domenica 11 maggio 2014

di conflitti, favole e chiese

il conflitto tra l'artista e la sua creazione, che informa di sé qualsiasi tentativo di approcciare temi alti, resta l'unico conflitto sul quale è ancora opportuno, forse, spaccarsi la testa.
anche Dio è in lotta perenne con l'Uomo. si fa fatica a capirsi, e il genitore tende a interpretare il genitore, di quando in quando.
uccidere le proprie creature non appena esse vengono alla luce è, peraltro, propensione antica quanto il Tempo, come sappiamo.
e una volta nate persiste, non solo nelle menti più malate, quel sottilissimo, gelido sentimento di proprietà.
alcuni si affidano alle fiamme, altri si limitano al nascondimento; altri, ancora più vili di questi ultimi, lasciano l'ingrato compito agli esecutori testamentari; altri ancora invece non riescono a fermarsi, troppo ubriacante il piacere della terracotta che continua a modellarsi sotto le mani.
si parva licet, il più crudele crimine inflitto a un'opera d'arte dal suo autore nella storia del genere umano, ad oggi, è, senza dubbio, dovendo noi parlare di ciò che, nato, è riuscito a sopravvivere, l'atroce, abominevole delitto perpetrato ai danni della cosiddetta "saga" di Guerre Stellari dal signor George Lucas.
poche opere come la prima trilogia appartengono al patrimonio collettivo del pianeta. c'è, sì, una consistente parte di mondo che ne ignora l'esistenza, ma è quella parte di mondo che non ha nemmeno da mangiare.
tutti, puristi compresi, si aspettavano grandi cose da Episodio I. poi compare Jar Jar Binks. la figura più detestata della storia, seconda forse solo all'ineffabile Yoko. nonostante gli insulti,  il demiurgo non si ferma. dopo la seconda trilogia rigira, rimonta, riplasma parte della prima, commettendo un sacrilegio dopo l'altro (il più clamoroso dei quali, ovviamente, piazzare l'ologramma di Hayden Christensen al posto di quello di Sebastian Shaw al termine di episodio VI).
il risultato è stato l'emergere di siti internet, petizioni popolari, manifestazioni di piazza, proclami, tutti volti alla restaurazione dell'opera nella edizione originale, ormai introvabile. niente da fare. bisogna rassegnarsi, o rivolgersi a qualche nerd. non esiste nessun'altra opera d'arte che possa vantare articoli, testimonianze, discussioni, diatribe come guerre stellari. è il furto più clamoroso della storia di un autore al suo pubblico.

il fatto è piccolo, va bene, ma involge aspetti disparati, e non tutti altrettanto piccoli.
dal punto di vista diciamo antropologico, il problema non c'è. qualsiasi cosa è uguale a qualsiasi cosa. se Leopardi, preso da chissà quale demone, avesse per esempio riscritto L'infinito prima dell'edizione napoletana aggiungendo a fine poesia le parole "di milk shake", come avrebbe fatto più tardi l'indimenticabile Clizia Gurrado, quella sarebbe L'infinito di Leopardi, e vai a dirgli che era meglio prima. il punto è che per chi guarda dall'alto non è né meglio né peggio.
dal punto di vista giuridico, la questione è semplice. il diritto d'autore comprende, tra i suoi vari diritti, anche il diritto all'elaborazione dell'opera. l'opera è, per il diritto, sempre del suo autore, oppure di colui al quale l'autore ha ceduto il diritto. non mai del pubblico.
cattivo, come sempre, il diritto.
ma, a monte, è "giusto" che esista il diritto d'autore?
la regina Anna (ne fa un ritratto assai manierato il buon Victor Hugo) si prese la briga di legiferare per prima, in maniera organica, sull'argomento. era da poco stata firmata l'Unione. da lì in poi, un susseguirsi come si dice di interventi. ma l'invenzione della stampa era, a tacer dei cinesi, già vecchia di due secoli e mezzo. non c'era questo sentire impellente di tutelar l'autore. né c'era mai stato prima, anzi. e allora perché?
la domanda è gustosa (non saprei trovare altro aggettivo) soprattutto oggi, nel momento in cui  il diritto d'autore prende botte a destra e sinistra.
e allora io dico: sono per una radicale rivisitazione del diritto d'autore. radicale. rivisitazione.
resta il punto di vista del sentimento di appartenenza, di cui ho già detto qualche tempo fa. e qui non c'è niente da fare.
fate quello che volete, Guerre Stellari è Star Wars 1977. punto.
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per conoscere un popolo bisogna conoscerne le tradizioni.
come i tedeschi, che prima di specializzarsi nell'industria pesante sono stati, per secoli, i poeti e i filosofi più raffinati e sensibili, così i russi, apparentemente glaciali, hanno lasciato invero opere di una delicatezza e allo stesso tempo di una profondità psicologica spaventose. nel milieu più basso, la tradizione popolare consegna canzoni e favole che traboccano di sentimento (non è un caso che il più grande studioso della fiaba sia un russo).
a volte esagerano, come nel racconto che segue, più straziante di una favola di Wilde.

una bambina graffia l'auto del padre, alla quale questi è molto affezionato. il padre la punisce severamente picchiandola sulla mano con la quale ha compiuto il misfatto. così severamente che la bambina viene portata in ospedale. i medici dicono che dovranno amputare alla piccola  tutte le prime falangi della mano. la piccola, pentita, cerca di rassicurare il padre e gli dice: "non ti preoccupare papà, tanto ricrescono". il padre, distrutto, si toglie la vita. poco prima aveva guardato meglio il graffio sull'auto. la bambina aveva scritto: "papà, ti amo".
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avevo detto che ci sarei andato a Verona a suonare. saremmo stati tre gruppi, una cosa in famiglia, il locale solo per noi, e per fine serata la torrida prospettiva di una jam. ma, per motivi di cui non ero responsabile, s'erano ormai fatte le otto passate, e mio fratello era senz'altro già partito; partendo a quell'ora non sarei arrivato prima delle dieci. sarei stato, presumibilmente, tra amici, ma alla fine forse non ne valeva la pena, visto che saremmo dovuti tornare la sera stessa.
optai, optammo, per un aperitivo. la successiva passeggiata ci condusse davanti a una delle più belle e più antiche basiliche di Milano. nonostante l'ora, era aperta. evidentemente qualche liturgia extra. entrammo. davanti all'altare, un gruppo di bambini seduti. alla loro sinistra, ragazzi che cantavano e suonavano la chitarra.
in quel momento capii: ero lì che dovevo andare, non a Verona.

giovedì 1 maggio 2014

della superiorità morale dei francesi

sciovinisti e gozzoni e tutto, ma a loro non gli viene neanche in mente di usare la parola selfie. 

mercoledì 30 aprile 2014

c.p.c.v.l.p.v. / 2

lunedì 21 aprile 2014

estratti / 8

una volta mentre stavo giocando a tennis mi sono ricordato che la sera avrei visto i miei nonni e mi sono sentito tanto felice. invece ieri stavo mangiando la peperonata e improvvisamente ho desiderato essere sulla banchina di una stazione, insieme a tante persone che aspettano il treno.

galletti che ruzzano tra gonne svolazzanti, tra sandali impiastrati di sabbia. bicchieri colmi di vino scadente, salsicce sfrigolanti tra le urla. musica a volume alto e camiciole dischiuse a mostrare fieri petti. caldo.
spunzoni arrugginiti di vecchie armi, alabarde, daghe, zagaglie, gladii, spadini, pugnali, mazze, asce, falci, stiletti, baionette, scuri, picche.

