic Languages; ma nemmeno una parola su Uqbar. Bioy, tra deluso e stupito, interrogò i tomi dell'indice; provò invano tutte le lezioni possibili: Ukbar, Ucbar, Ooqbar, Qokbar, Oukbahr... Prima di andarsene, mi disse che si trattava di una regione dell'Irak, o dell'Asia Minore. Confesso che assentii con un certo imbarazzo. Congetturai che quel paese non documentato, quell'eresiarca anonimo, fossero una finzione improvvisata dalla modestia di Bioy per giustificare una frase. L'esame, affatto sterile, d'uno degli atlanti di Justus Perthes, mi confermò in questo dubbio.”

“Debbo la scoperta di Uqbar alla congiunzione di uno specchio e di un'enciclopedia”

basta una riga.


E' la caricatura di un romanzo. Una parodia spettacolare quanto elementare, ridicola. Talmente smaccata che non se n’è accorto nessuno. Ma nessuno. Il solito re che passeggia nudo per le strade.
Più che un romanzo, un sogno. Nei sogni non esiste lo spazio e il tempo. Le cose cambiano forma, mutano i luoghi, repentinamente le persone manifestano altri corpi, distese erbose diventano piscine affollate, baffi cadono da facce, capelli crescono su piedi, squali sussurrano canzoni, lepri suggono cravatte.
Nei sogni vige la massima compressione. Il personaggio giunge al momento giusto, la battuta è sempre a tempo, la disgrazia non si fa attendere. Compressione e dilatazione al tempo stesso. La caduta non prevede fermate, il volo non conosce l’atterraggio, un passo copre distanze inaspettate. Nei sogni si affastellano nomi, numeri, simboli, maschere, porte, stanze, sessi, citazioni, dichiarazioni, ascensori, mostri, orgasmi.

Minime esigenze di dignità letteraria hanno imposto all’autore il divieto di far risvegliare la sua eroina al colmo dell’imbarazzo, al centro del gorgo. Il finale in sospensione, unica via d’uscita, non può che conferire tuttavia ulteriore, tragico peso al senso di vuoto che accompagna la lettura.

Ci imbattiamo in piccoli segnali, emozionati dalla prospettiva di un disegno.
Alziamo gli occhi e la forma di un oggetto, un colore, una parola stampata su un cartellone, o su un maglione, incredibilmente riempie un vuoto, risponde a una domanda, un quesito che ci girava in testa.
Osserviamo quanto sforzo fa l’essere umano per trovare un senso all’esistenza. il disperato bisogno di cercare qualcosa che abbia un senso. qualsiasi cosa.
anche nel momento più difficile, ci aggrappiamo a qualsiasi cosa, qualsiasi cosa può diventare un segno, incarnare un'attesa, riempirsi di significato.

Piccole risposte a piccole speranze.

giovedì 25 novembre 2010

les precieux ridicules

Quel birbante di Dan Brown ha scritto un nuovo libro, ma stavolta l'ha firmato con uno pseudonimo: Umberto E.

giovedì 29 gennaio 2009

siamo tutti scrittori

ad onta del titolo che campeggia orgoglioso al posto suo, l'invettiva non è, mi auguro, l'occupazione quotidiana del sottoscritto.
nondimeno, secondo costume, quando i visceri chiamano, la mano risponde.

ebbene, uno dei più celebrati e potenti blogger italiani ha ritenuto di magnificare sul suo spazio web le virtù dell'ultima fatica letteraria della moglie, famosa almeno quanto lui, forse anche di più.

la mossa, se posso dire, non mi è sembrata di altissimo profilo.

ma le vette, sappiamo, sono poche e inaccessibili. si può anche commettere qualche peccato.
il motivo dei miei smottamenti nasce infatti altrove.

tempo fa dissi, con i mezzi di cui dispongo, della morte del senso.

credo che il libro di daria bignardi ne sia, di nuovo, viva testimonianza.

non ho letto il libro. non lo leggerò.
ne ho letto l'anticipazione, e mi basta per sentenziare che non è ben scritto.

credo che raccontare la storia di una famiglia sia una cosa commendevole.
tutti abbiamo i nostri ricordi, e le emozioni che li accompagnano. i giochi di bambini, le feste con i nonni, i modi di dire, gli scherzi, i drammi. tutti noi li conserviamo.

non tutti i racconti però dovrebbero avere dignità di pubblicazione.

conosco centinaia di persone che possiedono l'arte dello scrivere molto meglio di daria bignardi. alcuni di essi sotto sotto magari ci pensano, alla copertina e a mondadori. molti altri no. riconoscono i propri limiti.
inoltre, mi permetto, la spinta del dolore non è esclusiva dei migliori.
spinte meno nobili possono non essere considerate.

i libri andrebbero scritti dagli scrittori, come le canzoni cantate dai cantanti.
nell'età rurale, i libri li scrivevano in pochi, e li leggevano anche in pochi.
quei pochi che li leggevano sapevano in ogni caso di essere altro dallo scrittore.
oggi invece tutti scrivono libri, tutti hanno opinioni, tutti sono bravi, tutti sono artisti, tutti sono eroi.
tutti corrono in libreria a comprare federico moccia. tutti leggono qualcosa.
tutti adorano qualcuno. e tutti possiamo essere adorati.

