giovedì 17 novembre 2011

tunditur unda

ma sono stato assalito da uno spettro.
stavo rivedendo alcune scene di La sottile linea rossa e ho pensato e se non ci fosse differenza tra il filmino elettorale del candidato che lo vede porgere il fiore alla bambina e camminare con il pensionato e il film di Malick in cui si sceglie di alternare gli occhi del soldato morente con il sole che si frantuma tra le foglie di un albero?
io lo so che è solo uno stupido spettro, e che gli stupidi spettri fanno pensare e dire cose stupide, però mi ha assalito, il malnato, e, come una ferita lenta a rintuzzarsi, ancora sento il suo bruciore.

martedì 8 novembre 2011

viva il nano!

Io non lo voglio vedere federico rampini, non voglio sentire la sua erre, non voglio sentire che vive a new york e che ha girato tutto il mondo e che ha vissuto sempre all’estero. non voglio sentire fabio fazio, non voglio vedere la sua faccia, la sua cravatta non voglio sentire gad lerner, non voglio vedere le sue giacche non voglio sentire rosi bindi non voglio sentire vendola non voglio sentire bersani non voglio sentire la lega non voglio sentire michele santoro non voglio vedere floris non voglio vedere la sua faccia non voglio sentire travaglio non voglio vedere i suoi capelli la sua bocca non voglio sentire il tg3 non voglio sentire mentana non voglio sentire la gabanelli non voglio sentire crozza. non voglio.

Voglio vedere il nano. Voglio vedere il nano che balla in mezzo alle sue ballerine con le tette gonfie e le gambe lunghe e le scarpe col tacco il nano in mezzo alle sue dodici ballerine sceme e bionde che gli dicono che è unico e bello e intelligente e meraviglioso e stupendo e ballano intorno a lui

Non voglio leggere i giornali non voglio sentire cosa hanno da dire i direttori e i vicedirettori dei giornali non voglio sapere cosa dicono gli intellettuali

Voglio vedere il nano. Il nano col suo doppiopetto goffo, immenso, ridicolo. voglio vedere il nano che canta che balla che balla che canta che ride. Il nano sempre più grasso e sempre più nano e sorridente che si trasforma in una specie di palla tutta blu rotonda e sorridente coi bottoni

Non voglio sentire l’opinione di confindustria non voglio sapere cosa ne pensano i mercati non voglio sapere cosa ne pensano gli studenti non voglio sentire il parere di di pietro non voglio sentire il parere di maroni non voglio sentire il parere di cicchitto non voglio sentire il parere di la russa non voglio sentire il parere di fini

Non voglio sentire trasmissioni di approfondimento politico. voglio solo vedere il nano con le sue donne tutte intorno che battono le mani sorridenti che applaudono tutte contente voglio vedere il milan che solleva la coppa dei campioni

mercoledì 2 novembre 2011

perché non è ostacolata dalla pelle

io sono già stato qua, tu sei già stato qua. qua e là. adesso non mi vedi, ma io ci sono.
tu dici che noi siamo la nostra memoria, eppure la memoria non esiste.
la memoria è un inganno, perché ci fa credere che esista il tempo.
invece io non sono andato via, sono ancora lì, accanto a te.
non ci sono solo le mie ciabattine azzurre, con cui mi sono asciugato i piedi dopo il bagno.
ci sono i miei piedi, dentro le ciabatte, e il mio corpo è ancora appoggiato sul divano.
sto giocando ancora a uncharted 2, sto rotolando sul letto, sto chiudendo il tubetto del dentifricio, sto correndo.
lo so che è difficile crederlo, come è difficile credere a tutte le cose. però è così.
anche i nostri sensi ci ingannano, a volte. a volte ti sembra di sentire la mia voce, o il mio odore. a volte mi chiami e mi fai sorridere perché alzi la voce mentre io ti sento benissimo, sono lì vicino.
i miei atomi sono nella stanza. nella stanza e dappertutto.
stai tranquillo, papà.