non ho mai deciso niente in vita mia, mi disse il vecchietto. come la vuoi far cominciare una conversazione con un vecchio? sulla panchina di un parco, mentre dà da mangiare ai piccioni. in coda all'ufficio postale. su un mezzo pubblico. fai tu. c'eravamo, senza dubbio, io e lui, e lui si era messo a parlare. io ascoltavo.
mi disse alla scuola dell'obbligo ti ci mandano i genitori, poi dovresti decidere tu. invece mio padre mi disse a te ti mando al liceo classico perché scrivi bene in italiano. poi mi disse macché filosofia, iscriviti a giurisprudenza. poi mi sono messo per caso a fare l'avvocato e sono andato avanti così. poi sono diventato vecchio. non ho mai deciso niente in vita mia, per la mia vita. ho sempre aspettato che qualcuno o qualcosa decidesse per me, disse. un evento, il caso, un'altra persona. volevo fare scuola di regia, volevo imparare il cinema. ma alla fine forse ero talmente vigliacco che preferivo che restasse un sogno, così da potermelo cullare e da potermici macerare nelle ore solitarie. avrei fatto volentieri il camionista.

un mio amico dice che è giusto e necessario alzarsi dal letto la mattina e io dico che ha ragione.

sono rannicchiato in posizione fetale. suona il telefono. sì signora il ricorso è stato depositato ci sentiamo per l’udienza. faccio appena in tempo a mettere giù prima di avere un altro attacco di vomito. 

se la malattia è che non vuoi curarti come fai a curarti?

le persone dormono male.
un figlio con problemi a scuola. un figlio con problemi di salute. problemi di soldi. debiti. rate da pagare. mamme nelle case di riposo da mantenere. ansie. liti con il prossimo. incomprensioni con la persona che hai sposato.
c'è gente che si alza la mattina e va a lavorare con pensieri spaventosi. c'è gente che ogni mattina si sente male appena apre gli occhi. c'è gente che ha commesso azioni orribili e lo sa e lo nasconde. tutte queste persone si alzano, incredibilmente, lo stesso, tutte le mattine si alzano e non dicono niente a nessuno ed escono di casa e si vestono e scelgono cosa mettersi e che scarpe indossare e il colore della cintura. escono e vanno a lavorare e affrontano la giornata, le telefonate, i colleghi, le altre persone. fanno la spesa, parlano, ascoltano, guidano la macchina e magari ascoltano la radio, cambiano le stazioni. c'è tanta gente così. tantissima. escono di casa, con la nausea, i crampi allo stomaco, il mal di testa. varcano la porta e voilà. la porta di casa. la fottuta porta di casa. dentro casa magari ci sono i bambini, la moglie, il marito. fanno finta di niente. il marito ha problemi sul lavoro. torna a casa e gioca coi figli. la moglie soffre, ma al marito fa trovare la camicia stirata e la cena pronta. vivono tutti così. nella sofferenza, nella solitudine, con i propri fantasmi, che la notte li tormentano e il giorno li distruggono. affrontare il posto di lavoro. sedersi alla scrivania. il terrore della telefonata. il terrore del fax. il terrore della lite con il collega, con il datore di lavoro. la rabbia. la voglia di spaccare tutto. la voglia di urlare. si sfogano come possono. chi con la violenza, chi con il pianto. e domani ancora.
non fai niente di quello che vorresti fare. che dovresti fare. vorresti dirgli senti non mi interessa quello che mi stai dicendo io ho problemi più grossi di questo. mi sto separando da mia moglie. sto perdendo il lavoro. mi portano via la casa. ho il mio amore in ospedale. sto trattenendo il vomito mentre ascolto le tue parole. faccio fatica a respirare mentre tu mi parli. mi manca l'aria. mi scoppia la testa. invece ti sorrido e ti dico eh sì, certo. hai ragione. sperando che finisca presto. prima della prossima recita.
non puoi abbandonare la partita. non sai perché, ma ti senti obbligato a farne parte. a fare parte di questo sistema. non puoi darti all'alcool, alla droga. non puoi scappare. devi restare e continuare nel tuo ruolo. e più lo fai e più sai che è sbagliato. e più sai che è sbagliato e più lo fai.

solo pochi fortunati vivono diversamente. sono gli zombi.
forse, mi vien fatto or ora di pensare, sono molti di più di quello che stimo io. magari sono quasi tutti. essi vivono, dopo tutto, lo so. che film, essi vivono, un film che contiene l'unica scazzottata che valga la pena di vedere della storia del cinema, perché i cazzotti non c'entrano niente. non come i film di quei due mentecatti, uno grosso e l'altro biondo, che menano perché il film è tutto lì. in essi vivono sono cazzotti metafisici, non ci dovrebbero nemmeno essere, si picchiano perché non dovrebbero picchiarsi. quel genio di carpenter. ci sono gli occhi della protagonista, di una bellezza inguardabile, e anche loro sono completamente inutili. c'è il finale, dove vince, diciamo, il male. e c'è tutto il resto, pochi mezzi, storia semplice, c'è anche il messaggio, di una ingenuità commovente. un capolavoro.
ecco, dico, magari sono tutti zombi. io sono zombi, tu sei zombi, lui è zombi.

voglio essere come la mia collega, quella che ho incontrato in tribunale qualche tempo fa, che mi ha detto adesso vado a fare la spesa, poi mi compro un nuovo paio di scarpe e sono felice. ed era vero, era vero.
un paio di scarpe, e sono felice.

ripensare, come in una canzone italiana, a quando tutto doveva ancora succedere.

a quando sei riuscito a scalare la montagna, sei arrivato in cima e hai urlato al cielo.

al momento in cui le tue labbra hanno incontrato le sue.

lunedì 17 marzo 2014

noi due soli


catastrofe atomica. si salvano una coppia di fidanzati e un comune amico. è solo un sogno. ma l'auto che gira per roma deserta c'era, c'è, perché nel film; c'era, c'è, perché nel sogno.

martedì 4 marzo 2014

la rinascita della cultura italiana


nel salutare con partecipata emozione la rinascita della cultura italiana, voglio ringraziare anche io Diego Armando Maradona, l'indimenticabile pibe, per avermi fatto trovare parcheggio davanti allo studio, ieri.

domenica 23 febbraio 2014

frammenti di un discorso ospedaliero

uno

sdraiato sul mio letto guardo fuori. piove, piove orribilmente da giorni e mi dicono che, fuori, fa freddo. tutto sommato, mi dicono scherzando, stai meglio qui.
sono al quinto piano.
quando mi capita, guardo le persone che camminano sotto di me, che entrano o escono dall'ospedale. mi piace molto guardare le persone che camminano intorno all'ospedale e che non sono ospiti dell'ospedale.
il mio letto è bellissimo. lo ha costruito una filiale italiana di una società americana. sul letto c'è il marchio: hill-rom. sono andato sull'internet e ho assunto informazioni sulle attività e i prodotti della società.
appena ti ricoverano impari a manovrare il tuo letto. è una cosa che ti serve da subito. oltre a poter alzarlo o abbassarlo, puoi operare su ciascuno dei tre segmenti che lo compongono. testa alta, piedi bassi, piedi in alto, testa in basso, pancia in dentro, pancia in fuori, e così via.
adesso dico come ci sono arrivato.

