un giorno andai a cena dal mio amico alessandro.
ordinammo quantità pantagrueliche di cibo presso una specie di ristorante online. tu scegli e loro ti portano tutto a casa.
eseguito l'ordine, alessandro telefonò per conferma e disse all'interlocutore: "prepari il resto così evitiamo fatiche spossanti".
quella frase, anzi, quell'espressione mi ha sempre fatto ridere da matti, anche se lui la disse in modo serissimo, come tutto quello che dice lui.
ancora oggi, che la uso appena posso, non ho capito se fu una frase da stogonzo oppure no.
martedì 31 luglio 2007
fatiche spossanti
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ioci causa
avevo capito male. non erano ingmar stenmark e giancarlo antognoni. erano ingmar bergman e michelangelo antonioni.
well, se avessi dovuto scegliere, avrei scelto così anche io.
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le 5 domande da farsi quando si apre un blog
- se sia più nobile postare o linkare la famosa poesia del sorriso piuttosto che dare spazio alla propria arte (leggi anche: se sia più nobile presentare il petto al dardo del collega col romanzo nel cassetto piuttosto che scivolare mollemente nella citazione del saggista francese)
- se sia più alto il valore della testimonianza rispetto a quello del tramonto
- se sia preferibile il ritratto del gatto alla serrata critica letteraria
- se siano preferibili la cronaca e i brufoli ai grandi temi dell'esistenza
e infine
- se sia più alto il valore della finzione rispetto a quello della riproduzione
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lunedì 30 luglio 2007
ora di andare al mare
il contenuto universale. la parola che schiude e racchiude. lo slancio panico. il gran dolore. il tocco dell'Anima.
gli è che il poeta si guarda l'ombelico, dice il tale.
si fa presto a creare, se stai male, aggiunge l'altro.
meglio un bel romanzo, con tanti personaggi, tutti vividi e complessi, dice il tale. non è mica facile, sa? bisogna averne, di fantasia.
e gli arredamenti? ogni casa diversa dall'altra, e i soffitti e i pavimenti e il bagno.
e il vestiario?
e il carattere, il linguaggio, la psicologia!
se si vuol fare un lavoro fatto bene, dice, sono ore e ore a sfogliar tomi e riviste, non si finisce più.
meccanica, orticultura, anatomia. gli orologi, la filatura, la storia della turchia.
il teatro elisabettiano, il mare, il sindacato.
e quelli che scrivono i dialoghi? ah, quelli poi. sarà mica letteratura, dico.
vuole sentirne uno? glielo faccio in quattro e quattr'otto.
- dovrei mandarle dei dispacci
- ma non si può
- insisto, mi dispiaccio, è urgente 'sto dispaccio
- lo mandi a mia sorella
- è che mi sto lavando il sedere
- oh
- nel lavandino
- beh, mia nonna ci si lavava i piedi
- quand'è così, mi stia bene, e i miei rispetti alla signora
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domenica 29 luglio 2007
and again
era l'amico che non puoi aiutare, era l'amico che non ti può aiutare, era l'ignoranza, il pregiudizio, l'impotenza. era la certezza di non poter cambiare.
erano tutti quanti persi, affranti, chiusi nelle loro prigioni, con le loro paure.
era la certezza di non saper parlare.
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nient'altro
-
- Spesso il male di vivere ho incontrato:
- era il rivo strozzato che gorgoglia,
- era l'incartocciarsi della foglia
- riarsa, era il cavallo stramazzato.
- Bene non seppi; fuori del prodigio
- che schiude la divina Indifferenza:
- era la statua nella sonnolenza
- del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.
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alka seltzer
festa di compleanno del Professore (Andreone, per gli amici)
parlato a vanvera
mangiato tanto
bevuto molto
soprattutto, troppo budino.
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venerdì 27 luglio 2007
ecco il suo sciampagnino
ho comprato una piscina gonfiabile da 150cm di diametro a mio figlio.
