giovedì 14 settembre 2023

Vite che non sono la mia

Da mesi ormai non ce la faccio più ad andare in Tribunale, ho un rigetto. Un po' come il chirurgo che sviene alla vista del sangue. Oggi però mi tocca, devo andare per forza, con il cliente, e la cosa mi fa stare in apprensione da settimane.
L'udienza va male. Decido di tornare a casa, così stendo i panni che aspettano nella lavatrice da ieri sera.
Arrivo, metto il motorino in box. Mentre apro la serranda sento la voce di un bambino, una voce allegra che dice cose semplici e spiritose (almeno per me, che adoro i bambini e tutto quello che fanno e che dicono). Guardo nella direzione del bambino e vedo che è su una sedia a rotelle, la mamma sta mettendo la macchina nel box. Distolgo subito lo sguardo, non riesco ad accettare quello che ho visto.
Chiudo la serranda e mi avvio verso l'ascensore, la mamma e il bimbo si dirigono verso di me, evidentemente abitano nella mia stessa scala (nel mio condominio ce ne sono 4). Dico buongiorno alla mamma e ciao al bimbo, mi salutano. Vedo che il bambino ha un braccio e una spalla ingessati, ma mentre mi avvicino lo guardo bene e sono sollevato perché non mi pare invalido, ha delle belle gambotte e le muove, sarà la solita frattura al braccio, penso, ci sono passato anche io, un mese di gesso e si torna come prima.
- Ti sei fatto male?-chiedo
- No, dice la mamma, ha una malattia rara, ha le ossa di vetro
Cercando di superare lo shock, chiedo al bambino come si chiama. Leonardo, mi dice
- E' un bellissimo nome
A domanda la mamma mi dice che ha sei anni e probabilmente dovrà essere operato. La spalla gli fa male. Lo guardo, sta giocando con il telefonino.
Mi sento male. La mamma sorride, è abituata a questa situazione, chissà quante volte le è capitato. Mi dice che hanno anche altri due figli, di 11 e di 15 anni. Io non so cosa dire, farfuglio cose stupide di cui mi pento appena le dico. Le faccio strada aprendo le porte del corridoio che conduce all'ascensore. Leonardo parla a voce alta facendo finta di avere un microfono in mano, lo guardo, guardo i suoi occhi, i suoi capelli, cerco di sorridergli. E' simpatico, pieno di energia. 
Continuiamo una conversazione di circostanza in cui la mamma cerca di togliere me dall'imbarazzo, e la cosa mi fa stare ancora più male. Funziona sempre così.
- Ma ha già subito altre operazioni?
- Trenta, mi risponde.
Scendono al piano terra, io proseguo, entro in casa, mi viene da piangere, e sento, so, che le mie lacrime sono lacrime che non servono a niente e a nessuno. Penso alla vita che vivrà Leonardo, e ad altre vite. 
Mi svesto e vado a stendere i panni.



mercoledì 8 settembre 2021

accettare gli altri

il mio problema è che non accetto gli altri per quello che sono. se per esempio un mio amico è vegetariano gli rompo il cazzo, gli dico che sbaglia, che la carne è buona, cerco di fargli cambiare idea. non mollo. insisto, sono antipatico, a volte insopportabile. vado avanti fino alla morte. è una guerra che non mi stanco mai di combattere. mai. allo stesso modo se uno mi dice che l'arte cosiddetta moderna è bella, oppure il cinema italiano contemporaneo è molto buono, o che nel mondo occidentale, oggi, esiste l'omicidio di genere (nel senso di uomini che uccidono donne in quanto donne). urlo. urlo come un pazzo, non riesco a trattenermi, anche se sono a cena ospite di persone per bene. divento furibondo. faccio figure di merda, mi rendo ridicolo. non posso farci niente. non voglio essere diverso da quello che sono, come le cassiere che si fanno tatuare i serpenti, oppure "libera" "mia", i nomi dei figli o le frasi delle canzoni di vasco rossi come "sally", una canzone di merda che non significa un cazzo e che invece bilioni di persone sono felici di latrare tutti insieme tutti contenti e a tutta strozza. 

nonostante, ovvero date, le mie difficoltà con il prossimo, ci sono persone che vorrei incontrare e persone che invece no.

naturalmente parlo di persone che non mi conoscono, persone più o meno famose.

per esempio paul mccartney, il mio idolo vivente, che io reputo il più grande musicista del ventesimo secolo. ecco, lui non vorrei incontrarlo perché penso che sarebbe troppo verticale la situazione. macca si comporta come dio con chiunque, da eric clapton al presidente degli stati uniti. ha un ego talmente smisurato che occupa tutto lo spazio fisico disponibile. no, non è cosa. io piccolo piccolo che gli chiedo di suonarmi yesterday e lui che magnanimamente si degna di strimpellare qualche stanca nota e subito si congeda lasciandomi ansante e balbettante. 

a proposito di macca, ho visto le prime tre puntate (di sei) di McCartney 3,2,1, una miniserie in (raffinato si dice) bianco e nero in cui il nostro chiacchiera della sua musica con il leggendario produttore discografico rick rubin. macca gigioneggia come al solito, racconta aneddoti già noti (certamente a chi guarda la serie), suonicchia, mastica la cicca, cerca di spiegare la genesi delle canzoni, fa la figura dell'ignorante che è. peccato.

non vorrei incontrare francesco maria colombo, che è un altro mio idolo vivente. credo che il mio abbigliamento, qualsiasi esso fosse, la mia stessa figura, il mio corpo, la mia voce, tradirebbero all'istante la mia origine piccolissimo borghese e sono certo che prestamente mi allontanerebbe, senza nemmeno un sorriso.