sono in un albergo a mazara del vallo, un paese brutto, bruttissimo. mio figlio ha preso parte a una gara di scherma. adesso dorme. io sono al cesso e fumo una sigaretta. nel cesso non c'è il rilevatore. l'albergo ha 4 stelle ma ne merita meno. almeno si mangia bene. questo pomeriggio sono andato con mio figlio nella zona benessere. ci siamo divertiti un sacco. sauna, piscinetta con idromassaggio, doccia "emozionale", colorata e profumata, e tisana inclusa.
mi sveglio nel cuore della notte con una febbre terribile.
è domenica. la febbre mi abbatte. sto male come non sono mai stato in vita mia. convinto dalla mamma di mio figlio, vado alla guardia medica. la dottoressa mi prescrive un antibiotico. alle 20.30 parte il mio volo per milano. è la prima volta che volo da ammalato e mi sento una specie di untore, sai mai che fosse una cosa contagiosa. per la prima volta da quando prendo aerei, cioè da 25 anni, devo stare 15 minuti fermo sulla scaletta posteriore prima di riuscire a imbarcarmi. c'è qualche passeggero che evidentemente fa molta fatica a sedersi. i passeggeri mi stupiscono sempre. c'è sempre qualcuno che ha il posto alla fila 30 e sale dal davanti, e viceversa. c'è sempre qualcuno che al gate si mette in pole position per l'imbarco, indipendentemente dal fatto che ci sia il finger. prendo una certa dose di freddo.

a malpensa c'è mio padre, che gentilmente è venuto a raccogliere i miei resti e a trasferirli a casa mia. in realtà insiste perché vada a casa sua, così lui e mamma possono occuparsi di me. rifiuto finché non si arrende.
la notte è pesante. la tachipirina più di tanto non fa. lunedì febbre, martedì febbre. mercoledì febbre, ma più bassa. risolvo di andare in tribunale, ho due udienze cui devo presenziare. dopo aver presenziato, so che avrei potuto mandare una scimmia e sarebbe stata la stessa cosa. torno a casa. la febbre sale.

la notte è la peggiore delle precedenti. perdo completamente il senso del tempo. la mia mente è nelle mani di qualcos'altro, una forza oscura, imbattibile. penso incessantemente, per ore, ma poi mi rendo conto che non sto pensando niente e dico a voce alta "pensieri di niente" come se la forza oscura della febbre a quel punto dovesse aver capito di aver vinto e lasciarmi in pace. come se avessi pronunziato la resa. sono annichilato. sono percorso da brividi di ghiaccio. le ossa sono paralizzate, i muscoli non esistono. ho dolori per tutto il corpo, anche se non mi muovo. appena prendo sonno, mi sveglio. così, per ore. alle 6 del mattino mi alzo dal letto, vado sul divano. aspetto che si facciano almeno le otto, le nove, per chiamare il mio amico medico. accendo la tv su canale 5 perché c'è l'orologio. il tempo si dilata spaventosamente. vivo il più classico dei quadri surrealisti. ogni minuto mi addormento e mi risveglio. ogni minuto che mi risveglio, cioè ogni minuto, sono convinto che ne siano trascorsi 10, 20. è sempre uno. un minuto. chiudo, apro gli occhi. un minuto.
alle nove chiamo. il mio amico mi dice vieni in ospedale che ti faccio fare una lastra.
che cosa fare? andare in ospedale, che è dall'altra parte di milano, uscire di casa in questo stato, guidare la macchina?

vado. alle 10 sono in pronto soccorso. per fortuna non c'è molto movimento. mi misurano la febbre. è 39 e qualcosa. flebo di antipiretico. prelievi, lastra. mentre aspetto l'esito della lastra, seduto sulla sedia a rotelle, mi accorgo che sto perdendo conoscenza. faccio in tempo a pensare che non corro rischi, visto che sono seduto. mi risveglio con un dolore forte alla cima del naso, dolore sempre più forte, sempre più forte. un infermiere sta premendo del cotone contro il mio naso. sono caduto con la faccia in avanti, scopro, e gli occhiali mi hanno ferito. niente di che. scopro l'ebbrezza del prelievo nell'arteria radiale.
l'internista guarda i risultati. polmonite. ricovero obbligatorio. si cerca un posto. in pneumologia non ce n'è. trovano un posto in gastroenterologia.

i miei compagni di stanza sono due vecchi e un ragazzo. il primo vecchio è un milanesone, pieno di fissazioni. è ricoverato da un mese, ma non si sa che problemi abbia. la sera abbassa tutte le tapparelle. il secondo vecchio è un siciliano, di regalbuto. la notte è rumoroso. il ragazzo, un bel ragazzo, è l'oggetto palese del desiderio di tutte le infermiere e di un infermiere maschio, il quale gli dice "prima di uscire devi sganciare il numero del cellulare, anche solo per un'amicizia". prima della fine del turno, le apprendiste infermiere vanno da lui a chiedere se ha bisogno di qualcosa. finalmente l'infermiere maschio riesce a ottenere il numero e subito si mette a mandargli messaggi. il ragazzo ritiene di condividerne il contenuto con le infermiere.

dopo 3 giorni si libera un letto in pneumologia. vi rimarrò 13 giorni, per un totale di 16 giorni di ricovero.
per i primi 5 giorni i miei compagni di stanza saranno: agostino, settantaduenne ergastolano di origini messinesi ma romano d'adozione e di lingua, piantonato 24 ore su 24; piero, milanesone e chiacchierone, e ciro, napoletano bonario ma insopportabilmente molesto. dimessi ago e ciro arriveranno mauro, quasi mio coetaneo, e un ottantaduenne antipatico e volgare; poi anche piero sarà rimpiazzato, da un ragazzo disabile, che non parla e non sa.

la contiguità coatta sviluppa forme diverse di umanità. in ospedale, è noto, la condivisione del dolore, che è reale, avvicina le persone. mauro ha chiamato le infermiere quando il ragazzo senza nome si è sporcato tutto col suo catarro. e quando mauro è tornato con due sacchetti attaccati via cavo al suo organo genitale sono stato male. mauro aveva un'edicola davanti al cimitero maggiore. adesso fa il montatore di stand, quando c'è lavoro lo chiamano. gli piace raistoria, e anche lui guarda res gestae la mattina, come me. sono tornato a trovarlo, dopo che mi hanno dimesso, ma non c'era più. mi aveva detto che berlino è bellissima.

quando sei malato pensi a tante cose, hai tanto tempo a disposizione, il tempo in ospedale non è come fuori. in ospedale il tempo ha più senso. alle sei di solito sei sveglio, al più tardi alle sette. ti fanno il prelievo, ti danno le medicine. alle otto la colazione. alla nove c'è il medico che fa il giro. alle 12 il pranzo. alle 15 giro delle terapie. dalle 17 alle 18 orario di visita. alle 18 la cena. alle 19 terapie, poi si spegne la luce. la notte è lunga. sai di vivere una vita eterodiretta, ed è onesto. la vita di fuori, con la sua illusione di libertà, ti appare uno scherno.
devo confessarlo: la vita così palesemente eterodiretta è molto più bella, appagante.

mentre penso a tutte queste mirabili cose, mi viene l'

idea per un corto
un uomo obeso cammina sul marciapiede, verso casa. improvvisamente si accorge che, da un giorno all'altro, sulla via, hanno aperto una palestra, una di quelle palestre di esaltati dove i clienti, in bella mostra, vengono vessati dal trainer attraverso esercizi massacranti e senza senso. l'obeso si piazza davanti alla vetrina e resta lì a guardare. anche gli esaltati guardano lui, pur continuando a faticare. campi, controcampi (crampi, controcrampi?), sospensioni alla sofia coppola, o, se preferisco, alla bela tarr. dopo troppi minuti l'obeso si rimette in cammino e arriva a casa. si siede sul divano e accende la tv. vede gli stessi esaltati che continuano a sudare. primo piano dell'obeso. titoli di coda. (decidere se sia più opportuno che l'obeso, mentre guarda ciò che accade dentro la palestra, mentre cammina e mentre guarda la tv, mangi lentamente qualcosa, come un gelato, un sandwich, un bounty)

ed è questo che mi ha sconvolto.
vedere, capire, sapere che ci sono persone che si prendono cura di altre persone. esseri umani che aiutano esseri umani. che salvano loro la vita. io non lo so se sarei sopravvissuto. certamente non 50 anni fa. molto probabilmente nemmeno adesso. ma adesso invece son qui che scrivo. mi hanno salvato la vita. mi hanno curato. sono venuti, tre volte al giorno, a darmi l'antibiotico, e le vitamine, e le medicine, e la puntura nella pancia, e l'aerosol. e tu non chiedi niente. vengono a cambiarti il pannolone sporco di merda, vengono a rifarti il letto, a imboccarti, vengono e ti chiedono come stai, come sta, sono lì per aiutarti, per farti respirare. e che cosa importa se lo fanno per lavoro?