12 euro e 90, all'auchan.
l'abbiamo messa sul terrazzo. l'abbiamo gonfiata e riempita.
poi ci abbiamo messo dentro varie cosette (bicchieri, secchiello, paperelle, maschera, e così via).
l'altro giorno eravamo tutti e due dentro lì a sguazzare e abbiamo inventato questa scenetta:
uno dice all'altro:"ecco, signore, il suo champagnino" porgendogli un bicchiere pieno d'acqua di piscina, il tutto con voce da maggiordomo (cioè nasale e affettata)
l'altro risponde. "grazie" - e si versa lo champagnino sulla testa.
poi, mentre il liquido cola sulla faccia il primo gli chiede: "com'era?"
e il secondo risponde"mmm... squisito", magari facendo il segno dell'ok.
ecco, queste cose non le vorrei dimenticare.
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venerdì pesce
questo spazio è mio, no?
quindi ci scrivo quello che voglio io, giusto?
se adesso voglio scrivere la prima cosa che mi viene in mente la scrivo e buonanotte?
va bene.
allora.
per me i vegetariani sono delle teste di cazzo.
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giovedì 26 luglio 2007
preti/2
va di moda flirtare con la chiesa cattolica. va di moda difendere le parole dei papi, magnificare le opere dei cardinali, pubblicare le scoregge dei curati.
noi lettori del foglio, che avevamo chiuso un occhio davanti alla difesa del buttiglione, che avevamo guardato dall'altra parte in occasione della difesa dell'embrione, che ci eravamo limitati a tossicchiare quando leggevamo le laudi a celentano, beh, noi ci siamo trovati in imbarazzo, scoprendo che il nostro quotidiano di riferimento si riferiva a camillo ruini come al "facitore del nuovo pluralismo di cultura di cui avevamo bisogno"(6.3.07). e da lì, ci siamo leggermente allontanati, dirigendoci verso testate un poco più laiche, l'osservatore romano e famiglia cristiana.
alle mie timide rimostranze circa questo révirement e comunque ogni qual volta mi sono permesso di avanzare qualche censura circa le norme che regolano la vita dei preti cattolici, il terreno culturale e le scelte politiche e ideologiche del Soglio, la discutibile attività della Chiesa mi è sempre stato risposto allo stesso modo: "ma non sei mica obbligato a essere cattolico. se vuoi, le regole sono quelle, altrimenti, sei libero di essere ateo, laico, protestante, ortodosso, musulmano, satanista, davidiano o raeliano"
ecco, io dopo tanti anni e innumerevoli tentativi non sono ancora riuscito a scardinare questo argomento.
la cosa mi sgomenta non poco.
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infinite jest
quando andavo al cinema e mi davo arie da intenditore mi ricordo che mi ci voleva sempre un po' prima di riuscire a formulare giudizi che riuscissi a condividere nel tempo.
mi è accaduta la stessa cosa dopo la lettura di infinite jest, ad oggi il capolavoro di david foster wallace, che ho terminato un paio di mesi fa.
ebbene, il mio lapidario e mortale commento è questo: un grande libro, che avrebbe potuto avere il doppio, il triplo delle pagine.
mi spiego.
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mercoledì 25 luglio 2007
preti
oggi a pranzo ho detto a un mio amico una cosa abbastanza ovvia, ovvero che a mio parere tutti i preti sono fondamentalmente dei disadattati. lui ha ribadito, molto meno banalmente, che non solo lo sono, senza dubbio, ma sono anche dei parassiti, al pari degli zingari. e sono anche peggio, ha soggiunto, perché l'elemosina la chiedono con pance gonfie, bei modi e vestiti puliti.
ha aggiunto altresì, ancor meno banalmente, che i preti sanno di essere dei disadattati. lo sanno benissimo.
il mio amico ha ragione.
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gli ottant'anni della roma
quasi mi dimenticavo, sempre a proposito di sport.
non riesco a immaginare niente di più bello, fresco, innovativo, utile, ecumenico, simpatico ed emozionante della festa per gli ottant'anni della roma.
eccezion fatta, si capisce, per i settantatré anni della sambenedettese.
ma ci pensate? gli ottant'anni della roma.
gli ottant'anni della roma
gli ottant'anni della roma
gli ottant'anni della roma
gli ottant'anni della roma.