ecco invece uno che vorrei proprio incontrare è il copywriter (o l'art director, che belli questi titoli in lingua inglese, come tutte le parole inglesi che si usano sul lavoro, tutte belle, piene di significato e soprattutto indispensabili, per dare un senso alla nostra esistenza, al nostro lavoro, al nostro essere qui, nel mondo, a fare cose che servono, che ci consentono di tornare a casa e dire che abbiamo lavorato, abbiamo prodotto, oppure ci siamo arrabbiati, abbiamo provato emozioni, insomma la giornata ha avuto un senso, oggi e domani ancora, sempre di più, sempre più senso) della pubblicità di facile.it quella dove c'è un povero stronzo, un poveretto, un essere miserabile, patetico, anche di aspetto poco gradevole (Paolo, si chiama) il quale naturalmente è felice, ed è felice perché "in soli 3 minuti" ha risparmiato "quasi 500 euro" e sulla polizza rc auto grazie a facile.it e siccome è felice naturalmente BALLA, balla, da solo, in casa sua, con delle mosse assurde, dei passi, delle coreografie sgangherate, scopiazzate male, male eseguite, a metà tra l'improvvisazione e il teatro d'avanguardia. "lui è Paolo", ed è felice. salta e scivola e spara. e poi si rivolge a noi che lo guardiamo e ci parla, come un amico,

vorrei incontrare quello che ha creato questa pubblicità per guardarlo. guardare la sua faccia. dev'essere senz'altro la faccia di una persona straordinaria. sì, perché io solo a vederlo, Paolo che balla, mi sono precipitato sul sito facile.it per vedere se risparmiavo qualcosa sulle mie polizze. così come ho comprato l'acqua minerale che beve alessandro del piero, mangio la pizza che mangia alessandro gassman, guido la vespa come pier capponi.

vorrei incontrare demetrio volcic, che è ancora vivo ma sempre più vecchio, come tutti i vivi, per chiedergli un miliardo di cose, a lui che ha visto cambiare letteralmente il mondo davanti ai suoi occhi, e ha avuto la fortuna di raccontarlo per lavoro. quante cose che non gli chiederò se ne andranno con lui.

federico buffa, che era un mio idolo e un po' è rimasto tale, come si sa l'ho incontrato, e nell'occasione nonostante tutti i miei sforzi mi ha ignorato anche con una certa razionale freddezza. ebbene sono certo, anzi certissimo, che se avessi fatto contattare buffa da un addetto stampa (conosco alcuni giornalisti) per chiedergli un'intervista da postare su youtube non solo mi avrebbe detto sì, ma mi avrebbe trattato con estrema educazione e gentilezza. ho visto tutto quello che è possibile vedere con f. buffa su sky, e tutto quello che è possibile vedere sul web, tutto. molto materiale anche più di una volta. e ho visto il nostro molto spesso sdilinquirsi e sperticarsi in complimenti eccessivi rivolti al suo interlocutore di turno (linus e nicola savino, per esempio, che non sono proprio platone e aristotele, ringraziati fino alle lacrime; daniele de rossi appellato quale "entità spirituale" (sic!), daniele adani riverito come un maestro di calcio, di vita, di saggezza. e così via. ed è tutto merito di una cosa. la targhetta. la targhetta può tutto.

quindi adesso è il momento di parlare dell'importanza della targhetta. 

mettiamo di incontrare per strada una donna bellissima. giovane, perfetta. è probabile che, se non siamo cristiano ronaldo o non possediamo sostanze a otto zeri, ove tentassimo di entrare in contatto, ancorché casto, con essa, saremmo respinti con perdite. la soluzione? basta avere una targhetta. non siamo cristiano e non siamo milionari, ma guarda caso siamo registi, siamo giornalisti, siamo fotografi, lavoriamo nel mondo della tv o della moda. la ragazza sarà nelle nostre mani. un regista può far fare a un'attrice (o a un attore) praticamente qualsiasi cosa voglia. ma non per la persona che è, solo per il ruolo che ricopre. così come se incontro il buffa al bar non vorrà scambiare una parola con me, se lo invito a un simposio sarò ascoltato attentamente e subissato di complimenti. questa regola è universale e come dice qualcuno non soffre eccezioni.

non conta quindi quello che sei, ma quello che rappresenti.

ed è strano, forse, a pensarci bene. perché sarà anche vero, come dicono da molti anni ormai, che viviamo nella civiltà dell'apparire (e non dell'essere) ma è anche vero che viviamo nell'era dell'affermazione di noi stessi, della nostra individualità, del nostro pensiero, delle nostre convinzioni, sbraitate senza remore e senza vergogna in tutto l'orbe (anche io, come si è visto, vado fiero delle mie convinzioni e delle mie idee e anche io le vado sbraitando in tutto l'orbe). forse però le due cose non sono in contraddizione: l'autocelebrazione sui c.d. social network non è altro che uno dei modi in cui si concreta l'affannosa ricerca di un ruolo socialmente (appunto) rilevante.

non so. proverò a chiedere a Paolo.





mercoledì 25 agosto 2021

ho scoperto

 c'è gente che quando ha sonno va a letto e dorme.

giovedì 21 gennaio 2021

21 gennaio 1921

A tutti quelli che ci credettero allora, e a tutti quelli che ancora ci credono.



giovedì 26 novembre 2020

Su Maradona

Federico Buffa ieri sera ospite d'eccezione nel salottino (Anna Billò, la signora De Araujo, e i suoi ospiti Capello Costacurta e Condò) dedicato ai commenti del dopo partita (Champions League, con la consueta grande prestazione dei nerazzurri) ha provato a fornire con un breve monologo di tre minuti un suo piccolo ritratto di Diego Maradona.