salvarsi gli uni gli altri. è etico. ed è giusto. cosa chiedi al chirurgo che ti apre la pancia? se crede in dio? se vota la sinistra? no. lo guardi negli occhi e speri che ti guarisca. la cosa che conta è che ci sia qualcuno che a una certa ora viene da te e ti dà una medicina. a volte ti fa anche una carezza, o un sorriso, ed è bello.
ci sono persone, al mondo, migliaia, centinaia di migliaia di persone che salvano la vita di altre persone. e questa è l'unica cosa che conta.

il resto sono chiacchiere.


due

camminare in una corsia d'ospedale, in piena notte. ascoltare i rumori. la tosse. il lamento. il catarro. il russare. la macchina per l'ossigeno, che gorgoglia senza sosta. uomini e donne che fanno fatica a respirare.
alzarsi e camminare, tornare a letto, litigare coi cuscini, mettercela tutta, non dormire. alla malora il tavor, cosa l'ho preso a fare, erano meglio le gocce che mi davano quando ero in gastro, non mi ricordo più come si chiamavano, sonnnellin, dormiglion, non mi ricordo.
ho i brividi. quando non ho i brividi, ho il terrore dei brividi. ho il terrore che ritorni la febbre. se torna la febbre vuol dire che non sto guarendo, come ha detto il primario. il primario vuole essere simpatico, ma non è cosa sua, purtroppo. dopo qualche giorno e qualche battuta fuori luogo non si presenta più.
ho pensato che sarei morto, poi ho pensato che invece no, anzi, sarei uscito fortificato dall'esperienza e avrei trovato il coraggio di cambiare vita, avrei smesso di fare il lavoro che faccio. bella espressione, cambiare vita. alla malora lo studio, le udienze, il tribunale, alla malora tutto. avrei finalmente preso il mano le redini del mio destino e avrei deciso, col mio primo vero conato di volontà, di fare quello che voglio fare, quello che so fare, quello per cui sono nato. quando pensavo che sarei potuto morire ero tranquillo, pensavo solo che mio padre avrebbe sofferto come un cane e che non avrebbe superato il trauma.
mi portano la bresaola, insistono perché mangi qualcosa. mi portano i dolci, ma non voglio nemmeno quelli. la mattina mi portano la gazzetta o il corriere. ma a me piace di più vivere completamente dentro qui. sono angosciato, chissà cosa sta succedendo in studio senza di me. non ho il coraggio di chiamare. mi arrivano tanti messaggi, tutti i giorni, anche da persone che non sento mai. sono contento. mi sembrano sinceri. le coperte, tutte su. brividi o non brividi. bello stare nel letto. aspettare. camminare in corridoio, camminare nella stanza della tv. sbirciare nelle altre stanze, chi c'è, come stanno, cosa succede, se la caveranno? sì, sì.
ancora la pastiglia per il catarro, ma io non ce l'ho! la prendo lo stesso, le prendo tutte, le ragazze sono la mia mamma, la mia mamma sa cosa è bene per me. solo una volta mi ribello, non voglio più la puntura nella pancia, non mi piace. mi accontentano. il saturimetro fa dei suoni, sempre quelli. ti si fissano nella testa, loro come altri suoni. il termometro è a volte quello classico, con la barra di mercurio rossa, a volte quello moderno, che ti appoggiano sulla fronte. in pronto soccorso hanno quello che si infila nell'orecchio e dà il risultato in un secondo. voglio un'altra coperta. ho freddo. non voglio vedere nessuno, voglio stare zitto e non vedere nessuno. voglio sentire i miei brividi percorrermi tutto, voglio sentire il dolore nel mio petto quando respiro, quando tossisco, quando digerisco. voglio solo i miei brividi, sono tutti miei, tutti. voglio il mio letto, i miei cuscini, le mie coperte e i miei coltelli infilati nelle scapole, nella testa, nel cuore, nel fegato e nei polmoni. poi un giorno la dottoressa mi dice oggi può andare a casa, e mi si riempiono gli occhi di lacrime.


tre

vi ho amato, vi ho amato tutte. vi ho amato come vi hanno amato tanti prima di me, vi ho amato quando venivate a darmi le medicine, quando mi cambiavate la farfalla, quando mi facevate il prelievo, quando mi attaccavate la flebo, quando mi misuravate la pressione e la saturazione, quando mi misuravate la febbre, quando mi facevate la puntura e anche quando mi preparavate l'aerosol. vi ho amato tutte e, sì, vi amerò per sempre, femmine senza nome, angeli azzurri, ancelle dell'amore laico, della pietà vera, della carità cieca.


quattro

la mia degenza, i miei esami, le mie terapie mi sono costate zero euro. cono costate zero euro a me, ma qualcuno le ha pagate. a nessuno ripugna pagare le tasse quando servono a garantire cure mediche per tutti. le poche tasse che ho pagato negli ultimi 40 anni (cioè dal mio precedente ricovero a oggi) avranno pagato qualche flebo. almeno spero.
ho pagato 66 euro per la tac cui mi sottoporrò il 19 marzo prossimo venturo. non ho mai pagato niente così volentieri.
a me piace vivere in un mondo in cui la sanità, come la scuola e la casa, sono garantite dallo Stato, cioè dalla Società. un mondo in cui ognuno deve organizzarsi per i cazzi suoi, altrimenti se si ammala muore come un cane, non mi sembra il migliore dei mondi possibili. questo bel discorso farà la fine che farà quando la sanità pubblica avrà finito i soldi e non sarà più in grado di funzionare, perché tutti faranno causa ai dottori e agli ospedali asserendo di essere stati curati male, gli avvocati saranno tutti contenti di farle, queste cause, e i giudici condanneranno tranquillamente ospedali e dottori perché "tanto sono assicurati", con la conseguenza che i dottori e gli ospedali non penseranno più tanto a curare i pazienti, quanto a salvarsi il culo, ciò che si chiama medicina difensiva, e inonderanno tutti i loro pazienti di esami e indagini, tanto per non saper né leggere né scrivere, e qualcuno pagherà per essi, qualcuno pagherà i premi delle assicurazioni, che nel frattempo aumenteranno, così aumenteranno anche le parcelle dei medici, degli avvocati, e qualcuno le pagherà. così, con i soldi che avrai portato a casa dalla tua brava causa, potrai pagarti le rate della tua nuova polizza assicurativa privata. fanculissimo.

mercoledì 8 gennaio 2014

appunti per la stesura di un manifesto per una rivoluzione


appunti per la distruzione del pensare-donna.

il capitalismo, il sistema capitale, favorisce l'emersione della donna quale soggetto primario e autoritario all'interno delle scelte e della famiglia e della società.
non importa il fatto che il femminismo non abbia insegnato alle donne ad essere amiche, unite, complici. è un semplice momento di passaggio.
peraltro alle donne ontologicamente non interessa l'unione tra esse né la complicità (una maxiballa). le donne sono ontologicamente rivali tra loro per l'accaparramento del lupo alfa, prima, e il mantenimento ovvero il miglioramento dello status raggiunto, dopo.