se infiliamo una bottiglia di vino nel cesso, ci buttiamo sopra della vernice arancione a casaccio, e magari un paio di uova, poi stacchiamo il cesso dalla braga, gli diamo qualche buona martellata, lo portiamo in un museo e ci scriviamo sopra che è un'opera d'arte, ci sarà sempre qualche stronzo disposto a crederci.
hanno comprato la cacca in scatola. hanno comprato le tele tagliate di fontana.

purtroppo, se tutti siamo scrittori, nessuno è scrittore.

se fossi uno scrittore, affamato o sazio, scriverei. se avessi buone mani, farei il falegname.

ma io non possiedo alcun talento.

e infatti ho un blog.

mercoledì 10 settembre 2008

cormac, o del dialogo morra

su suggerimento dell'amico doppiovubi, mi sono posto alla lettura della trilogia della frontiera (bel titolo da cofanetto), cominciando dal pluripremiato "cavalli selvaggi".

per quanto la desertica tecnica narrativa del mc carthy sia anche efficace e prensile (nel senso del lettore), avanzare paragoni con faulkner mi pare leggermente azzardato.
non fosse altro che per il fatto che in un libro di duecento pagine ci sono 170 pagine di dialoghi stile "morra", inesistenti in faulkner.
trovare faulkner in ogni americano che parla di vinti, cavalli, campi, sud e sangue è un po' come invocare i beatles ogni qualvolta compare un gruppo pop inglese che arriva al numero uno della classifica.

se poi la morra è l'ultima frontiera della letteratura, beh, allora...

martedì 2 settembre 2008

eckhart tolle, m.d./2

ogni due o tre generazioni salta fuori qualcuno che pensa di fare il furbetto. dal momento che viviamo nell'era della velocità, è possibile sperare che nessuno si accorga del furto.

ma il furto c'è. e grosso, anche.

cominciamo da dove abbiamo lasciato.

il nostro amico ci racconta che fino a trent'anni viveva nel dolore. poi, come ogni eroe che tale si voglia dire, ha la sua brava notte dell'innominato. poi finalmente scorge la luce e la bellezza del creato. la disarmante banalità del fatto è equipaggiata con perle preziose. sublimi il racconto dei due anni trascorsi in pera nei parchi e la rivelazione della propria missione spirituale: si diventa maestri spirituali quando qualche buontempone ci domanda come si fa a trascorrere intere giornate sulle panchine con un sorriso ebete stampato in faccia.

e veniamo al merito.
sinteticamente, quali sono gli insegnamenti fondamentali del maestro Tolle?
- liberarsi dalla mente (voi non siete la vostra mente. voi siete il vostro corpo)
- dissolvere il corpo di dolore (identificazione dell'ego con il dolore)
- sapere che nulla esiste al di fuori dell'adesso (negatività e sofferenza si radicano e si nutrono mediante il tempo)
- sapere che tutti i problemi sono illusioni della mente (essere presenti. sentire la presenza e la pienezza dell'Essere)
- realizzare la consapevolezza pura (io sono qui. io sono adesso. entrare nel corpo)
- costruire relazioni illuminate (abbandonarsi e abbandonare la negatività, non temere la morte, imparare la compassione globale)
- accettazione dell'adesso (arrendersi al flusso della vita. trasformare la sofferenza in pace interiore).

mica male, no?

orbene, questo libro è un insulso, patetico, schifoso e sfrontato mélange dei peggiori luoghi comuni prelevati dalle religioni conosciute, condito con la risciacquatura dei temi portanti della controcultura e insaporito da una spolverata di microsemi di psicologia da ebdomadario.
è purissimo sincretismo da supermercato. spunti di riflessione da bancarella alla fiera del brocantage. roba da radio deejay, da sedicenni sull'autobus, casalinghe insoddisfatte, studiosi della Superficie, ricercatori dello stantìo. religione da fast food e paraculaggine manifesta. misticismo per i meno dotati. lezioni di vita sputazzate dal solito guru fasullo, il solito santone che vive "in pace", sorridente e calmo, condiscendente e placido uomo dal robusto conto in banca.

l'amico Tolle è sapiente nel mescolare buddhismo, cristianesimo, induismo e perfino sufismo. qua e là racconta l'aneddoto zen, il passo del vangelo, la parabola, il proverbio indiano, l'aneddoto tradizionale, l'esercizio yoga, la summa junghiana.
trascendentalismo empirico. immanentismo contingente. il Tutto, l'Essere, la Presenza.

ma non è solo questo.
è la ridigestione, peraltro assai poco ruminata, dei fermenti della rivoluzione culturale che trovò luogo verso la fine degli anni '60 e i primi anni '70 del secolo scorso.

il potere di "adesso". che ridere.
dobbiamo ricordare che il "now" era lo slogan, la bandiera dei movimenti rivoluzionari. la simultaneità, l'istantaneità, la mentalità del now furono la spina dorsale del decennio 1963-1973, gli anni in cui davvero sembrò cambiare il mondo.
l'essere "qui" e "ora" era l'imperativo.

be here now, simbolo della controcultura e del movimento hippie, è il titolo di un celeberrimo libro scritto da Richard Alpert nel 1971. Alpert lo pubblicò con il nome di Ram Dass, come tuttora si fa chiamare, dopo la sua conversione all'induismo. lo slogan parafrasa l'insegnamento vedico secondo il quale soffermarsi sul passato e sul futuro significa essere morti nel presente.