Vero che il Buffa si esprime meglio sulle lunghe distanze (il suo "storie mondiali" dedicato a Messico 1986 e intitolato "Diegoooo" è da vedere, come tutte le altre puntate) e personalmente l'ho sempre preferito in diretta (la vetta della telecronaca di un evento sportivo è una qualsiasi partita di NBA commentata da Buffa e Tranquillo), tuttavia anche nel breve tempo concessogli avrebbe certamente potuto fare meglio.

qui il video 
https://sport.sky.it/calcio/2020/11/25/maradona-federico-buffa-ricordo

Ebbene, io che sono un suo ammiratore da tempi lontani (c'è la prova) credo che anche per il Buffa sia cominciata (è una legge fisica) la parabola discendente.
Non che uno non possa legittimamente adorare Maradona, ma per quanto mi riguarda ci sono dei limiti.
1) L'uomo e il calciatore
Buffa cita, condividendola, una frase di Mario Sconcerti, uno che in tutta la sua vita non è mai riuscito a dire una cosa giusta. E infatti dice che nel caso di Maradona, a differenza di Pelé (!) non si può e non si deve separare l'uomo dal calciatore. L'uno è anche l'altro. Francamente, una boiata pazzesca.
Come molto spesso accade (Alberto Tomba, John Lennon, quanti altri) l'uomo è molto, molto diverso e molto meno grande dell'artista.
Maradona è nato in un quartiere miserabile ma grazie al suo immenso talento è diventato ricco e famoso, ha vinto scudetti e campionati del mondo ed è considerato da molti il più forte calciatore di sempre (per me no, resta Edson Arantes). Bene. Ma è lui che, da ex miserabile, ha organizzato il suo matrimonio hollywoodiano che neanche il sultano del Brunei. E ai giornalisti tenuti fuori dal cancello che provavano a dire qualcosa ha pensato bene di sparare qualche fucilata. E' lui che si è fatto e strafatto di cocaina e per questo sospeso per doping più volte, lui amico di camorristi, lui che ha sparso figli a destra e a manca senza riconoscerli (o essendovi costretto), lui che, ricchissimo, si è fatto pignorare l'anello di diamanti all'aeroporto in quanto grande evasore. Lui che ha pianto tutte le volte in cui non era il caso, lui che ha giurato fedeltà e amore a squadre, persone, donne, uomini che poi ha regolarmente tradito. Lui che parla in terza persona. Lui che si è sempre dichiarato fiero e orgoglioso del gol fatto con la mano ai mondiali. Un uomo modesto, con tante macchie, un attore vecchio e sfatto che non è più in grado di recitare una battuta e che vive di un'immagine, un simulacro di sé stesso, privo di qualsiasi consapevolezza, fagocitato dal suo stesso mito.
E poi, diciamocelo, Maradona è sempre stato antipatico. Insopportabile, frignone, vittima, sempre sopra le righe, sempre una parola di troppo, sempre esorbitante, tracimante, retorico, melodrammatico. Il classico terrone, nella sua accezione deteriore. L'epitome del peggior meridionale. Quello che si lamenta perché sono tutti contro di lui, lui che viene dal niente e che combatte contro i potenti, lui che incarna il grande sogno di riscatto di tutti i poveri del mondo, lui che con il suo numero dieci si carica sulle spalle i destini di tutti i diseredati. Ecco, il riscatto.
2) Il riscatto del sud
Maradona è un simbolo. E' il simbolo del riscatto dei poveri contro i ricchi. Chi è stato, anche se solo per poco, a Napoli, ha compreso immediatamente che Maradona per i napoletani, per tutti i napoletani, non è una leggenda, un eroe, un mito. E' un santo. E come un santo viene venerato. La sua icona appare in ogni esercizio commerciale, contornata da lampadine, stemmi, chincaglierie, reliquie. A lui si rivolgono preghiere, lui è il Salvatore. Così come i santi sono puri e immacolati, così anche lui, qualsiasi cosa abbia mai detto o fatto (compreso mandarci affanculo in diretta planetaria - italia '90) non è "perdonato", prima ancora non è mai colpevole. Lo scudetto del Napoli del 1987 è stato il riscatto del sud martoriato e negletto contro il nord opulento e arrogante. E lui ne è stato il simbolo, l'alfiere, il Cid. Grazie a lui e solo a lui finalmente il sud si è preso la sua rivincita dopo secoli di oppressione. Qualsiasi napoletano, a prescindere dal censo e dal livello di istruzione, vi dirà che tutto è cominciato con il saccheggio del Banco di Napoli ad opera del Regno d'Italia. L'unità d'Italia ha arricchito il nord e indebolito il sud, dicono. E da lì, l'odio per lo Stato che latita, che non aiuta, che non c'è. La necessità di arrangiarsi, come si può e come si deve. Ma poi arriva Lui e, seppure per poco, seppure per un giorno, come in un sogno, cambia tutto. Oggi vinciamo noi. Vinciamo noi. E in un orgasmo collettivo non ci sono più la plebe e i nobili, Chiaia e Fuorigrotta, i Quartieri e Posillipo, il Vomero e la Sanità, Mergellina e Materdei. Siamo tutti insieme, tutti napoletani, tutti meridionali, tutto il sud, tutto il mondo di chi ha perso sempre e non ha vinto mai. E va bene così, viva Dieguito, che ha inventato un sogno e poi lo ha inverato. Ma lasciamolo lì, lasciamolo per quello che è stato, il gol su punizione alla Juve (1985), quello all'Inter (1985), quello al Milan (1988), quello - per me il più bello -  alla Grecia con la nazionale argentina (1994), e tutti gli altri magnifici gesti compiuti sul campo. Tranne la mano, però, la celeberrima "mano de Dios", la mano di Maradona che è Maradona, la mano come simbolo, di nuovo, perché a noi è consentito anche rubare. No, consentitemi: il riscatto dei popoli oppressi, se tali sono - e se ne può anche discutere - non avviene con i gol. Avviene con la presa di coscienza e con la lotta. E puoi anche andare da Fidel e dal Papa, e lanciare proclami e invettive e incontrare Kusturica (orrido il documentario e penoso il commento del Buffa, per chi lo trova) e fare il fratello di tutti e piangere con tutti, ma non sarai per questo un santo. Lasciamoli stare, i santi, che sono un'altra cosa. Non chiedete a Valentino Rossi di salvare la vostra anima o pagarvi le rate del mutuo, accontentatevi di guardarlo mentre guida la moto. E così il pibe: non la mano, ma il piede sinistro che, da dentro l'area di rigore, sfiora un pallone che come un batuffolo bianco prende il volo e pianissimo ma velocissimo allo stesso tempo, contro ogni legge fisica (qui sì) supera la barriera e si insacca imparabilmente sotto la traversa.