il sistema capitale è il sistema-donna.
il sistema capitale demolisce il pensare-uomo.
il sistema capitale, femminile, spinge la donna alla ricerca e all'acquisto di nuovi rametti per il nido, tramite il maschio, che diventa un semplice esecutore materiale del desiderio femminile, un tramite.
tale funzione marginale non viene a cessare per un solo e unico fatto: la forza fisica. fatto che la cultura non ha ancora strappato alla natura. finché gli uomini saranno fisicamente più forti delle donne, non scompariranno dal pianeta, ma saranno ridotti a ruoli di vassallaggio per il soddisfacimento di desideri. non tutte le donne riescono a portare a casa quintali di merce. non tutte sono alte, non tutte sono forti fisicamente. serve un muletto. ciò che è l'uomo di oggi. un muletto.

le leggi sul femminicidio, giuridicamente e socialmente senza senso, sono elementi primi di una politica della castrazione.
il maschio-eunuco è il punto di arrivo.

esibire il maschio davanti ad altri maschi, perché faccia a cornate con essi e porti a casa il risultato. nello stesso tempo continuare la guerra fredda con le altre femmine, con le quali ontologicamente persiste, durante la fase transizionale (da oggi alla società delle amazzoni e degli eunuchi) l'invidia spasmodica, la quotidiana lotta per l'apparire. l'essere magre, l'ossessione per le diete, tipicamente femminile, nasce nel milieu di un sistema tradizionale, ontologico, naturale, nel quale la donna cerca il maschio-alfa e lo trattiene all'interno delle mura domestiche.
la donna single, espressione moderna della femmina, sente il bisogno del maschio accanto a sé come mero strumento di ricognizione sociale.

finché esisteranno maschi non ancora demascolinizzati, serve una figura-simbolo, solo per poter dire le due parole che servono per  acquistare, finché è necessario, dignità sociale: "mio marito" 

le donne possono farcela da sole, ontologicamente non hanno bisogno del maschio. il principio del "non abbiamo bisogno di loro" è informatore del nuovo pensare-donna.
il pensare-donna, figlio del sistema capitale, presuppone la scomparsa del maschio come uomo, come padre, come simbolo.

in questo contesto, è venuta meno anche la funzione riproduttiva, dal momento che è possibile recarsi in ospedale e farsi inseminare artificialmente, portare a termine la gravidanza e crescere figli senza alcun maschio intorno. si moltiplicano famiglie formate da due mamme e bambini.
lesbismo di massa.
omosessualità di massa
un rapporto sessuale con una persona dello stesso sesso è, per una donna, un fatto infinitamente più normale che per un uomo.

nella situazione di transizione di oggi, la femmina vive una situazione schizofrenica nella quale, mentre si fa perdere di importanza e dignità alla figura maschile, ci si lamenta della scomparsa del maschio.

l'uomo, purtroppo, sta assecondando il processo.
pur di scopare, che è la cosa principale che interessa al maschio, egli è disposto anche a concedere le "pari opportunità" , riservare posti di lavoro per legge, parlare bene della donna, esprimere pareri favorevoli circa il percorso distruttivo che, più o meno inconsapevolmente, sta vivendo.
perché l'uomo non si rende pienamente conto di stare avallando un vero e proprio processo di demascolinizzazione della società.

le donne sono ormai solo eviratrici
assistiamo al ritorno dell'amazzone
lo svuotamento del ruolo del maschio all'interno della famiglia e della società.

la femmina priva del suo suolo il maschio e il padre disgregando la famiglia.
schizofrenia nel processo transizionale. da un lato attribuirsi ruoli maschili (il lavoro, la capacità di produrre reddito, conquiste sociali) da un altro percependo che lo svuotamento di ruolo porta inevitabilmente al fatto che loro stesse non riconoscano più il maschio che invece ontologicamente desiderano avere (qualunque donna, ontologicamente, desidera un "vero uomo" accanto a sé)

vuoi un uomo accanto a te e lo distruggi, distruggi ciò che per natura desideri. follia.
così come le diete, inesistente il natura il desiderio di essere magri

il pensiero comunista eguagliava i sessi e dava pari diritti a donne e uomini senza togliere alcun valore al ruolo di maschio e femmina, che restavano cardinali. il pensiero comunista infatti aborriva l'omosessualità.

il sistema capitale prima ha creato l'uomo-massa (al contrario di quello che si pensava del pensiero comunista- eterogenesi dei fini) poi ha creato la donna consumatrice, responsabile delle risorse economiche della famiglia.
da eminenza grigia e consigliera nascosta e silenziosa all'interno della famiglia nucleare, quale era storicamente, la donna emerge quale rappresentante della direzione politica, economica, culturale della famiglia e della società.

l'uomo si è femminilizzato anche lui. tiene alla cura del corpo, è vittima della moda, è spinto come la donna ad acquisti compulsivi, ha sublimato la componente violenta del suo essere in atteggiamenti sedativi quali gli oggetti. ha perso, sta vieppiù perdendo, la propria ontologia.

l'ontologia dell'uomo è andare a caccia e ammazzare. è fare a botte. è andare alla ricerca, non per il gusto del viaggio, ma per seguir virtute e canoscenza. è andare e tornare, trovare la donna a casa e prendere il braccio il figlioletto. ettore e andromaca. è andare in guerra. è fare figli con tante donne, inseminare donne diverse.

la pace è pensare-donna.
l'uomo fa la guerra. la storia del mondo è la storia di interminabili e sanguinose battaglie.
l'uomo torna a casa con la spada insanguinata e trova conforto nelle carezze di una donna.
la donna è approdo, porto.
ontologicamente, la donna cerca sicurezza nell'uomo e l'uomo pace e serenità nella donna. una donna si sente sicura nelle braccia di un uomo, nel nido che con l'uomo ha costruito, nel quale alleverà la prole. l'uomo trova nella donna la quiete dopo la tempesta di un giorno trascorso a combattere, una casa, per lui non necessariamente l'unica, in cui tornare.

non esiste più nulla di tutto questo.

una spia dell'emergenza di quanto sto dicendo è la progressiva scomparsa della pornografia (tipico prodotto ad uso maschile) dalle reti televisive. così come lo sono tutti gli orientamenti di tutta la giurisprudenza, ormai sempre più territorio femminile.

un versante drammatico del pensare -donna, figlio del sistema capitale, è la deriva del risarcimento del danno.
nel pensare-uomo non esiste il risarcimento del danno.
sì, la lex Aquilia la conosciamo. è un'eccezione fondata. il sistema giuridico romano, fondamento delle codificazioni moderne, conosce e sviluppa l'obbligazione extracontrattuale.
ma la deriva moderna è tutta derivazione del sistema anglosassone, protestante e matriarcale.
in inghilterra e negli stati uniti si elabora la disciplina dei torts, grazie alla quale campano decine di migliaia di avvocati.
nel pensare donna esiste il diritto al risarcimento del danno come fatto equilibrativo di qualunque torto.
qualunque danno è non più astrattamente ma concretamente risarcibile.
fino a non molto tempo fa, quando il pensiero era figlio dell'uomo, si sopportava il torto come una componente del destino. adesso no. il mondo è pieno di persone che vantano diritti al risarcimento. qualsiasi cosa mi accada, qualsiasi ingiustizia subisca, devo poter ottenere un equivalente in denaro. una barbarie senza senso e senza fine. l'equilibrabilità del tutto attraverso la corresponsione di una somma di denaro è pensiero-donna. come se il denaro potesse ristabilire uno squilibrio derivante da un qualsivoglia pregiudizio.