estratti/2

ieri sera ero all’aeroporto, seduto in macchina a fumare, e mi è passata accanto una ragazza, anzi due. una aveva un bel culo, l’altra era più alta e portava gli stivali.
come sarebbe.
sarebbe che poi mi capiterebbe, magari, di doverla spogliare, o di vederla mentre si spoglia, e vederla togliersi gli stivali e le calze, e prima o poi di vederle i piedi.
dovrei sentire il suo odore, l’odore della sua pelle, dei suoi capelli, del suo ventre.
mi toccherebbe di doverle dimostrare quanto sono eccitato e contento di essere lì con lei, proprio con lei, dovrei essere calmo e virile come un amatore consumato, sicuro di me, di quello che sto facendo, di quello che stanno facendo le mie mani e il resto di me, sicuro di come e di dove la sto toccando, e allo stesso tempo anche impetuoso, forse un po’ violento, appena appena, quanto basta, oppure delicato, leggero come un’arietta maggiolina. dovrei fare scorrere la mia lingua sul suo corpo, sul collo magari, dietro le orecchie, sull’ombelico, sulla schiena, e poi dovrei anche baciarla non solo sulla bocca.
mi toccherebbe di assistere alla visione di me stesso che compie gesti, dice parole, si muove.
dovrei concentrarmi e lasciarmi andare, distendermi e preoccuparmi.
e poi dovrei rivestirmi.

oggi è il giorno della commemorazione dei defunti.
che cos’è la morte?
quanti esseri viventi muoiono mentre scrivo queste parole?
muoio. sono morto. morirò. morirei.

se mi abbono, posso vincere il nuovo iPad2.

martedì 25 ottobre 2011

del lavoro

di mestiere io praticamente metto la gente in mezzo alla strada.
io che vivo in affitto difendo i proprietari di immobili.
io che penso che uno una casa dovrebbe averla dallo Stato, così come l'educazione primaria e le cure mediche, di fatto tolgo la casa a chi ce l'ha.
sono soddisfazioni. il mese scorso ho sfrattato una famiglia di rumeni. c'erano due bambine piccole. la maggiore aveva fatto un disegno e l'aveva appeso alla parete della cucina. era il disegno della loro famiglia. quando è arrivato il fabbro e ha cambiato la serratura una delle bambine era seduta sulle scale e mi ha guardato. credo che quello sguardo non lo dimenticherò.

dopo tanti anni di questo mestiere ho enucleato un dato: non ci sono, o se ci sono sono rarissime, quasi zero, le cause promosse da inquilini studenti.
gli studenti che vivono in affitto non fanno causa al proprietario. e questo anche quando ne avrebbero facoltà, e cioè molto spesso. perché molto spesso i contratti sono irregolari, simulati, farlocchi. lo studente paga tranquillo il suo affitto e quando deve andare va.

il motivo di questo fatto, che reputo inconfutabile, anche perchè sono autorevole, è che gli studenti studiano e non lavorano.

quando uno comincia a lavorare diventa una persona peggiore. non solo perché comincia a pensare ai soldi, alla famiglia, alla casa, alla carriera. ma anche perché entra in un mondo brutto. un mondo fatto di meschinità, amarezze, umiliazioni, conflitti e bugie. il lavoro degrada l'uomo.

quando vedo quegli individui che manifestano con gli striscioni chiedendo "lavoro" a gran voce, sono sempre turbato. un po' mi sembrano falsi (perché per me è tutta gente che non ha voglia di lavorare), un po' mi fanno paura (perché non hanno capito niente). inevitabilmente, mi vengono in mente i minatori morti a 900 metri sotto terra. la mort del ratt, come mia madre chiama una morte atroce. il lavoro uccide.

il mio amico guglielmo, anni fa, teorizzava un mondo in cui lavorassero solo gli uomini. non è il solo, io lo so. in effetti un mondo di soli lavoratori uomini forse sarebbe migliore, con buona pace delle ggd. io invece a volte penso che mi piacerebbe un mondo di lavoratrici donne. me ne starei a casa a fare le pulizie, caricare la lavatrice, stirare e rassettare. porterei i figli a scuola e poi andrei a riprenderli, calmo e sereno e felice di vederli uscire dal cancello che fanno casino. farei la spesa, bello tranquillo, preparerei un bel pranzetto, aspetterei con un sorriso la madre dei miei figli quando torna a casa stanca dal lavoro e la coccolerei per bene, e la notte, se tutto va bene, dormirei saporitissimamente. non mi sentirei frustrato per il fatto di fare un lavoro misconosciuto e socialmente non apprezzato o per il fatto di non portare a casa lo stipendio o per il fatto di non poter pranzare coi colleghi o essere in riunione o dire frasi come sono in riunione o minchia che rottura di coglioni il capo o cazzeggiare alle macchinette del caffé o commentare i risultati della domenica sfottendo i triglioni nerazzurri.