il qui e ora, vivere il presente, affrancarsi dal passato, non temere il dolore e la morte, abbandonarsi alla corrente, staccarsi dall'ego, sentire il corpo.
tutte cose che sono state dette più o meno una quarantina di anni fa. quando era il momento.

adesso, proprio no.

eckhart tolle, m.d./1

qualche tempo fa ha fatto la sua comparsa in casa mia (non serve dire come o perché) un libro che si chiama "il potere di adesso", scritto appunto dal signor tolle, medico tedesco.

una guida all'illuminazione spirituale. la scoperta "qui" e "ora" del proprio vero Essere. un viaggio spirituale alla ricerca dell'essenza della vita e del benessere dentro di noi

la casa editrice è armenia. la quale ha pubblicato altri intriganti volumi. di seguito un breve elenco dei più significativi:

di Louise L. Hay: guarisci il tuo corpo; ama il tuo corpo; ama te stesso; meditazioni per guarire la tua vita; pensa in positivo; pensieri del cuore; il potere in te; puoi guarire la tua vita; sì, puoi farcela!; il valore delle donne; vivere!; storie vere di gente vera, louise risponde.
di Vera Pfeiffer: la felicità interiore; la trappole del dovere; vivere in positivo; il potere dell'ottimismo; il potere del pensiero positivo; il nuovo pensiero positivo.
di Norman Vincent Peale: volere è potere; il pensiero positivo oggi; puoi se vuoi; il pensiero positivo.
di autori vari: guarisci te stesso; il potere della volontà; vivere nella luce; il sì che guarisce; autostima; la voglia di guarire; puoi avere ciò che vuoi, vivere nella luce, costruisci la tua vita, buddhismo per mamme; supergatto; che cosa viene dopo?; la mia vita con gli spiriti; il piccolo mondo degli angeli; il piccolo mondo dei diavoli; parliamo di sesso; le creature del piccolo popolo; vivere con gli angeli; scopri l'indovino che c'è in te; il potere di guarigione degli animali; visioni di angeli; domani è un altro giorno; roba da gatti; angeli protettori; il mondo delle fate; la luce degli angeli; non farti fregare dal passato!; il fantastico mondo delle creature dell'acqua; il maestro zen ha la coda; il libro degli scongiuri; di che colore sei?; troppo presto vecchi, troppo tardi furbi; come gestire le persone difficili; come mettere in pratica il potere di adesso (e. tolle); buddha in ufficio; un angelo è sempre con te; il gatto giorno per giorno; la chiave della longevità; angeli a 4 zampe; le 10 leggi universali; amore e sesso in ufficio; inquietanti coincidenze; le 10 regole per vedere oltre l'apparenza; la cabala in 10 minuti; il fantastico mondo dei nani; dominare l'artrite; testimoni dell'ignoto; il gigante che è in te; la mente del cane; la via è dentro di te; il miracolo è dentro di te; i nostri angeli salvatori; se hai qualcosa da dire, parla, se no, taci; viaggi fuori dal corpo; il fantastico mondo degli elfi e delle fate; il popolo del bosco; corso pratico di autoipnosi; la salute nelle pietre; le creature della notte; dai, che ce la fai!; un angelo con me; la voce degli angeli; vampiri della mente; spiriti guida; tradire senza tradirsi; credi in te; il piccolo manuale della leadership; il piccolo manuale del successo; buddha per manager; vedere senza occhiali; essere il migliore; rebirthing; brodo caldo per l'anima; un fiocco di neve nella mia mano; dominare il ronzio auricolare; siamo tutti sensitivi; la morte è di vitale importanza.

ora, siccome è ben vero che una casa editrice può anche pubblicare e autori bravi e autori meno bravi, e capolavori e libri senza pretese, poiché deve raggiungere platee vaste ed eterogenee; siccome è opportuno prima di formulare qualsivoglia giudizio andare a fondo delle cose, io l'ho letto tutto, il potere di adesso. e nel prossimo post mi proverò a parlarne diffusamente.

per l'intanto, al fine di inquadrare il personaggio e rendere il più possibile succulento l'antipasto, do un paio di indizi: il primo di carattere fotografico

il secondo di carattere biografico (secondo le stesse parole dell'Autore, dall'introduzione al libro): "fino al mio trentesimo anno di età ho vissuto in uno stato di ansia quasi continua, intervallato da periodi di depressione suicida. una notte, non molto dopo il mio ventinovesimo compleanno, mi svegliai nelle ore piccole con una sensazione di terrore assoluto... fui colto da una paura intensa e il mio corpo si mise a tremare. udii le parole "non opporre resistenza"...fui svegliato dal cinguettio di un uccello. non avevo mai udito un suono simile...presi in mano alcuni oggetti, una matita, una bottiglia vuota, meravigliandomi della loro bellezza e della vitalità di tutte le cose. per i successivi cinque mesi vissi in uno stato ininterotto di profonda pace e beatitudine. non avevo rapporti umani, né lavoro, né casa, né identità socialmente definita. trascorsi quasi due anni seduto sulle panchine dei parchi in uno stato di gioia intensissima. ma anche le esperienze più belle finiscono. qualcuno cominciò a venire da me a dirmi "voglio quello che hai tu. puoi darmelo e mostrarmi come si fa ad averlo?" e io rispondevo "ce l'hai già". da quella risposta è nato questo libro. prima di rendermene conto avevo ritrovato un'identità esteriore: ero diventato un maestro spirituale".