la mia teoria è l'abrogazione del risarcimento del danno da colpa, di qualsiasi gradazione.
resta il risarcimento del danno da dolo.

il collasso è evidente.
le cause di risarcimento del danno da colpa sono in aumento progressivo e la società si frantuma sotto di esse. il sistema non è in grado di sopportarne il peso.
la richiesta danni affonda le radici in un terreno culturale malato, in un tessuto sociale completamente disgregato.
il sistema capitale non solo crea, lo sanno anche i bambini, sperequazioni sociali (secondo qualcuno la povertà non si può eliminare, mentre non solo si può, si deve, e non è nemmeno difficile) e criminalità.
il sistema capitale non solo crea e produce inquinamento e rovina delle risorse naturali (che sono quelle che contano). il sistema capitale crea le condizioni per la distruzione dell'uomo.
la donna distrugge l'uomo.

rivoluzione.








summa summarum


sono stufo di leggere
ho bisogno di ascoltare.

questo post doveva finire qui.

impariamo dalla rete. impariamo da internet. impariamo dai libri
non si impara un cazzo dai libri, con buona pace del mio amato Condor.
si impara da qualcuno che insegna. ed è bello imparare da qualcun altro.
la scomparsa dei maestri è il problema centrale.

l'università ha smesso di essere una cosa seria quando gli insegnanti hanno smesso di essere una cosa seria.
mi sono laureato nel 1993 frequentando due corsi di lezione su venticinque. uno era economia politica, l'altro era diritto internazionale. uno al primo anno, uno al secondo. dal terzo ho smesso di andare all'università. preparavo gli esami a casa e quando mi sentivo pronto mi prenotavo per l'esame. mi sedevo davanti a uno stronzo e ripetevo quattro palle. così per 23 volte. questa è l'università.
chi frequentava l'università lo faceva perché si divertiva, perché si faceva casino, perché c'era la figa, perché si faceva amicizia.

invece, l'unica cosa di cui un uomo ha bisogno è un maestro. un insegnante.
non c'è niente di più bello di un maestro, di qualsiasi materia si tratti.
il nostro insegnante oggi è un miliardo di pagine web in cui possiamo imparare la storia, la geografia, la matematica, la filosofia.
ma io mi sono stufato di leggere.

io sto cercando uno che tutto il giorno mi parli e mi dica cose. che mi spieghi, che mi insegni. uno che parli. che sappia parlare. che sappia trasmettere.
l'oralità è più forte di qualsiasi scrittura.
sono per il ripristino della tradizione orale.
la scrittura si perde, la parola no.
i file devono essere continuamente "salvati" su nuovi supporti, altrimenti si perdono per sempre. dal dischetto al cd, dal cd al dvd, dal dvd alla chiavetta usb, e così via.
l'oralità conserva per sempre.

la formazione a distanza. una cosa abominevole.
non c'è nessuna formazione. al massimo c'è la trasmissione di informazioni. formazione e informazione sono cose diverse. oggi c'è informazione. informazione di massa a portata di un clic.
ma informazione e cultura sono, anch'esse, cose diverse.
e molto.

venerdì 6 dicembre 2013

c.p.c.v.l.p.v. / 1

martedì 3 dicembre 2013

la consapevolezza della finitezza

queste cose le ho già scritte, almeno io.
c'è sempre un momento preciso.
un momento in cui scopri la letteratura (per me, come per milioni di brufolosi, fu l'inaspettato incontro con Raskolnikov), un momento in cui scopri che c'è qualcuno che ha bisogno di te, proprio di te (di solito è un fantolino), un momento in cui scopri il dolore, un momento in cui scopri che il dolore non finisce e non ha limiti, un momento - adesso ci vuole una bella risata - in cui scopri la tua donna a letto con un altro.

e poi c'è il momento in cui ti rendi conto non solo del terribile fatto (qualcuno te l'aveva detto e tu non gli avevi creduto) che non diventerai un astronauta, né un agente segreto, né il presidente del mondo, né una famosa rockstar, né un famoso regista di film porno, né un atleta olimpico, ma soprattutto che le cose più grandi di te non sono il cielo e le montagne. non sono le stelle e l'universo. quelli sono lì per un altro scopo, che è quello di farti capire che sono lì per un altro scopo, en abyme, come gli specchi che riflettono specchi (gli specchi che riflettono specchi sono come pensare al senso dell'esistere, dal momento che non esiste alcun senso dell'esistere che non sia il pensare al senso dell'esistere). e, quindi, ti rendi conto che le cose più grandi di te sono cose semplici, cose di tutti i giorni, cose che fanno tutti, cose alla portata di tutti.
la grande scoperta (prima un gravame sulla schiena, poi un caro amico), è la consapevolezza che queste cose semplici, alla portata di tutti, che tutti maneggiano con estrema disinvoltura, per te sono inarrivabili, incomprensibili, inafferrabili.

per me il momento preciso in cui ho capito tutto questo è stato quando l'insegnante di matematica una bella mattina d'inverno si è presentata in classe, si è seduta, ha fatto l'appello di rito, si è alzata, è andata alla lavagna e ha scritto questo:

y = (f)x


lì, è finito tutto.

venerdì 25 ottobre 2013

Flight

Un altro uomo gravato dal pesante fardello. Un castello di menzogne. Si sgraverà e poi, mondato, ritroverà una vita felice e pura? Oppure continuerà a perdersi?
L'angoscia, quasi insostenibile, che proviamo quando vediamo L'avversario, capolavoro di Nicole Garcia, qui è solo speranza che non ci sia propinato, come piatto forte, il solito polpettone. E, come sempre, si resta delusi.
Robert Zemeckis, per chi non coltiva il vezzo di storcere il naso davanti a fischiebbotti (che sono cinema da quando esiste il cinema), è un grande regista.
Grande, ma stavolta non abbastanza.
Un pilota di lungo corso, alcolizzato, deve affrontare un atterraggio di emergenza: l'aereo è un baraccone coi motori rotti. Salva 96 persone. Muoiono due hostess e quattro passeggeri. In ospedale, mentre è ancora malandato, gli fanno un prelievo del sangue. La notte prima dell'incidente e la mattina stessa aveva bevuto parecchio e sniffato coca. Si teme che il terribile ente americano per la sicurezza sui trasporti aerei (NTSB, là hanno la passione per le sigle, come i russi per i soprannomi) scopra la magagna e lo sbatta in galera per mille anni. Un amico ex pilota gli procura un avvocato molto abile, un altro la coca. In ospedale conosce una tossica; vanno a vivere insieme, ma lui, preoccupato, non smette di bere.
Il nostro spera di sfangarla in tutti i modi, poi la coscienza prende il sopravvento (il pretesto è il viso della bella hostess, amante e compagna di bagordi, purtroppo defunta nell'incidente) e lui vuota clamorosamente il sacco.
Per tutto il film ho sperato che gli andasse liscia. Che restasse un ubriacone e che non pagasse per il suo brutto vizio (tra l'altro, errore non vi è stato: è incontroverso che nessun pilota avrebbe fatto meglio di lui).
Non avrei dovuto sperare, non in Zemeckis. E non in un Zemeckis che sparge insopportabili vapori di incenso e odor di sagrestia per tutto il film.
E allora, viva il capitano Queeg, se dobbiamo parlare di pistolotti, viva l'Ammutinamento del Caine, capolavoro di Edward Dmytryk, uno che un po' ondivago lo fu anche lui, ai tempi del famigerato Comitato, ma almeno lasciava al suo capitano la solitudine, la malattia, una meritata immortalità, e a noi tutti i nostri fantasmi.