domenica 2 agosto 2020

Prima di tutto in quanto donna

Prima di tutto in quanto donna.

sabato 6 aprile 2019

Quaestiones de iuris subtilitatibus

Qualche giorno fa mi è toccato di vedere un immenso poster della nuova stagione (si chiama così) della serie televisiva Gomorra, prodotta da Sky.  Si tratta della quarta stagione. Copriva, il poster, tutta la facciata del palazzo del Comune di Milano di via Pirelli. Ora, io non mi sono soffermato sul fatto che Sky con i soldi dei suoi tanti abbonati produca serie televisive invece, per esempio, di acquistare (costerebbe infinitamente meno) i diritti per trasmettere dei film decenti. Sky paga lauti stipendi a personaggi come Massimo Marianella e Fabio Caressa, per non parlare di Beppe Bergomi e di quell'imbecille di Alessandro Costacurta. Pazienza. No. Mi sono soffermato  - e non poco, nel mio piccolo  - su di un altro versante, ovvero la funzione socialmente utile di Gomorra. Mi sono chiesto, la faccio breve, se sia socialmente utile una serie televisiva che sostanzialmente magnifica la camorra (uno mi può dire quello che vuole, ma è così). Poi mi sono detto che, evidentemente, chiedersi se una serie televisiva sia socialmente utile è una scemata. Anzi, mi son detto, chiedersi se qualsiasi cosa sia socialmente utile è una grande scemata. Di fatto, ho aggiunto, qualsiasi studio circa il ruolo sociale di qualsiasi cosa è ormai profondamente antistorico. Antistorico. Una volta la mia collega di studio, che vota il PD perchè è democratica, mi disse che fumare è antistorico. Di fronte a quella perentoria affermazione rimasi senza parole. Mi restò in testa quell'aggettivo. Mi resi conto che ormai la misura, anche etica, delle cose, non è data da codici inscritti, come avevo sempre pensato, ma da criteri afferenti la modernità. Se è moderno è bene, se è antico è male. Che è un po' come dire che il reale è razionale.
Se il reale fosse razionale non esisterebbe il capitalismo, e nessuna delle sue mostruose creature, come Chiara Ferragni e Maria De Filippi, che rappresentano una catastrofe per l'umanità. Ma non solo nessuno se ne accorge, tutti pensano che deve accadere, e siccome deve accadere è giusto che accada.
Invece no. Non è giusto. Il giusto esiste, e anche lo sbagliato, e io so cosa e dove sono. Non è giusto che ci sia un ritardato a presiedere un ministero, non è giusto che le persone siano indotte da un sistema criminale ad acquistare beni senza senso, non è giusto che si magnifichi la camorra.
Antistorico un cazzo.

lunedì 23 aprile 2018

Fìdati, è cioccolato

Domanda
Perché nessuno si rende conto che è inaccettabile, assolutamente inaccettabile, che ci siano persone che pedalano sotto la pioggia per portare cibi e bevande ad altre persone, comodamente sdraiate sul divano, in piena salute, con in mano il loro bravo smartphone?
Perché nessuno pensa che questo, come tante altre cose, sia uno sfruttamento ingiusto di un uomo da parte di un altro uomo?
Perché, quando glielo si fa notare, le persone, anche quelle non comodamente sdraiate, ti rispondono che invece è una cosa buona, in quanto grazie a queste “app” quelli con la bicicletta trovano un lavoro che diversamente non troverebbero e quindi anzi devono essere contenti?