mercoledì 23 luglio 2008

michel onfray

pare che l'autore del trattato di ateologia piaccia.
interviste, giornali, recensioni, foto, insospettabili ammiratori.

io non lo so ancora.
leggiucchiato quello che ho trovato, ho paura che vi siano troppi punti di contatto tra la filosofia di onfray e quella di garnier.

mercoledì 7 maggio 2008

jamaal wilkes da tre (su assist di nabokov)

uno dei pochissimi tratti comuni a tutte le puntate dei simpson è il percorso della narrazione.
tra noi umani c'è certamente qualcuno che agognerebbe integrare un profilo alla terrence malick, alla j.d. salinger, alla stanley kubrick, alla vermeer. nel piccolo, un autore di pochi ma profondissimi post.
io, seppur non torrenziale, non sono tra questi.
qualche giorno fa ho visto roberto calasso ospite alla trasmissione di fabio fazio. ciò che dà la dimensione del problema.
in ogni caso, l'ho sentito parlare di simenon. il giorno dopo ho cercato nella mia miserabile biblioteca e ho scovato un romanzo: "l'uomo che guardava passare i treni". presto eccitato dal risguardo di copertina, che definiva il libro "la punta più alta mai raggiunta da Georges Simenon nella sua sterminata produzione narrativa" l'ho preso e l'ho letto. così come l'ho preso e l'ho letto, non l'ho capito, e nemmeno tanto apprezzato.
comunque, adelphi si è assicurata tutta la sterminata produzione. a me di simenon piace il fatto che scrivesse e scopasse in egual misura. circostanza che, oltre alla passione dell'autore per la buona tavola, me lo rende simpatico a prescindere.

nel vedere, spero per la prima e ultima volta, almeno per il suo bene, il direttore editoriale e presidente di adelphi ospite in una trasmissione televisiva, non ho potuto non riandare col pensiero al pamphlet uscito qualche anno or sono contro la casa editrice ad opera di un uomo molto ignorante, bellicoso e orribilmente antisemita che si chiama maurizio blondet.
questi ha scritto un libello che si intitola "gli adelphi della dissoluzione" nel quale si scaglia contro adelphi accusandola di fomentare il degrado dei valori (il libro è gustosissimo: si passa dal complotto masso-giudaico a jodie foster).
ora, è ben nota la critica parruccon-accademica all'irrazionalismo reazionario, al tradizionalismo, al pensiero di sinistra non conformista che sostanzierebbe la linea editoriale della casa. nondimeno, per quanto mi riguarda, adelphi è l'unica casa editrice nei cui libri non ho mai trovato un solo errore di edizione. il che è già una gran cosa.
einaudi, per fare un esempio, da questo punto di vista è una vergogna. adelphi ha ottimi traduttori, ha in catalogo nabokov, guénon, nietzsche, burroughs, weil, puskin, faulkner, borges. sono abbastanza tranquillo.
ogni tanto poi scova qualche autore: richler, ad esempio, trovato al suo ultimo bellissimo libro e poi pubblicato a ritroso.
ecco, grazie a richler e a un suo libriccino ("on snooker", trad. "il mio biliardo") da qualche anno posso amare uno sport (che forse non è sport) nuovo: lo snooker. e quindi godo, come stasera, nel vedere ronnie o' sullivan che per la terza volta in carriera solleva la coppa al crucible.

il tutto mentre su skysport2 continuano le trasmissioni dei playoff nba e quelli della mia generazione sperano di rivedere la mitica finale boston-los angeles, avendo ancora in mente parrish, ainge, mchale e bird da una parte e magic, wilkes e kareem dall'altra.

lunedì 18 febbraio 2008

mentre morivo

una famiglia di contadini miserabili. la madre muore. padre e cinque figli decidono di trasportare la bara su un carretto fino a un paese un po' distante e seppellirla là, ove, dicono, lei avrebbe voluto.

è il secondo libro che leggo di faulkner. bellissimo.

la grandezza non sta nella tecnica narrativa, comunque straordinaria (ancora di più se consideriamo anche il come, il dove e il quando).

sta nella terra, nelle assi della bara, nel sole, nel calore, nel fiume, nel cavallo.

sta nel sudore di cash con la gamba spezzata, nell'odio di mamma per i bambini, nel piede nudo della ragazza, nel pesce pieno di terra, nel mulo che affoga.

sta nel mondo senza speranza, mondo di destini obbligati, di esseri umani impotenti, inutili, penosi. sta nel pensiero piccolo, nella gioia del niente, nella volontà stolta.

faulkner, come ogni artista, crea personaggi troppo belli per essere veri.

ma come la terra è terra e il fiume fiume, la mediocrità della verità emerge in tutta la sua forza.

a scriverla così, sembra la recensione di un romanzo verista.
non è così. c'è qualcosa in più.
c'è la bellezza.