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il bello e il vero
mi domando a chi interessi ancora il ciclismo. mi domando se a qualcuno interessa la guerra contro il doping. mi domando perché guardiamo lo sport. a quest'ultima domanda so rispondere.
guardiamo lo sport per due motivi: il fatto fisico e il fatto estetico.
lo sport non è il regno del vero, è il regno del bello.
e come ci hanno insegnato da bambini, il bello si sottrae alle regole del mondo.
lo sport vive delle regole dello sport, che per fortuna non sono né quelle della morale, né quelle del diritto positivo.
il diritto positivo, quest'ultimo, decadente, morente relitto della civiltà occidentale, questa meravigliosa eredità che dobbiamo vedere semidecomposta. persino la ricerca della felicità ha invaso gli argini del diritto. il diritto alla felicità, il diritto alla maternità, il diritto alla serenità.
ma io divago.
da qualche tempo qualcuno si ostina, con inusitata pervicacia, a combattere il bello.
come sempre succede in questi casi, chi conduce la battaglia è convinto di essere baluardo dell'integrità e assuntore d'impegni a lui silenziosamente e universalmente demandati.
spesso chi conduce battaglie lo fa per dare un senso alla propria esistenza, al proprio ruolo o alla propria immagine. spesso chi conduce battaglie è in mala fede e non crede a quello che fa.
ma, di nuovo, non è questo il punto.
il punto è che ben johnson ha corso i cento metri in un tempo che è stato eguagliato vent'anni dopo. il punto è il cronometro. l'unico motivo per cui guardiamo i cento metri piani è il cronometro.
il punto è che marco pantani (personaggio nemmeno troppo simpatico, se vogliamo) è le sue braccia in cima all'izoard, è la smorfia sull'alpe d'huez. è il bello.
il punto è il gol di maradona all'inghilterra, messico 1986.
maradona, mcenroe, pantani. gli esempi si potrebbero moltiplicare.
l'uomo gode del sublime.
il burocrate che sotto il manto della lotta per l'equità toglie all'uomo lo spettacolo del sublime, uccide lo sport, uccide la civiltà, uccide l'uomo.
abbasso l'assassino.
viva il bello.
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mercoledì 18 luglio 2007
il conformismo/3
il cinema americano ripete se stesso da sempre. la famosa battuta di irving thalberg ("i film non si fanno, si rifanno") è continuamente verificata.
come spesso accade però la ripetizione è verso il modello basso, non quello alto (ma questo, sostengo, è l'applicazione della legge naturale di cui al secondo principio della termodinamica: il calore passa dal corpo caldo al freddo, il sistema cede calore, il sistema tende all'equilibrio, il sistema è entropico. massimo disordine)
e quindi accade che nei film americani vedi sempre le stesse cose, gli stessi gesti, le stesse facce, gli stessi movimenti.
e vedi le stesse situazioni, gli stessi personaggi, gli stessi schemi.
non è il caso di scomodare christian metz, i giovani turchi, barthes, eisenstein o bazin, i quali tutti hanno già detto tutto e molto meglio di me.
la piccola riflessione che le mie scarse risorse mi consentono verte intorno alla fruizione superficiale. ovvero, non è tanto la morfologia del racconto, non è il linguaggio, non è la sintassi del film che condividono matrici uniformi, quanto, oggi, il semplice fatto estetico.
data una situazione, per esempio la coppia che litiga, vedremo: lei sul divano, lui in piedi. lei muove le braccia dalla testa verso il grembo, lui porta le mani alle tempie e le allunga verso di lei. e così via.
nell'era del digitale, anche l'animo umano è stato discretizzato.
un numero discreto di emozioni e quindi di espressioni è molto più facile da gestire.
sofferenza. paura. gioia. imbarazzo. una sensazione, una faccia.
identico discorso per i movimenti di macchina, per il montaggio, per la produzione.
ecco perchè non vado più al cinema.
il cinema è divenuto un format.
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