Risposta 
Perché le persone, nella stragrande maggioranza dei casi, ritengono che le ciabatte cosiddette “infradito” siano davvero comode, che il regista Paolo Sorrentino sia bravo, che il pilota di motociclette Valentino Rossi sia simpatico, che Rafael Nadal giochi molto bene al tennis, che il sistema di digitazione cosiddetto “touchscreen” sia di gran lunga preferibile alla tastiera fisica, che le donne siano effettivamente multitasking, che la prima colazione sia il pasto più importante della giornata, e perché se dentro un capannone alla periferia di Milano piazzi delle sdraio su due metri quadrati di sabbia, c’è sempre qualcuno che pensa di essere in spiaggia. 

martedì 12 dicembre 2017

#siamotuttistupratori

Oramai è tempo, confessiamolo: siamo tutti stupratori. Inutile girarci intorno, lasciamo cadere la maschera, tanto in buona parte ce l'hanno già strappata. Il maschio è ontologicamente stupratore, hanno ragione le vecchie femministe americane degli anni '70 del secolo scorso. Come diceva Andrea Dworkin, lo stesso atto sessuale che si consuma con la penetrazione è violenza. Quando vediamo una donna che ci piace, anche poco, magari è solo un gesto, un vestito, uno sguardo, la scollatura, le gambe, le scarpe, i piedi, le cosce, il viso, i capelli, insomma quando sentiamo quella vibrazione lì, il nostro impulso è quello di prenderla, chi davanti, chi di dietro, chi a modo suo. E se con quella non ci va bene, o ci rifiuta, un minuto dopo ne arriva un'altra che va altrettanto bene. Sono tutte prede potenziali, e sono pure tante. Certo, ci piace corteggiare, ci piace essere romantici, fare doni, scrivere poesie, ma alla fine vogliamo arrivare lì, in penetralibus.
Fin da quando siamo piccoli ci abituiamo a quella presenza in mezzo alle gambe, ci giochiamo, lo tocchiamo, lo vediamo cambiare di dimensione e consistenza, lo guardiamo, lo spostiamo, lo misuriamo, da soli o in compagnia. A un certo punto cominciamo a masturbarci e non smettiamo più. E', il membro, l'epitome della mascolinità. Il nostro essere estroflessi, apollinei, razionali, come scrive Camille Paglia. Il nostro organo sessuale prima di essere tale è l'espressione più pura del pensiero e dell'ontologia maschile. Che è violenza, lotta, dominio. Anche solo fare la pipì come la facciamo noi non è che l'espressione della volontà di potenza, di possesso del territorio. Così come, con ogni evidenza, lo è l'eiaculazione. Grazie al nostro pisello siamo maschi, ci chiamiamo maschi, ci comportiamo da maschi. E lui ci conduce dove sa.
Quando subiamo un torto, desideriamo risolvere la faccenda da uomini, cioè a botte. Quando vediamo una donna attraente, desideriamo possederla, lì, in quel momento, non importa se in mezzo alla strada o per le scale. Oggi la nostra esistenza di maschi, per tutta la sua durata a partire dall'età della ragione, è contrassegnata dalla repressione del nostro istinto. Ci diciamo e riconosciamo che si tratta di un compromesso sano, non siamo mica nel far west. E' un mondo civilizzato, un consorzio maturo di persone evolute che si danno e condividono regole per una pacifica convivenza. Un mondo in cui la violenza non esiste più, ed è sublimata dai giochi della playstation o dalle partite di calcio, ultime tristi metafore della guerra.
Il diritto e la cultura hanno represso la nostra istintualità di maschi relegandoci prima nel sacro vincolo del matrimonio, con contestuale sanzione dell'obbligo di fedeltà, poi, nel mondo moderno dominato dal femminile, nell'impossibilità anche solo di esprimere una parola.
Come ho già scritto più e più volte, il mondo di oggi veleggia con sicurezza verso l'annientamento di tutto ciò che è maschio. Il diritto, l'industria culturale, il commercio, lo sviluppo software, la famiglia vanno in questa direzione. Donne e omosessuali hanno in mano le leve del comando. A sovrintendere il modo in cui prendiamo decisioni, desideriamo, comperiamo, andiamo in vacanza, ci vestiamo, guardiamo film e tv, cresciamo i nostri figli, ovvero in poche parole viviamo non sono maschi eterosessuali.
Come abbiamo visto, hanno ragione le donne a dire che sono tutte molestate, anche nell'accezione che si dà oggi al termine molestia. Ma lo saranno sempre meno, nel mondo dei prossimi anni in cui scomparirà definitivamente il maschio per lasciare posto solo alle femmine. Ieri un uomo poteva permettersi di tirarlo fuori in ascensore o piazzare la mano su un sedere, oggi si va in galera per una parola non gradita. Dire a una donna che ha un bel seno significa violare la sua libertà. E non è punto il caso di interrogarsi sul perché tutte queste donne molestate rivendichino il diritto a mostrare seni, gambe e culi per poi arrabbiarsi quando qualcuno fa loro un complimento.
Io, se avessi una Porsche, e se per caso la lasciassi parcheggiata con le chiavi inserite nel quadro e me la rubassero, non so se me la prenderei con il ladro, e sono abbastanza certo che se raccontassi l'accaduto ai miei amici maschi mi darebbero dello stronzo. Ma questo è certamente un altro discorso, e lo si farà, più o meno, nel 2097, quando saremo tornati all'età del bronzo e potremo riprendere a palpare.

mercoledì 8 marzo 2017

8 marzo forever

Favorevolissimo alla festa della donna.