sabato 24 novembre 2007

porno e violenza

oggi a roma c'è la manifestazione contro la violenza maschile sulle donne.
si tratta di "un percorso politico collettivo nel quale si sono riconosciute donne singole, collettivi, associazioni femminili, femministe e lesbiche da tutta Italia che hanno condiviso e promosso la manifestazione nazionale" (dal sito www.controviolenzadonne.org)

non ho partecipato alla manifestazione. l'occasione mi concede tuttavia l'opportunità di trattare un argomento che sebbene superato sta nondimeno interessando le mie letture del momento: la pornografia come causa o concausa della violenza maschile sulle donne.
si tratta di brani tratti da opere di esponenti dei movimenti radicali femministi dagli anni '70 in poi.
ritengo opportuno chiarire che, in quanto fruitore entusiasta di materiale pornografico da quasi trent'anni ed esegeta silenzioso da venti, non condivido quasi nulla di quanto segue. trovo tuttavia geniali, seppur datate, alcune dichiarazioni. è il motivo per cui le trascrivo.
in ogni caso, il mio parere non è importante.

andrea dworkin: il meccanismo dell'atto sessuale è intrinsecamente e inevitabilmente degradante per le donne. nell'universo della liberazione sessuale l'obbligo di godere viene esteso alle donne nella forma dell'obbligo di godere nell'essere godute. la propaganda sulla femminilità insegna ripetutamente alle donne, senza mai fermarsi, che deve piacere loro il rapporto sessuale, e la lezione deve essere impartita ripetutamente, senza mai fermarsi.

catherine mackinnon: la sessualità come tale è ancora centrata su ciò che altrimenti sarebbe considerato l'atto riproduttivo, ovvero il rapporto sessuale: penetrazione del pene eretto nella vagina (o orifizio sostitutivo appropriato) seguito da spinte fino all'eiaculazione maschile; l'espressione letterale del potere maschile è l'uso intenso e ripetuto del pene. il pene è centrale, qualsiasi sia l'azione e l'ambiente. la misura della sua durezza e la frequenza del suo uso significano virilità. Nella pornografia il pene viene mostrato mentre si conficca ripetutamente nella donna, e ciò perché è stato realmente conficcato ripetutamente in una donna. il porno mostra come gli uomini vedono il mondo. mostra cosa vogliono gli uomini e glielo dà. la difesa liberale della pornografia è una difesa della subordinazione delle donne. la pornografia causa attitudini e comportamenti di violenza e discriminazione che definiscono il trattamento e lo status di metà della popolazione

susan brownmiller: il porno è un'invenzione maschile progettata per deumanizzare le donne (le femmine non sono che balocchi anonimi e ansimanti, giocattoli per adulti, oggetti deumanizzati da usare, abusare, rompere e scartare). tutto ciò è anche la filosofia di fondo dello stupro

roxanne dunbar: il porno in quanto tale, come discorso complessivo e costruzione estetica, costituisce violenza contro le donne e va equiparato al linciaggio

ti-grace atkinson: le donne sposate o conviventi con un uomo sono "collaborazioniste"; l'atto sessuale è un'istituzione designata a consolidare i ruoli e quindi a perpetuare l'oppressione femminile

charlotte bunch: per la lesbica concedere sostegno e amore agli uomini significa perpetuare il sistema che la opprime

kate millett: la rivoluzione sessuale impone una cultura che facilita agli uomini l'accesso sessuale alle donne, diminuendo nel contempo le meccaniche della loro responsabilità

bibliografia:
Pietro Adamo, il porno di massa, cortina, 2004
Andrea Dworkin: pornography: men possessing women; right-right women; woman hating; letters from a war zone
Kate Millett: la politica del sesso
Germaine Greer: l'eunuco femmina
Luce Irigaray: questo sesso che non è un sesso
Angela Carter: the sadeian woman and the ideology of pornography
Beatrice Faust: donne, sesso e pornografia
Susan Griffin: pornography and silence
Catherine MacKinnon: toward a feminist theory of the state; only words; sexual harassment of working women; feminism unmodified
Susan Brownmiller: against our will: men, women and rape;
Shulamith Firestone: la dialettica dei sessi

lunedì 5 novembre 2007

la vita agra

alla fine del bellissimo "baci rubati" un uomo, fino a quel momento misterioso, si avvicina alla protagonista femminile e le dice: "scelga me, io sono definitivo".

chissà se anche nel resto del mondo la parola "precariato" ha un significato intriso di disvalore come da noi.
in italia piace fare abuso di semantica.
precario è male. stabile è bene. perché?
io, ben felice di non essere cresciuto nel circolo gramsci sotto casa, lo so.

perché è un mondo di schiavi e di automi.
le persone non pensano, ripetono.

tutto è ripetizione, e mimesi.
non solo il lessico, il gesto. è il pensiero.
e non è solo il suv, la scarpa, la battuta di zelig. è anche il bio-tutto, l’eco-tutto, il natura-tutto.
disprezziamo l’uomo sullo yacht, ma l’anarchico, l’incendiatore mascherato di cassonetti, il graffitaro sono figure altrettanto patetiche. simulacri di libertà.
la repressione dell’individuo è già stata realizzata compiutamente.

ieri su sky trasmettevano la vita agra, tratto dal romanzo omonimo di bianciardi. il film, come sempre, non è all’altezza del romanzo. il protagonista a un certo punto si duole di aver firmato tre anni di cambiali per comprarsi la casa.
tre anni.
da noi ormai i trent’anni sono la normalità.
in giappone, mi diceva un amico, è normale stipulare mutui su tre generazioni.