non è solo l'etica protestante a menare il torrone col lavoro. qui in italia, che calvinisti non siamo mai stati, abbiamo scritto all'articolo 1 della costituzione che la repubblica è fondata sul lavoro. cioè il lavoro è il valore più importante.

mi sembra un'affermazione deprimente.

perché tutta questa importanza al lavoro? perchè il lavoro è considerato il luogo privilegiato in cui l'uomo (e la donna, beninteso) sviluppa la sua persona e la sua personalità, verticalizza i suoi afflati, concreta la sua ontologia, raccoglie esperienze e strumenti per comprendere l'esistenza?
il lavoro non è nulla di tutto questo. il lavoro è disumano. è tempo sottratto ad altre cose, che sono le cose più importanti.

e quali sono le cose più importanti?

lunedì 24 ottobre 2011

dopo

dopo che avrai usato tutti i tuoi aggettivi e tutti i tuoi verbi; dopo che avrai provato l'indignazione, che avrai sentito dentro i tuoi visceri, fin nei precordi, il disgusto per la classe politica, per i governanti; dopo che avrai manifestato, che avrai scritto, tuonato, gridato, dopo che avrai fatto i tuoi passi, i tuoi gesti, ti sarai scalmanato al bar, per strada, sul tuo blog, con gli amici, con i colleghi; dopo che avrai letto le parole degli intellettuali, degli scrittori, dei registi e ti ci sarai riconosciuto, dopo che avrai saputo, senza dubbio, interiormente, come un fiume che nasce nella pancia e si propaga dappertutto, che non ne puoi più di questo stato delle cose, dopo che avrai sentito montare la rabbia e la nausea, la tua, mentre vedevi la stessa rabbia e la stessa nausea negli altri; dopo che avrai capito qual è la strada giusta e che cosa bisogna fare, e fare subito; dopo che avrai provato e fatto tutto questo, e avrai esposto la bandiera, e avrai mandato i tuoi figli alla scuola d'inglese, e avrai ristrutturato il bagno, e messo le piastrelle nuove, e avrai fatto voto di coscienza, e avrai scelto cosa metterti prima di uscire e avrai parcheggiato la macchina e mangiato la pizza, e avrai conservato e tramandato, e attribuito senso, e tenuto in ordine e dato importanza e segnalato e selezionato e coltivato; dopo che avrai viaggiato tanto, dopo che avrai scelto da che parte stare, con chi combattere, e contro chi; dopo che avrai capito chi sono i buoni, e perché, dopo ampia e matura riflessione; dopo, sarai pronto per incontrare, magari in una grotta, su una scialuppa, in una cella, l'uomo che disprezzi. sarai pronto per incontrarlo, e capire che lui ha il tuo stesso cervello, parla come te, pensa come te, anzi meglio di te, mangia come te, fa la cacca come te, sogna come te, soffre come te, ride come te, e sarai pronto per offrirgli un pezzo di pane, il tuo pane, e sarà l'unica cosa che vorrai fare, l'unica, e quando la farai, per la prima volta in vita tua, piangendo come non ti era mai successo, ti sentirai un essere umano, un fottuto essere umano, e sarai felice come non sei mai stato, e non pensavi saresti mai stato, e ti sentirai libero, e ti sentirai in fondo al mare, con le creature del mare, e in cielo, con gli uccelli del cielo, ti sentirai e pesce e uccello e corallo e piuma e vento e sabbia. finchè non vedrete terra, o si apriranno le porte, e tornerai quello di prima.

mercoledì 19 ottobre 2011

al commissariato

oggi sono andato al commissariato di polizia.
ci sono andato volontariamente, non mi hanno chiamato loro.
una volta mi hanno chiamato, e io mi sono agitato come un pazzo. il poliziotto voleva solo avere alcune informazioni.
la prossima volta che mi chiamano, mi sa che è anche l’ultima.

comunque, ci sono andato perché dovevo denunciare il furto di una moto. la moto di una mia amica. me l’aveva prestata visto che lei non la usava mai. io l’ho usata un po’ e mi sono pure divertito. poi l’ho parcheggiata davanti al mio studio. è rimasta lì ferma per un paio di mesi e poi non l’ho vista più.
forse l’hanno considerata una res nullius.

