mi si contesta la mancanza di disciplina.
fosse solo quello.
tra il fare bene una cosa e il farla alla cazzo di cane ci manca tanto così, dicevano alcuni.
la consolazione della filosofia non è abbastanza.
sono arrivato sempre in ritardo a capire le cose. anche adesso, mi arrabbio quando ormai è passato il punto di non ritorno.
mi arrabbio, ma poi finisce lì. vorresti costruire ma ti stufi subito, mi dicono.
era vent'anni fa, e scrivevamo un pezzo di teatro per prendere in giro il nostro insegnante di filosofia. in realtà stavo scappando da me stesso, da quello che sapevo sarei diventato. niente.
si chiamava "il ladro è fra noi", ti ricordi? lo demmo alla annina e lei cambiò alcuni nomi, giusto per sentirsi anche lei un po' autrice, quindi lo consegnò a suo nome al prof. non capivo, non capivo quanto eri incazzato, e non capivo perché. ci ho messo vent'anni. e adesso non te lo posso dire più, che l'ho capito pure io.
bisogna scappare, dice. sfuggire alle trasmissioni televisive, ai giornali, tutto. crearsi un mondo alternativo, chiudersi nella bellezza di bach, di van gogh.
fuggire nell'eremo.
vattene in galera. lì c'è la disciplina, le divise, le regole. tutto ordinato. e se uno vuole trovare conforto nella lettura, non ha che da scegliere. lontano da tutti, perfino dalle donne, con le loro scarpe e le loro borse. che figata.
vorrei, disperatamente, credere che questo fosse il migliore dei mondi possibili. vorrei anche io farmelo venire duro tra le pagine degli storiografi del partito, mentre mi mantengo in forma, mentre resto magro, andando a scartabellare tra le bancarelle per scoprire se togliatti censurò o non censurò i diari di gramsci.
e l'altro? quello che sta male? certo. sta male. sì sì. quanto dolore raccolto da quelle pagine. proprio lui, che potrebbe essere un esempio per tutti noi, una guida, il più dotato, il più intelligente. ah, come sta male. la sciampista l'ha piantato.
non c'è immagine di cascata che equivalga a una cascata. il cinema è sempre un'emozione triste. non mi interessa viaggiare, non serve, alla fine. ma tu ci dovevi essere, la mattina alle 6, a basse-terre, e sentire quell'umido, l'odore delle foglie sotto il sole. quell'aria lì, non c'è regista.
pure l'aberrazione di avere il blog in ordine, devo sentire. il mio fottuto blog.
avete ragione tutti.
non ne me frega più un cazzo.
mercoledì 3 dicembre 2008
g.b. raglidi
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sabato 19 luglio 2008
bologna, dicembre 1988
invitato, andai qualche giorno a casa di riccardo.
mi ricordo il viaggio in treno. mi ero portato il trimarchi (istituzioni di diritto privato, 1987) per cercare di studiare. figurarsi.
arrivai in tarda mattinata. naturalmente faceva freddo. alla stazione presi un autobus. le indicazioni erano abbastanza precise. arrivai.
arrivavo io e uno dei coinquilini del bona se ne stava andando per il fine settimana. avrei preso il suo posto. come regalo mi lasciò il sacco nel letto. era un po' tamarro, poco simile agli altri due. sparì presto.
l'altro inquilino era daniele giglioli. come riccardo era già un intellettuale di un altro pianeta a 18 anni.
non mi stupisco affatto che sia uscito con questo. anzi. mi sa che lo compro.
la sera andammo a mangiare la pizza. c'era bona, daniele, la meri che era la ragazza di bona, e luigi, un loro amico che studiava lettere pure lui. tutti simpatici. a tavola fecero una sorta di gara di ossimori. dopo cena restammo a parlare fino a tardissimo a casa. mi ricordo che daniele disse di amare masaccio e van gogh. bona discusse di neoplatonismo. la giornata successiva fu tormentata da una sorta di scioglilingua, appena inventato, buono per i bolognesi: "sesso e saussure".
andai a seguire due lezioni all'università: una di linguistica e una di semiotica, tenuta dal noto professore. la prima fu bellissima, la seconda noiosissima.
mi ricordo di quei giorni, e di altri. luigi e daniele li ho rivisti al matrimonio di riccardo. dal matrimonio tornai con una bomboniera che conservo con cura, scelta personalmente: il pugacev di esenin.
la cosa più terribile degli amici che non ci sono più è che non ci sono più.
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mercoledì 29 agosto 2007
amici esseni - secondo tempo
Perché non possono fare niente.
Non possono impedirmi di morire, di soffrire, di temere.
Non possono impedirmi di soccombere di fronte all’incomunicabilità.
Non possono impedirmi di cercare, invano,
Forse Riccardo l’aveva capito
tanto sforzo per l’unica salvezza.
E se la cultura fosse un inganno?
A me, davvero, basterebbe il sorriso dello sconosciuto,
il gesto, la pietà
e, magari, una mano nella mia, l’ultimo giorno.
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mercoledì 11 luglio 2007
marmi, legni.
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