giovedì 2 febbraio 2017

Gianfranca

La madre di mia nonna aveva due figli. Il primogenito, maschio, si chiamava Gianfranco, ed era il preferito della mamma. La seconda, mia nonna, Lucilla. Gianfranco morì per un fatto improvviso che non aveva dieci anni. Quando andarono a informarla della tragedia, la mia bisnonna si trovava con mia nonna e d'impulso disse: "non poteva morirmi questa invece?".
Mia nonna portò l'orrendo fardello di quella frase per tutta la vita.
Per tutta la vita cercò l'amore di sua madre, un gesto, una carezza, un complimento.
Quando aveva 90 anni la mia bisnonna cadde per le scale e si ruppe il femore, Venne portata in ospedale e da lì non uscì più. Mia nonna aveva cercato in tutti i modi di strapparla alla morte. Vedendo che si lasciava andare a poco a poco, le portava tutti i giorni cose buone cucinate o preparate da lei sperando che mangiasse, Pochi giorni prima della fine la madre in qualche modo si scusò con mia nonna e le disse che aveva sbagliato. Le parole esatte non le sa più nessuno ormai, ma mia nonna se le fece bastare. Non distrussero il fardello, ma so che lo resero più leggero.
Appena morto Gianfranco, la mia bisnonna aveva messo in azione il marito per un altro figlio. Era nata una femmina. Fu chiamata Gianfranca.
Per tutta la vita mia zia visse con l'orrendo fardello di una vita da sostituta.
Sposò un uomo che non la amava e che la trattava come una serva. Non avendo alcuna stima di se stessa accettò una vita infelice, amara. Ciononostante, si mostrava sempre allegra, sempre vitale.
Devastata dal cancro, ebbe una morte atroce,
L'unica cosa che fui in grado di fare per lei fu dedicarle un pensiero il giorno che superai l'esame di procedura penale comparata. Era morta da poco, e mi ricordo che uscendo in via Bergamini mi volsi al cielo e dissi Franca è per te. Non so perché lo dissi, era un modo per far arrivare la mia gioia a una persona che ne aveva vista poca. Mi vergogno di questo fatto. Ma è quello che è successo.
Adesso scrivo questo post pensando a mia zia Franca, che visse sempre accanto al fantasma del fratello premorto, e a mia nonna, che per tutta la vita attese una parola da sua madre.
Mia nonna non fu una buona madre per mia madre. Mia madre crebbe con la Franca, che le fece da mamma e da sorella maggiore. Con sua madre non andò mai d'accordo.
La Franca ce la mise tutta per essere una buona madre per i suoi due figli. Non so quanto riconobbero i suoi sforzi.





aspettando il pasticciere

essendo l'umiliazione di noi stessi e degli altri, in ogni forma possibile, il tratto distintivo dell'oggi, ad onta del dilagare dei "mi piace", che ne costituiscono invero il versante necessario, non stupisce che un film ORRIDO come Whiplash sia stato coperto di elogi da parte della critica compatta. addirittura ho letto di qualcuno che ha scomodato nientemeno che Il Soccombente di Thomas Bernhard, a suffragare discendenze letterarie alte.
Whiplash, del giovanissimo e stronzissimo Damien Chazelle tratta dell'educazione sentimentale di un giovane aspirante batterista attraverso la sua continua umiliazione da parte del suo insegnante.
la frase centrale del film, che racchiude la poetica del regista, è che non bisogna mai dire a uno che ha fatto un buon lavoro (good job), anzi è la cosa peggiore che gli si può dire, perché se gliela si dice questo smette di impegnarsi, mentre invece se lo si mortifica in ogni modo diventerà davvero bravo.
non stupisce dunque nemmeno che un musical che ha come protagonista Ryan Gosling sia stato già giudicato, dalla stessa critica, un capolavoro.
io già odio Ryan Gosling (questione di faccia, di gesti, di ruoli, di atteggiamenti, di comportamenti); già Chazelle non mi è simpatico, figuriamoci.
preferisco aspettare, a questo punto, un musical imperniato sulla figura di un pasticciere trotzkista nell'Italia degli anni'50.