sì perché ho scoperto questa cosa, da una mia collega. che quando una cosa, per esempio una bici, anche se legata con la sua brava catena e tutto, è ferma nello stesso posto da un apprezzabile periodo di tempo, diciamo qualche mese, è da considerarsi res nullius e quindi chiunque può tagliare la catena, anche davanti a testimoni, e portarsela via. sono certo che hanno fatto così anche con la moto della mia amica. con la quale, nullius o meno, resta la figura di merda, oltre al danno.

c’ero stato anche l’anno scorso, allo stesso commissariato. a denunciare il furto della vespa. la vespa era della mia ex moglie. io ho anche una moto di mia proprietà, ma quella non me la possono rubare, perché se l’è già cattata l’esattore delle tasse.

i commissariati di polizia sono luoghi squallidi. sono lasciati andare. le pareti sono sporche, il pavimento è sporco, ai muri sono appesi cartelli vecchi come il cucco, le porte cigolano, i battenti non si chiudono bene, le maniglie delle porte ballano, le finestre hanno i vetri opachi e unti perché mai lavati. come tutti i luoghi in cui vive l’uomo, il commissariato riflette l’animo di coloro che lo vivono.
i poliziotti che stanno all’ufficio denunce non si divertono. il mio poliziotto però era un ragazzo giovane, di primo pelo. gentile. perché la denuncia fosse valida ci voleva anche la firma del suo superiore, un uomo rozzo, alto, meridionale, con una incredibile mandibola quadrata. uno che parla al massimo del volume, uno di quei funzionari meridionali che si lamentano, davanti a tutti, che devono fare sempre tutto loro.
il mio poliziotto ha steso la denuncia, io l’ho letta, e poi lui ha chiesto al superiore di firmarla. ma siccome non era ancora stampata il superiore gli ha detto che non aveva tempo da perdere e che sarebbe tornato dopo. il giovane ha provato a dirgli che era questione di un minuto, ma il superiore ha infilato la porta ed è fuggito. allora il mio poliziotto mi ha detto intanto la stampo, lei si accomodi pure in sala d’attesa, poi quando torna il superiore le do la sua copia, così mi porto avanti con le altre denunce.
il superiore è tornato dopo venti minuti.

tempo totale dell’operazione: un’ora e dieci minuti.
ovvero 70 minuti, così ripartiti:
prima attesa nella sala d’attesa: 35 minuti
stesura denuncia: 15 minuti
attesa poliziotto superiore: 20 minuti

in sala d’attesa devi prendere un numerino.
siccome, stupidamente, non mi ero portato niente da leggere, dopo aver letto tutto quello che si poteva in quella sala, compresi i comunicati rivolti a chi è vittima di stalking o ha perso il bancomat, e compreso, per intiero, il quotidiano Leggo (che rispetto al passato contiene molte meno inserzioni di società di finanziamento e molte più inserzioni di personaggi che comprano oro per contanti, ciò che mi dice qualcosa), mi sono concentrato sugli oggetti. in particolare la mia attenzione si è soffermata sul simbolo che sta sul distributore dei numerini all’ingresso.
l’ho anche fotografato.




ora, io immagino che l’intenzione del simbologo fosse quella di simboleggiare che col numerino non si salta la coda, cioè non si fanno i furbi, ovvero che si rispetta l’ordine di arrivo al numerino.
tuttavia, anzi proprio per questo, non capisco quella curva che parte dalle gambe e arriva alla testa dell’omino. una curva che sembra una specie di lungo fallo, o cazzo, che arriva a insinuarsi nel cervello. oppure, al contrario, una protuberanza del cranio che si unisce ai genitali, senza soluzione di continuità.
a complicare l’esegesi sta la barra rossa trasversale, che universalmente dovrebbe stare a significare il divieto.

acci, l’ho capito adesso.

divieto di comportarsi come delle teste di cazzo.

versioni

I

non posso sapere com’è la tua notte.
la notte più buia è arancione
in fondo al nero, dietro il nero

senti picchiare dentro le orecchie, e nei denti.
picchiano, pestano i pensieri, del cervello e dello stomaco, e delle gambe.
picchia, martella il sangue, il cuore, i nervi.

la notte è fatta di finestre e di lenzuola
di finestre sorde e di lenzuola ostili

la notte è bello avere la febbre
è fatta per le febbri, la notte
con la febbre si perde il tempo
è vivere fuori dal tempo
in quei sonni di veglia, in quel sudare inconscio
quando incontri i tuoi mostri