martedì 1 ottobre 2013

wreck on ice, peach*

post - post - qualcosa come modernismo

le recenti vicissitudini dei rigatoni per culattoni(1) mi hanno indotto a smettere di preoccuparmi e amare la bomba (2)

il nuovo Zing lava più bianco e protegge i tuoi capi delicati, anche a 60 gradi.
una fila di aaaaaaaa, poi di oooooo
una fila di vocali, poi di consonanti

la coincidenza degli estremi. il lavoro di pynchon (3)  dietro ogni parola. parole messe a caso, lettere messe a caso.

il più grande lavoro simile a nessun lavoro.

da domani mi inventerò una nuova professione, una professione molto sottile: il leccatore di liquori (4)

- mi ha detto che vuole una pausa di riflessione
- per me ti vuole mollare. probabilmente ha un altro
- anche per me

sperma (5)

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note (a cura di Paolo Boschivo Modesti)

* Il titolo è evidentemente un gioco di parole, un poco raffazzonato, che cerca di prendere in giro i programmi di videoscrittura a riconoscimento vocale. I primi software messi in commercio negli anni '90 del ventesimo secolo non riuscivano, fatto beffardo, a riconoscere correttamente la frase "recognize speech" ove fosse stata pronunziata in modo rapido (colloquiale) e senza attenzione alla pronunzia della g e della z, come poteva accadere a un americano medio di non elevata istruzione. Di qui, gli errori quali quello del titolo o altri simili (wreck a nice beach, ecc.).


1. Il riferimento è al famoso "caso Barilla", occorso alla fine di settembre del 2013, quando il più famoso produttore di pasta e biscotti e merendine italiano, Guido Barilla, patron, come si dice, della storica maison, ebbe a dichiarare in un'improvvida intervista radiofonica durante un programma di basso profilo allora molto seguito (La Zanzara),  che non avrebbe mai fatto pubblicità alle famiglie gay. Alla domanda "Perché non fate una bella pubblicità con famiglie gay?". La replica di Barilla fu: "Noi abbiamo un concetto differente rispetto alla famiglia gay. Per noi il concetto di famiglia sacrale rimane un valore fondamentale dell'azienda". Ma la pasta la mangiano anche i gay, osservarono i conduttori. E l'imprenditore: "Va bene, se a loro piace la nostra pasta e la nostra comunicazione la mangiano, altrimenti mangeranno un'altra pasta. Uno non può piacere sempre a tutti". La dichiarazione scatenò un vero e proprio putiferio: per primo tuonò il cantante e candidato al Nobel per la letteratura 2013 Roberto Vecchioni, artista da sempre vicino ai diritti dei più deboli, come le donne e gli omosessuali, il quale definì Barilla "un povero cretino". Seguì il Nobel per la letteratura Dario Fo, che con maggiore temperanza invitò il Barilla a "rappresentare tutte le famiglie". In parlamento si sfiorò la rissa quando un deputato del partito Lega Nord espose un finocchio sul banco. Si moltiplicarono pacchi di pasta Barilla buttati per strada. I pastifici concorrenti colsero l'occasione per dichiarare che la loro pasta era buona anche per i gay. Da più parti si cominciò a esortare al boicottaggio. Il caso ebbe eco internazionale: la cantante Cher disse laconicamente: "he's crazy". Sui social network (Facebook e Twitter) impazzarono gli insulti più beceri, di vip come di gente comune, all'imprenditore, il quale, scosso da un tale caos, fu costretto a fare pubblica ammenda, chiedendo scusa agli italiani, ai gay e ai propri dipendenti e promettendo uno spot con protagonisti omosessuali. 
La parola "culattoni" è un milanesismo, come tale caro all'A., molto legato alla sua città e alle sue tradizioni.

2. La citazione, alquanto banale, è dal film di Stanley Kubrick del 1964 distribuito in italia con il titolo "Il Dottor Stranamore", il cui titolo originale è "Dr. Strangelove or: How I learned to stop worrying and love the bomb", tratto, assai liberamente, dal romanzo Red Alert (Allarme Rosso) di Peter George, 1958.

3. Thomas Pynchon, scrittore statunitense, considerato, insieme con J.D. Salinger, uno dei grandi maestri della letteratura americana e in particolare del postmodernismo, nonché padre nobile della seconda onda della nuova letteratura americana (Wallace, Eggers, DeLillo, Ellis, Franzen), celebre, tra l'altro, per la sua fantasmaticità, non essendo mai apparso in pubblico, né in video, né in fotografia se non da adolescente. La minuscola per il nome di Pynchon sta ad indicare, a mio avviso, la scarsa considerazione dell'A. per lo scrittore (ipotesi che ritengo confermata dalla maiuscola usata invece per il nome del detersivo, qualche rigo sopra).

4. Il riferimento è a un gioco di parole esistente solo in inglese: liquor e licker si pronunciano allo stesso modo. Nel film di Robert Altman " Radio America" (2006,  in originale "A  Prairie Home Companion" ) l'attore e sceneggiatore Garrison Keillor, fondatore e conduttore dello spettacolo radiofonico omonimo, in onda negli Stati Uniti dal 1974, al quale il film fa omaggio, richiama la battuta nella sua  "The Bad Joke Song": "I asked what she came in there for; she said 'Liquor!' an' I did lick 'er.  An' I don't work there anymore". 


5. Pare che lo sperma fosse un'ossessione dell'A.

domenica 29 settembre 2013

sì, sono un handicappato / 2

l'altro giorno la mia ex moglie ha messo il suo non leggero piede sui miei occhiali, i quali occhiali erano per terra in quanto a me piace dormire per terra, cioè sdraiato sul pavimento, e quando sto per addormentarmi, visto che la cosa che desidero di più al mondo, quando ho sonno, è riuscire ad addormentarmi, non è che sul più bello mi alzo e metto gli occhiali in un luogo sicuro così che non possano essere pestati, con l'ovvio rischio, che poi è la certezza, che non riuscirò a prendere sonno.
il bello è che l'avevo avvertita, la ex moglie, del fatto che avrei messo gli occhiali di fianco a me, per terra. ma non c'è stato, purtroppo, niente da fare.
il piede, evidentemente guidato da forze oscure, si è posato con tutta la giabatta sulla montatura, ha svelto la vitina che tratteneva la lente, la lente è schizzata fuori procurandosi una bella scalfittura, la montatura si è squadernata sviluppandosi in una forma repellente e la vitina non è più tornata al suo posto, in quanto, come poi si è scoperto, si era deformato anche il filetto.
ed ecco che mi sono trovato senza occhiali.
a questo punto ritengo opportuno dire che io porto gli occhiali da quando avevo sei anni, cioè dal primo giorno di scuola. quindi concludo che porto gli occhiali da 40 anni tondi tondi, appena compiuti.
non è stata, questa che sto raccontando, l'unica volta che mi sono trovato senza occhiali. è successo altre volte. la cosa diversa, che poi è il motivo per cui ne scrivo, è che stavolta per la prima volta mi sono reso conto che sono un disabile.
sì, perché mi sono reso conto che senza occhiali non posso fare nulla di quello che normalmente faccio durante la giornata. guardare la tv, leggere, scrivere, lavorare o cazzeggiare al computer, guidare, fare la spesa, tutto.
cioè, praticamente, se non avessi gli occhiali sarei costretto a stare a letto e sentire la radio, oppure a svolgere una professione in cui se ci vedi poco, poco importa, come, che so, il sempre citato scaricatore di porto, o il modello, che più o meno sono la stessa cosa.
sono un disabile. certo c'è chi sta peggio. ma non è questo il punto.
il punto è che credo che i difetti della vista siano la patologia più frequente nella popolazione mondiale.
e questa è una cosa che dà da pensare.
il giorno dopo sono andato, a piedi, da un ottico, il quale nel tempo di un'oretta ha sistemato tutto e mi ha ridato la mia vita.
appena tornato a casa ho lavorato, ho giocato a gta V, ho lavato i piatti, ho apparecchiato la tavola e ho scaldato le pietanze.
dopo il pasto, ho messo a parte la mia ex moglie di codeste mie riflessioni sulla disabilità.
lei ha fatto mostra di comprendermi, poi come sempre si è sentita in dovere di fornire un suo contributo personalissimo alla questione, per non sembrare meno invalida o meno derelitta dell'interlocutore, e quindi ha soggiunto che lei senza occhiali più che vederci male ci sente male, cosa che il suo parrucchiere ha capito che non è molto tempo, essendosi accorto che mentre le pratica l'acconciatura e, come è consuetudine, le parla, ella non gli risponde, essendo appunto senza occhiali.