il rapporto di lavoro a tempo indeterminato è la certezza della schiavitù. la busta paga è la porta per il paradiso. ci consente l’accesso rapido al credito, al consumo, alla morte.

da noi è normale pensare di indebitarsi per trent’anni per comprare un tetto senza il quale moriamo di freddo.
ecco, non dovrebbe essere normale.

martedì 16 ottobre 2007

le palme selvagge

donne, merda
così termina “le palme selvagge” di william faulkner.
non è un romanzo. sono due storie parallele, alternate, che non si incrociano mai.
la storia di due amanti e la storia di un galeotto che salva una donna incinta.
milan kundera giudica la scelta come arbitraria e ingiustificabile e tuttavia data da un es muss sein (deve essere - una frase che a lui, par di capire, è sempre piaciuta) che la salva.

l’es muss sein di kundera è un po’ un grimaldello.
io azzardo un’ipotesi diversa.
le due storie sono unite. e sono unite proprio dalla Donna.

le donne sono i veri pilastri delle storie.
la prima è la forza, la volontà, il coraggio.
la seconda è la propulsione inconsapevole, la guida muta, il movente silenzioso.
la prima è la morte, la seconda la vita.
la prima, con il suo carattere fermo, capace di determinarsi a scelte esiziali, capace di lasciare un marito benestante e due figlie per un medico fallito, capace di lasciare la sua arte, capace di darsi un destino e seguirlo fino alla fine, è nel suo grido disperato. è la parola.
la seconda non parla mai, non se ne conosce nemmeno il nome. è simbolica. è madre.
ma è anche corpo, peso, obbligo. è il segno.

entrambe seguono i loro uomini, la prima in giro per l’america, tra miniere in mezzo ai ghiacci, città e ferrovie, la seconda sempre e solo in una barca, un legno mezzo marcio lungo un fiume mostruoso che esonda e travolge campi e paesi.
seguono e guidano. forze antiche, oscure, universali. immote e soverchianti.

herbert marcuse

oggi cito.
cito chi ha scritto molto prima e molto molto meglio di me.
il totalitarismo democratico. la tolleranza repressiva. la non-libertà.
il libro è l'uomo a una dimensione. 1964.

"Il fatto che la grande maggioranza della popolazione accetta ed è spinta ad accettare la società presente non rende questa meno irrazionale e meno riprovevole. La distinzione tra coscienza autentica e falsa coscienza, tra interesse reale e interesse immediato, conserva ancora un significato. La distinzione deve tuttavia essere verificata. Gli uomini debbono rendersene conto e trovare la via che porta dalla falsa coscienza alla coscienza autentica, dall’interesse immediato al loro interesse reale. Essi possono far questo solamente se avvertono il bisogno di mutare il loro modo di vita, di negare il positivo, di rifiutarlo. È precisamente questo bisogno che la società costituita si adopera a reprimere, nella misura in cui essa è capace di "distribuire dei beni" su scala sempre piú ampia e di usare la conquista scientifica della natura per la conquista scientifica dell’uomo".

"Alla negazione della libertà, e perfino della possibilità della libertà, corrisponde la concessione di libertà atte a rafforzare la repressione. È spaventoso il modo in cui si permette alla popolazione di distruggere la pace ovunque vi sia ancora pace e silenzio, di essere laidi e rendere laide le cose, di lordare l’intimità, di offendere la buona creanza. È spaventoso perché rivela lo sforzo legittimo e persino organizzato di conculcare l’Altro nel suo proprio diritto, di prevenire l’autonomia anche in una piccola, riservata sfera dell’esistenza. Nei paesi supersviluppati, una parte sempre piú larga della popolazione diventa un immenso uditorio di prigionieri, catturati non da un regime totalitario ma dalle libertà dei concittadini i cui media di divertimento e di elevazione costringono l’Altro a condividere ciò che essi sentono, vedono e odorano".

domenica 30 settembre 2007

dear dwight

mi accingo a un'impresa difficile.
il lettore non tarderà a comprendere che il post è la spiegazione del post, nel nobile solco della teoria riduzionistica.
il film "rita, rita, rita" (il titolo originale, educating rita, deve essere sembrato poco incisivo ai nostri beneamati distributori) racconta la storia di una parrucchiera ignorante che alle soglie dei trenta vuole elevarsi culturalmente e si iscrive all'università.
tra varie traversie, rita cercherà il suo equilibrio, ma si sentirà un po' nel mezzo. non più parrucchiera, non mai intellettuale.

la sorte di molti somiglia a quella di rita.
la massificazione della cultura porta verso il basso, secondo i noti principii, e sta bene.
l'accesso universale all'istruzione superiore, internet, la velocità di diffusione delle informazioni attraverso i media sono tutte cose buone.
ma io ho una paura.
confesso che, per esempio, faccio un po' fatica a rapportarmi con la signora diciassettenne separata con un figlio che vive qui sotto e che sta tutto il giorno a sbraitare in dialetto siciliano con la vicina. faccio fatica allo stesso modo a prendere in mano per esempio un testo universitario di filosofia del linguaggio.
ma sì, ho letto lepsky, chomsky, saussure, benveniste, barthes, eco e compagnia cantando ma non li ho letti come avrebbero dovuto essere letti.
nemmeno mommsen ha avuto l'attenzione che si meritava. perchè se ne meritava tanta.