II

il vicino di casa tira lo sciacquone, una moto passa sulla strada.
i muri fanno rumore, i tubi, i mobili. niente è fermo, si muove tutto. una specie di tremolio perpetuo, impercettibile, che tocca tutte le cose. la terribile consapevolezza del divenire.

tendi le orecchie, ma è il sangue che si fa sentire
oppure vorresti non sentire niente, ma il tuo corpo urla dentro di te.

morire di sonno e non riuscire a dormire
e gli occhi, aperti o chiusi, fa lo stesso
tanto non c’è posizione che vada bene.

come un drogato, sai già cosa succederà

finché vedi l’arancione fuori dalla finestra
- il colore dell’alba quando non ci può essere alba -
e ti smarrisci

martedì 27 settembre 2011

che puro ciel

domenica 18 settembre 2011

estratti dal diario di pim

17 settembre

decido di cambiare la parabola. montare e smontare impianti satellitari è un'attività che mi provoca piacere. decido di dedicare parte del mio prezioso sabato, un sabato normalmente occupato da film, lacrime e seghe, alla ricerca di materiali specifici. trovo un indirizzo. non è lontano. dieci minuti in macchina.

nel negozio ci sono due addetti. uno, antipatico, sa quello che dice, l'altro no. sono sfortunato: il primo è già impegnato a servire un cliente pieno di problemi. con delle mosse cerco di attendere che si liberi, ma il secondo si fa sotto e io come al solito non riesco ad oppormi. cerco di spiegare quello di cui ho bisogno. non capisce. io stesso faccio fatica a spiegarmi, perchè cerco di essere conciso e rapido, ma sono fosco e titubante. il secondo non può aiutarmi. interpella frettolosamente il primo, il quale è sempre alle prese col cliente problematico e pensa, con i dati di cui dispone, che io non abbia idea di quello che cerco. il che è anche vero, ma non nella circostanza. il secondo mi guarda e non ha più niente da dirmi. il primo sta ancora maltrattando il cliente e non ha tempo né voglia di darmi retta. non riesco a resistere. esco. appena fuori mi lascio andare a un flebile oh signùr. una donna che sta legando la bicicletta pensa che sia rivolto a lei e mi guarda male. mi accorgo che ho una macchia di unto sulla polo. polo che peraltro mi ingrassa.

torno in macchina e sento un dibattito su natura e cultura, al quale partecipa naturalmente salvatore natoli, che parla come un avvocato meridionale, minaccioso e gagliardo. un professore tedesco non è d'accordo con lui. il moderatore di radiotre palesa un'ignoranza avvilente.

mi viene la nausea.

vado in un centro commerciale. le persone che vedo mi rattristano. mi assale una leggera angoscia. passo e ripasso gli stessi scaffali più volte, sperando che qualcosa si materializzi sotto i miei occhi di morto che cammina. chiedo a un commesso. il pezzo che cerco arriva giovedì prossimo.

esco dal negozio brico ed entro al supermercato. devo comprare poche cose. trovo facilmente l'olio e il dentifricio, ma ho difficoltà con l'alcool. chiedo a una commessa. mi dà le indicazioni del caso. non lo trovo. come d'abitudine, vagolo come un sonnambulo tra gli scaffali finchè trovo un secondo commesso. trovo l'alcool. non mi sento molto bene. una ragazzina di dieci anni che indossa una maglietta dei beatles mi dà sollievo (un sollievo pari a quello che proverebbe un uomo che non mangia da tre giorni di fronte alla consegna di un krisproll, ma pur sempre un sollievo). non ci sono molte ragazzine di dieci anni che indossano magliette dei beatles. vorrei farle un sorriso, ma papà e mamma potrebbero male interpretare.

salgo in macchina. l'angoscia è stata sostituita dalla rabbia. a voce alta dico sono stufo di vedere gente che non sa nulla di quello di cui dovrebbe sapere tutto. commessi di libreria che non leggono libri, parabolisti che non capiscono le parabole.

la voce di mio figlio, che mi racconta delle sue preoccupazioni, mi placa un poco.

grazie al mio fedele telefono, trovo un altro posto. l'ultima chance. è dall'altra parte di milano. ci arrivo dopo un'ora. il commesso è antipaticissimo ma, nonostante i miei soliti farfugliamenti, risolvo con lui il problema e mi posso portare a casa il pezzo fondamentale, un tubo verticale con due staffe.