martedì 13 dicembre 2016

#noallaviolenzasuimaschi


un fiume impetuoso scorre dentro di me. costringerlo nel misero alveo di questo scritto non fa che aumentarne l'intensità. ma es muss sein, come disse quel tale.
non è più accettabile osservare come placidi mentecatti la distruzione programmatica di noi stessi.
non solo il femminicidio (inteso come deve essere inteso, ovvero come omicidio di genere) non esiste, e di questo abbiamo già scritto. non esiste nemmeno la violenza sulle donne. lo scrivo in modo più comprensibile:
la violenza sulle donne non esiste
quello che esiste è la violenza sui maschi 
non conosco, né ho mai conosciuto in 50 anni di vita, personalmente o attraverso i racconti e le confessioni di altri, una donna che abbia subito violenza psicologica o fisica da un maschio. anzi, no. mi correggo. una. una signora in sicilia, vittima, lei sì, di un marito pazzo da legare. una.
quello che invece conosco, personalmente e attraverso i racconti e le confessioni di tanti, sono maschi che subiscono violenza fisica e psicologica da parte delle donne.
i maschi subiscono continuamente violenza da parte delle donne. e sono talmente annichilati da non riuscire nemmeno più a esprimersi, a ribellarsi, a fare alcunché. mentre le donne tuonano da ogni parte contro un fatto che non c'è, gli uomini continuano sistematicamente a subire.
subiscono in famiglia, all'interno delle omertose mura domestiche, dove le mogli li aggrediscono, li umiliano, li sbeffeggiano, gli si rivoltano contro, urlando, ricattando, minacciando, e a volte menando le mani o peggio.
subiscono fuori dalla famiglia, quando le donne, esasperate per non avere avuto un uomo all'altezza delle loro ambizioni, dei loro desideri, preparano la separazione, un procedimento attraverso il quale il maschio viene spogliato di ogni bene, defraudato del proprio ruolo di padre, costretto a vivere in miseria per garantire alla signora lo stesso tenore di vita che aveva durante il matrimonio, in virtù di un principio che non esiste nella legge e che nasce dalla giurisprudenza consolidata da donne magistrato.
le donne hanno perduto, in questa fetta di salame che è il nostro evo, la loro ontologia. l'hanno tradita, l'hanno pervertita. gli uomini l'hanno a loro volta smarrita. si sono messi a osservare, con beata stolidità, la progressiva spoliazione di ogni senso di mascolinità all'interno della società e della famiglia. la scomparsa del ruolo del padre e del compagno. la scomparsa del genere, anche nel vocabolario della lingua italiana. un fatto spaventoso, cui i giornalisti alla cazzullo plaudono tutti contenti. forse pensavano, pensavamo, dovrei dire, perché è la mia generazione che ha generato tutto questo, di scopare di più. andare dietro alle donnine e dargli il contentino le avrebbe rese più docili, meno rompicoglioni. ce l'avrebbero data di più. invece no. giustamente la donna 2.0 si lamenta che i maschi non esistono più. perché anche la donna più ridicola, alla boldrini, per capirci, quella che vuole dire presidenta e sindaca e magistrata, anche lei vuole, vuole fortissimamemte essere presa da dietro e chiavata, tenuta a faccia in giù mentre il cazzo del suo uomo la scopa come si deve. non esiste donna al mondo che non lo voglia, e questa è la verità.
l'uomo moderno, femminilizzato nella forma e nel contenuto, reso impotente dalla moda e dalla pubblicità del mondo capitalistico, non è più un maschio. e se continuerà su questa strada, perderà anche l'unica cosa che ancora gli resta di diverso rispetto alla donna: la forza fisica, buona ormai solo per prendere gli articoli più in alto sugli scaffali dei supermercati.
allora vengo alla pars construens.
donne, uomini: ritrovate la vostra ontologia.
una donna vuole un uomo, e un uomo una donna.
non c'è uomo che non desideri innalzare la propria donna su un piedistallo, e venerarla, e adorarla, e compiacerla, e darle attenzioni, e rispettarla. non c'è piacere più grande per un uomo della soddisfazione della sua compagna.
nello stesso tempo non c'è soddisfazione più grande per una donna di sentirsi amata, rispettata e venerata dal suo uomo, purché sia un uomo, e si comporti da uomo, e la protegga, la curi, le dia attenzioni, si preoccupi dei suoi bisogni.
questo vogliono le donne, è la loro ontologia. essere rispettate e protette. così una donna può dare tutta se stessa al proprio uomo, in una misura che un uomo non può nemmeno immaginare, con uno spirito di devozione e sacrificio che solo la donna, ontologicamente, ha.
dunque la soluzione non è cambiare le desinenze dei sostantivi, amiche mie.
le desinenze dei sostantivi, la dieta, la palestra, le pari opportunità, le quote rosa sono perversioni della sottocultura capitalista che permea il mondo moderno.
basta con le bugie: smettetela di insistere su un fatto che nessuna di voi ha mai conosciuto. smettetela voi di violentare i vostri uomini, di trattarli come poveri deficienti, di servirvi di loro come utensili, smettetela di riempirvi la bocca di luoghi comuni completamente privi di senso (tipo "le donne sanno fare più cose insieme"), smettetela di essere banali, di dire cose banali, rimasticate, trite e ritrite, smettetela di essere tormentate dal consenso altrui, tornate ad essere quello che siete. gli uomini vi amano per quello che siete, ontologicamente, ovvero accoglienti e conservatrici. le altre donne, le vostre vere rivali, faranno la loro gara, come è in natura. il nuovo femminismo non vi farà trovare alleate, ma nemiche silenziose, e nello stesso tempo perderete quello che più desiderate.
forse il processo è inarrestabile. forse siamo nella curva verso il basso, e solo i nostri pronipoti vedranno un mondo diverso, nel quale l'uomo va a caccia e porta a casa il cibo per la sua famiglia, dopo avere combattuto e vinto e superato molti ostacoli, torna a casa dalla sua donna accogliente e devota e dai suoi figli che lo aspettano e gli corrono incontro, e tutti insieme a tavola si guardano negli occhi e sono felici.








sabato 21 novembre 2015

le canzoni salvano la vita


dimmi che anche tu abbracci l'armadio
che anche tu appoggi la faccia sullo stipite della porta
che anche tu non riesci a dormire
dimmi che anche tu invochi
dimmi che anche tu cadi per terra e ti fai male
dimmi che anche tu continui a sperare, nonostante tutto. che a un certo punto non ci credevi più, poi hai cominciato a crederci ancora e quando hai cominciato ti hanno accoltellato.
dimmi che lo sai che sei un sacco di merda e che le tue parole e le tue azioni non salveranno nessuno.

sinfonia otto. primo movimento. furtwängler.

lunedì 2 marzo 2015

ho incontrato federico

è successo qualche mese fa, prima di natale. avevo preso appuntamento con Giovannangelo per scambiarci gli auguri. un'occasione per vederci.
quando sei con Giovannangelo può succedere di tutto, egli è, sebbene suo malgrado, un essere demiurgico, è capace di modificare la realtà. è come se avesse dei superpoteri che non so decifrare. quello che so è che quando c'è lui le persone e le cose smettono di funzionare e si mettono a dire e fare cose strane. è vero. è una specie di disturbatore involontario di segnale. un jammer del reale. è per quello che mi piace, Giovannangelo, è un baco del sistema. me ne ha combinate di tutti i colori, ma gli voglio bene e per un certo periodo ho desiderato di adottarlo, anche se è solo di pochi anni più giovane di me. secondo me tutti i maschi adulti a una certa età dovrebbero adottare un giovane uomo, o anche più di uno, come si usava nei tempi che furono.
insomma, dopo i saluti e gli abbracci di rito siamo andati a mangiare un panino nel bar di fronte allo studio.
ci accomodiamo nella zona soppalcata. mentre chiacchieriamo amabilmente intorno alla sua ultima ossessione, il celeberrimo passo di Gai Inst, 4,21  - Giovannangelo sostiene che il vindex non agiva pro se ma alieno nomine in qualità di mero garante, mentre tutta la dottrina romanistica da sempre dice il contrario - mentre mi dice che secondo lui il solebat in realtà è la corruzione di volebat, fa la sua apparizione nel locale Federico.