credo di trovarmi nella medesima situazione, ritiana, di altri.
ciò che temo è non avere più punti di riferimento alti. è la perdita della cultura.
la preparazione dei professori, a tutti i livelli, è andata gravemente e progressivamente riducendosi.
quando penso all'amico che ho perso, penso anche a quello che hanno perso tutti.
una persona colta, nel senso più ampio possibile, è un bene per l'umanità.
è sacrosanto che ogni parrucchiera abbia il diritto di prendersi una laurea e imparare il greco e studiare shakespeare. non vedo perchè questo debba portare come conseguenza necessaria l'abbattimento della cultura media.

i musei sono sempre pieni. le mostre di pittura vedono code esagerate dappertutto. il festival della letteratura di mantova, il salone del libro di torino fanno il tutto esaurito. si stampano sempre più libri.
e però?
però i laureati in lettere sbagliano a scrivere in italiano e omero in greco non lo sa leggere nessuno.
tutti, assolutamente tutti sanno recitare "Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi" ma poi si fermano lì. nemmeno il secondo verso.
prima si fanno indigestioni di quadri e poi si cagano commenti sui pittori.
insomma, non è più né masscult, né midcult.
è noncult.

martedì 18 settembre 2007

käthchen di heilbronn

mi sento subissato.
mi sento impotente.
la sensazione che provo, nel momento in cui realizzo che su un argomento di attualità, poniamo beppe grillo, stanno scrivendo migliaia di persone, ognuno sul suo blog, è di disorientamento.
che cosa posso scrivere io, penso, di meglio, di più originale, di qualche interesse per chicchessia, su un argomento di cui nello stesso momento trattano persone che ne sanno molto più di me, che scrivono meglio di me, che fanno ridere o riflettere molto più e molto meglio di me? niente, è la risposta.

le soluzioni sono tre:
o fare il blog alternativo, quello con l’alter ego che pasticcia con la sintassi, parla delle sue calze bucate, del rincaro del tonno, del collega di lavoro, dell’alito cattivo e del mare
o fare il vero blog, cioè il diario. ma c’è il problema della pubblicità, cioè del fatto che ti può (in teoria) leggere chiunque. per cui uno non scrive mai tutta la verità
o fare il blog-contenitore. il cesto della memoria. appunti, speranze, rimembranze, guaiti.

scelgo la busta tre. e mi do alla critica letteraria. si fa per dire.

parentesi
amo molto la timidezza. uno dei più bei film sulla timidezza è tirate sul pianista, di françois truffaut.
heinrich von kleist, drammaturgo stellare, non riusciva a parlare in pubblico e soffriva di una specie di dislessia. si impappinava, biascicava, sputazzava.
oggi vedo continuamente gente sicura di sé davanti alle telecamere, ai riflettori, al pubblico. io mi vergogno come un ladro se attorno a me c’è più di una persona a sentirmi. invece oggi, a parte quelli che uccidono il vicino di casa e poi vanno a mangiare la pizza e concedono interviste con una naturalezza da attori consumati, ecco, a parte questi, che non sono pochi, mi sembra di vedere sempre di più un mondo senza timidi.
mah.

insomma, heinrich von kleist ha scritto alcune delle opere più alte della letteratura di sempre. la marchesa di O.., pentesilea, il principe di homburg, michael kohlhaas, la brocca rotta, käthchen di heilbronn.
la caterinetta di heilbronn. un’opera magnifica.
kleist ha disegnato donne di una bellezza, di un coraggio e di una altezza incredibili. pentesilea, la marchesa di o..., la caterinetta.
käthchen è il personaggio femminile più delicato e commovente che abbia mai incontrato. non conosce l’inganno, l’artifizio, la furbizia. la sua arrendevolezza rompe ogni trama, ogni barriera.

la storia è questa: la ragazza entra nella bottega del padre, vede un cavaliere e immediatamente cade in deliquio. da quel momento la sua vita è legata per sempre a lui.

atto primo, scena prima.
siamo davanti a un tribunale, un tribunale segreto che si chiama Tribunale della Sacra Vehme.
siamo in una caverna.
un fabbro accusa un conte di avergli sedotto la figlia
il conte si difende e respinge le accuse
viene sentita caterina
ecco come entra in scena:

Käthchen (gira lo sguardo sulle assise e, appena visto il conte, piega un ginocchio avanti a lui): Signore mio!

il conte viene assolto.
perché caterina, dal primo momento in cui l’ha visto, segue il conte ovunque egli vada, perché gli si getta ai piedi, dichiarandosi la sua umile serva, devota fino alla morte?
è una storia di sogni, di visioni, di apparizioni.
è una storia di angeli, di figli illegittimi, di assedii, spade, fruste, fiamme, fumi, pozioni velenose, astucci, medagliette e fazzoletti.
e naturalmente è una storia d’amore.

lunedì 3 settembre 2007

la massa di perdizione

un paio d'anni fa ho acquistato presso la libreria "ritorno al reale" in milano il libro "ritorno al reale", di gustave thibon. la libreria è diretta emanazione dell'editore, che di persona la gestisce, che si chiama fabio de fina. il catalogo e il personaggio sono caldamente da consigliare a chiunque desideri conforto al proprio impulso antisemita. per altro versante, rappresentano bene quella ampia frazione del cattolicesimo oltranzista che raccoglie fondi per i bambini palestinesi e pubblica libelli al fiele contro la lobby ebraica.