mercoledì 18 settembre 2013

della comparsa della musica

ogni volta che scrivo su un argomento che non sia il tennis o i Beatles vengo aggredito da un sentimento di insopportabile inadeguatezza. tale sentimento, una morsa intorno al collo, mi accompagna peraltro in ogni istante della mia vita, e mi lascia respirare troppo poco perché possa pensare di affrontare in modo degno temi qualsivoglia.

nell'asfissia, nell'afasia che mi costringe, tento di approcciare una nuvola.

prima ero su youtube e ascoltavo alcune isolated tracks di alcune canzoni dei Beatles e mi è successo di pensare che anche se ho letto quasi tutto quello che è possibile leggere, anche se so come e quando quella data canzone fu composta, quanti take ci vollero, quante sessioni, a quale ora cominciò la registrazione, quanto durò, come venne mixata, chi era l’ingegnere ad Abbey Road quel giorno, chi suonava cosa, anche se so tutte queste cose, non so come stava il cantante, cosa aveva bevuto, cosa aveva mangiato, non so che tempo faceva fuori, se piovve prima o dopo o durante, non so se telefonò qualcuno, se ci furono discussioni, non so come si sentiva, se era triste, se era allegro, non so come si sentiva, non so che cosa provava, che cosa significava per lui registrare quel giorno quella canzone, se era soddisfatto, se non lo era, se non ci pensava nemmeno e aveva la testa tra le nuvole, non so nulla di tutto questo.
mentre è questo quello che conta, come ti senti in un dato momento.
perché io lo so come mi sentivo quando sentii per la prima volta I want to hold your hand (e la cosa stupefacente di questa canzone è che quasi tutti si ricordano dov'erano e cosa facevano quando la ascoltarono la prima volta, come quando si partecipa a una catastrofe, perché I want to hold your hand è un pezzo che contiene in sé qualcosa di trascendentale, di ineffabile, non catturabile, non è solo l’eterodossia del si maggiore dopo il mi, c’è qualcos'altro - ed è di questo che sto parlando - una canzone che non è nemmeno facilmente cantabile, sono più cantabili di sicuro le simpatiche e massoniche arie di Papageno, e a questo proposito mi preme assolutamente dire che qualunque pezzo di Giovanni Allevi è più bello di qualunque cosa scritta da  Schöenberg, o da Stockhausen, o da Berio, o da Nono, o da Boulez, perché sono per la fondazione di un nuovo futurismo), so come mi sentivo quando sentii Sade che cantava It’s paradise, so come mi sentivo.
questa, come tutti sanno, è la caratteristica straordinaria delle opere d’arte (anche di quelle brutte, purtroppo), che ci sono milioni di persone che associano un’emozione a un momento della loro vita, quando di quella opera d’arte hanno fruito, mentre l’artista no. ogni giorno milioni di persone si cambiano sms e mail e faccine e con esse testi di canzoni, video di canzoni, musica di canzoni. ogni minuto le vite di milioni di persone sono trascinate, guidate, salvate, forse distrutte dall'opera d’arte.

ho la tosse. mi si chiude il naso.

la cosa meravigliosa e allo stesso tempo spaventosa dell’arte è il sentimento di proprietà che instilla nell'animo di ognuno.
sì, è la vecchia storia dell’opera d’arte che appena nata si stacca dal suo autore e vive di vita propria. vecchia ma non per questo meno vera.
le opere d’arte appartengono alle persone, non agli autori. l’opera d’arte è schiava, schiava di tutti, ognuno ha la sua, ognuno possiede la canzone, la possiede e ne è proprietario. non si sente come proprio nulla come si sente la proprietà e il possesso dell’opera d’arte.
il diritto distingue l’una e l’altra cosa, il sentimento no. come il bambino, non fa differenze.
sento la proprietà di un comodino perché l’ho comperato, ho speso del denaro e me lo sono portato a casa, me lo guardo e me lo lustro. ma è un sentimento di appartenenza che deriva da un fatto barbaro, ovvero dalla corresponsione di un prezzo verso la consegna di un bene, ciò che è la cosiddetta causa del contratto, lo schema negoziale astratto sussunto dall'ordinamento positivo come meritevole di tutela. che è cosa diversa dal sentire. infatti il comodino non è mio per sempre. può rompersi, posso venderlo, posso donarlo per spirito di liberalità, posso permutarlo. al momento del mio distacco da esso, potrò forse avere qualche piccolo rimpianto, forse una piccola, tiepida lacrima potrà solcare la mia guancia, ma una volta che se n’è andato, se n’è andato.
invece l’opera no. non mi abbandona mai. è mia per sempre. il legame sentimentale che ho con essa potrà subire qualche affievolimento, come tutti i legami, ma l’opera, la mia opera, morirà con me. quando sarò sdraiato nel mio letto di dolore mi torneranno nelle orecchie quelle note, negli occhi quelle immagini.  

mi manca l’aria.

alcuni hanno congetturato, e poi approfondito, il legame tra matematica e musica.
matematica nella musica. matematica della musica.
ma tutto è matematica. sono matematica le onde del mare, matematica il giorno e la notte, matematica le foglie.
c’è tuttavia qualcosa che la matematica non riesce a carpire. ed è, appunto, il mistero generato da una sequenza di note.
una sequenza di numeri può provocare stupefazione, può meravigliare o stordire la verifica puntuale di una regola. ma la scoperta di una legge universale è per gli scienziati. il successo di una vita di ricerche, di ampolle e di infinite notti a provare combinazioni. è, certamente sì, anch'esso brivido lungo la schiena. ma è altra cosa.
è altra cosa rispetto al mistero contenuto nel si bemolle, e alla differenza tra esso e il re. e alla infinita serie di variazioni sullo stesso re, ognuna delle quali ha un suo sapore, un suo colore. e la domanda è: perché un’armonia in tono minore che si chiude in maggiore ispira ottimismo e compiutezza, mentre un finale in minore ci colma di melanconia?
io non ho studiato antropologia. ho studiato solo qualche libro di diritto. io non so come avrebbe reagito un abitante di un villaggio del centrafrica nel 1824 ascoltando l’ultimo movimento della nona. se si sarebbe messo le mani sulle orecchie. davvero la voce di Caruso che squarciava fiumi e alberi dal grammofono di Fitzcarraldo era sentita dagli indios come da lui?

poco sangue, poco ossigeno ancora.

non è affare mio, l’argomento. che ne so io, del movimento armonico? di che cosa sto parlando? non so nemmeno leggere il pentagramma e sputo a destra e a manca sulle barbe di grandi uomini. io non sono Galileo. sono nella caverna, ed è già tanto se riesco a trovare qualcosa da mangiare.

le braccia mi si allungano lungo il corpo. vado a scrivere una comparsa conclusionale.