appena uscito dal negozio, comincia a piovere. dovrebbe essere un temporale. appena la pioggia si fa grossa e pesante, parcheggio la macchina nel primo posto utile e scendo. e cammino in mezzo alla strada, solo, con la mia faccia da scemo, e piano piano mi inzuppo.

lunedì 12 settembre 2011

la cosa più triste del mondo

la pubblicità col calciatore fabrizio miccoli che gioca alla roulette.

venerdì 9 settembre 2011

le case delle persone sole

devi andare nelle case delle persone sole. devi aprire gli armadietti, le ante dei pensili, il frigo. guardare nei cassetti. devi guardare il pavimento. il cesso.

quando vedrai gli asciugamani, il colore degli asciugamani; quando vedrai dove stava, dove sta seduta la persona sola, dove, con che cosa addosso; quando osserverai il contenuto dell'armadio e vedrai i vestiti, le grucce. le calze, le mutande. quando vedrai la federa del cuscino, la pentola per le uova, vedrai parlare le cose. le cose che ci sono, e come sono collocate, e dove.

le persone non parlano con le altre persone. parlano con le loro case, se sono sole, se le abitano da sole. se la casa è occupata da più di una persona, allontanati, lascia perdere. è tutto finto, tutto inutile.

nessuno mente a una casa.

devi andare nelle case delle persone sole. le case ti parlano. ti parlano una lingua straziante, perchè è la lingua del vero. e il vero è brutto.

è brutto perchè non ci sei abituato. non ci pensi, non ci arrivi al colore della disperazione.

ed è brutto perchè è sbagliato. perchè le cose smettono di avere un nome, un significato. è sbagliato che la verità stia solo nelle case delle persone sole.

entrare in una casa di una persona sola è profanare la sua nudità, smascherarla, penetrarla. e c'è più terrore in te, in tutto questo. hai paura di commettere lo stupro più infame.

ma ci devi andare, nelle case delle persone sole. devi andare a vedere le fotografie, i barattoli vuoti, le scatoline di plastica. devi sapere perchè le persone comprano cose che non mangiano, lasciano andare cose cui tengono, si aggrappano a una piastrella, guardandola per ore, osservandone le venature, gli angoli, i bordi. perchè ha più importanza il filo scucito del bordo di una poltrona che qualsiasi altra cosa.

devi andare a vedere perchè le persone si affezionano a un pezzo di plastica, a un pezzo di legno, a un ciondolo da quattro lire, perchè ci si aggrappano, perchè ci parlano, al maledetto ciondolo, guardando una fotografia, mentre vanno in bagno, stanche, a piedi nudi, si guardano allo specchio e il volto che vedono non è pìù niente.

la penosa pennetta

la tennista flavia pennetta ha perso ai quarti di finale dello US Open, battuta da Angelique Kerber (che di grazioso ha il prenome), numero centomila del mondo.
Ha perso il primo 6-4 dopo essere stata 4-3 e tre palle del 5-3. Ha vinto il secondo grazie a un po' di braccino dell'avversaria; nel terzo si è trovata 2-0 e palla del 3-0 e ha perso il game. è salita 3-1 e non ha più giocato, regalando all'avversaria il 4-3 con uno splendido doppio fallo, sprecando quattro palle break sul 4-3 e perdendo meritatamente servizio e incontro 6-3.
Trasmessa da Eurosport (da anni ormai skysport risparmia, così può allestire intriganti trasmissioni in cui si parla di calcio, con ospiti del calibro di mario sconcerti, massimo mauro, billy costacurta e pablito rossi, ovvero 16 ore di notizie sportive in diretta affidate a conduttori che hanno la preparazione, l'aspetto e lo spessore umano di agenti immobiliari in franchising), la partita ci ha regalato una prestazione tra le più penose che si possano immaginare. senza carattere, senza talento, senza intelligenza. e così, niente semifinale. e non è che proprio succeda tutti gli anni, di trovare la Kerber nei quarti e la Stosur in semifinale.
Nella tristezza generale, una gemma, già ben nota: la telecronaca di Barbara Rossi, una fuoriclasse assoluta. Se avesse potuto l'avrebbe strozzata, l'orrida Pennetta, lei che una volta l'allenava.
Che andasse a posare nuda per max, la cara flavia. non si vede alcuna ragione per cui dovremmo rivederla su un campo da tennis. con l'eccezione, si capisce, di quello di casa sua.

martedì 6 settembre 2011

kotm

lunedì 5 settembre 2011

oltre al resto

sono scarso.