thibon tuttavia, il filosofo-contadino, è di ben altra pasta. il libro è un po' spezzettato, quasi una sorta di raccolta di piccole orazioni, o lezioni, ma contiene pensieri non piccoli
(online è possibile leggerne la lunga introduzione, a cura di marco respinti).

in particolare, ricordo l'argomento intorno alla responsabilità.
nel post precedente, un mezzo pasticcio, non mi ci sono soffermato abbastanza.
l'argomento è il seguente: grande potere implica grande responsabilità (lo dice anche lo zio dell'uomo ragno mentre, saggiamente, muore).

ebbene, mi pare che tale massima non trovi grande applicazione, nel presente.
ricoprire una importante carica pubblica deve essere un peso, non un vantaggio.
essere magistrato, ufficiale di polizia, ministro, professore non è un beneficio, ma un pregiudizio.
solo chi ha la piena consapevolezza di ciò può aspirare a ricoprire alti uffici.
la vita del dirigente deve essere peggiore di quella del dipendente.
la vita del finanziere peggiore di quella del contribuente.
la vita del ministro un'odissea.
la vita del magistrato un incubo.

non si entra in magistratura per finire sui giornali e scrivere libri. non si entra in guardia di finanza per porre fine ai problemi col modello unico e alle cartelle esattoriali. non si fa politica per avere i privilegi. dico cose banalissime, ma la realtà, spaventosa, è che invece, qui, si fa proprio così.

la strada è lì, si può tornare indietro e intraprenderla.
altrimenti non resta che il (purtroppo) bellissimo finale preconizzato per noi da albert caraco, nel suo "breviario del caos". altro libro da comprare. cupissimo, colmo di disperazione, apocalittico, esiziale. piluccando in rete ho scoperto un blog omonimo. il suo autore è uno che pensa, mi sembra, bene.

giovedì 26 luglio 2007

infinite jest

quando andavo al cinema e mi davo arie da intenditore mi ricordo che mi ci voleva sempre un po' prima di riuscire a formulare giudizi che riuscissi a condividere nel tempo.
mi è accaduta la stessa cosa dopo la lettura di infinite jest, ad oggi il capolavoro di david foster wallace, che ho terminato un paio di mesi fa.
ebbene, il mio lapidario e mortale commento è questo: un grande libro, che avrebbe potuto avere il doppio, il triplo delle pagine.
mi spiego.

wallace è un drago. un fenomeno. uno scrittore formidabile.
la telefonata tra orin e hal, la storia di gately, la rota di krause chiuso nel cesso, la filmografia di j.o. incandenza, le confessioni degli AA, la descrizione della malattia di kate gompert, le follie di lenz sono tra le pagine più belle della letteratura americana degli ultimi vent'anni.
è un libro sulla ripetizione, sulla inutilità del gesto. e forse, in ultima analisi, sull'inutilità della pagina.
wallace postula la ripetitività come antibiotico. l'alcolista va alle riunioni come il tennista si allena.
allenarsi. andarci. scrivere. leggere.
l'unica speranza per sopravvivere è compiere continuamente gesti identici dei quali non conosciamo il significato.
come le formiche. sfidiamo Dio a esistere. lo scherzo infinito, appunto.
forse wallace è andato anche oltre: come il godimento marginale dato dalla Sostanza tende a diminuire, così il piacere della pagina. avrebbe potuto scriverne altre mille, di altrettanta fascinazione e profondità. la mia ipotesi è che sia stato fermato dall'editor, con la certezza che il lettore avrebbe comunque capito.
mi piacerebbe leggere infinite jest all'infinito, come i romanzi d'appendice. ogni sabato, un capitolo, fino alla morte. credo che wallace lo farebbe.
magari glielo chiedo.

lunedì 16 luglio 2007

david maria turoldo

da "Il grande male", Mondadori, 1987

Ancora un'alba sul mondo:
altra luce, un giorno
mai vissuto da nessuno,
ancora qualcuno è nato:
con occhi e mani
e sorride.


Tutto deve ancora avvenire
nella pienezza:
storia è profezia
sempre imperfetta.

Guerra è appena il male in superficie
il grande Male è prima,

il grande Male
è Amore-del-nulla.


E i torturati
in grumi neri
inutilmente
urlano.


Perdona le chiese, i preti
prima fra tutti:
dei filosofi non cancellare il nome
dalla tua anagrafe.


Per favore, non rubatemi
la mia serenità.

E la gioia che nessun tempio
ti contiene,
o nessuna chiesa
t'incatena:

Cristo sparpagliato
per tutta la terra,
Dio vestito di umanità:

Cristo sei nell'ultimo di tutti
come nel più vero tabernacolo:

Cristo dei pubblicani,
delle osterie dei postriboli,
il tuo nome è colui
che-fiorisce-sotto-il-sole.


Solo parole, o papa:
parole, e di contro
la irreparabile morte
della Parola.

Le chiese, un frastuono
gli uomini sempre
più soli
e inutili.

E il cielo è vuoto:
Dio ancor più che morto
assente!

da Canti ultimi, Garzanti, 1991

Anima mia, non pensare
male di Lui: gli è impossibile
fare altro.

E - vedrai -
il Male non vincerà.