di lui ho scritto un panegirico qualche anno fa. all'epoca era conosciuto solo dai pochi, mentre adesso è una superstar della televisione (e non solo, come dirò più avanti). lo sto studiando da tempo: ha molta stima di sé e di quello che fa. eclettico, di cultura superiore alla media, sa fare buon uso della parola, ama certamente le cose belle (che per lui includono bei vestiti, buon vino, bei mobili). ogni tanto incappa in deplorevoli strafalcioni (per esempio storpiare Diana Rigg in Diana Ray- reato di lesa maestà - oppure chiamare Tony Curtis con il nome di Schultz invece che Schwartz), ma chi è senza peccato.

entra Federico e io immediatamente urlo: "eccolo, il numero uno, il numero uno!". Giovannangelo mi guarda con comprensibile stupore. Federico, giù di sotto, resta immobile. ordina qualcosa al bar. io mi interrogo sul da farsi, non capita tutti i giorni di incontrare uno dei propri idoli viventi. urlare una seconda volta è inopportuno: con tutta evidenza il mio idolo, che non può non avermi udito, non vuole essere tormentato. scendere e affrontarlo da fan, con guance imporporate, bava e l'immancabile balbuzie, potrebbe peggiorare la miserabile figura che ho già fatto.
risolvo di restare a chiacchierare del vindex con G. ma qualcosa devo fare. non posso lasciare le cose così. devo entrare in contatto con lui. lascio che sia l'istinto a guidarmi. invito G. a ritenere chiuso il pranzo, dal momento che i panini e le birre sono stati terminati, e scendiamo verso il bancone, dove F. sta bevendo qualcosa.
appena gli passo accanto noto che i suoi scarponcini hanno le stringhe slacciate e gli dico: "guardi che ha le scarpe slacciate". lui mi risponde: "sì, è intenzionale".
mentre pago le consumazioni, Federico - e qui sta tutto il mistero dell'episodio - contravviene alle sue intenzioni e appoggia, prima uno e poi l'altro, i suoi scarponcini sul primo gradino della scalinata e si allaccia le stringhe.
non sono soddisfatto. mi siedo con G. a un tavolino fuori del bar per fumare una sigaretta. so che Federico deve uscire prima o poi. infatti dopo pochi minuti esce. dico a G. che dobbiamo seguirlo. naturalmente G. non sa chi sia, e le mie risposte alle sue interrogazioni sul punto sono confuse e sbrindellate.
Federico entra nello stabile in cui si trova il mio studio. vuoi vedere che viene da me? no. si infila nel teatro che sta accanto, dove, scoprirò di lì a poco, terrà un one man show sulle olimpiadi del 1936.
da me invece viene G., e già che ci siamo ci fumiamo un'altra sigaretta.

venerdì 3 ottobre 2014

era ora

non voglio avere più niente da dire

domenica 24 agosto 2014

quando la parodia resta l'unico territorio disponibile

era da mesi che non lo leggevo più, non so perché, e allora mi sono rimesso a leggere il blog di paolo nori, che è uno scrittore e traduttore, bravo secondo me, anche se non ho mai letto nessuno dei suoi libri e nessuna delle sue traduzioni, anche se quella di oblomov mi sono ripromesso di leggerla, e presto, dico che è bravo per quello che leggo sul blog, dove scrive abbastanza spesso, direi, e dico che è bravo anche perché di solito mi trovo d'accordo con quello che dice, che se vuoi è una cosa un po' triste da dire e da ammettere ma è anche vera, anche se anche lui come tutti ha i suoi difetti, però è uno che ha tante cose in comune con me, per esempio ha una figlia abbastanza piccola (lui femmina, io maschio), mi pare di capire che è separato o divorziato dalla mamma della figlia, che non vive esattamente vicinissimo a lui, e però la porta in giro (la figlia) e le parla e la fa divertire e cerca di insegnarle le cose e anzi di imparare da lei e cerca di fare il papà e secondo me è anche un bravo papà, che è quello che tutti i papà vorrebbero sentirsi dire, e poi è uno che ha letto e legge tanti libri, anche se a ben vedere non è detto che uno scrittore debba per forza leggere, altrimenti sarebbe un lettore, lo scrittore è quello che scrive, però gli piacciono i russi, e la lingua russa, che è già di per sé una bellissima cosa, poi credo che stia abbastanza scomodo nel senso se gli viene richiesto di collocarsi politicamente, perché di fatto dimostra di non andare molto d'accordo con la politica, e con i politici, uno che è cresciuto a parma, dove hanno anche un po' di puzza (sotto al naso, s'intende), scrive su libero ma parla sempre del pd, conosce bene il partito, anche perché è del 63, cioè ha 4 anni più di me e cioè è cresciuto in un'epoca in cui la politica esisteva ancora, nel senso che la sera si parlava di quello, con o senza la birra, o con una birra in quattro, e quindi a noi e a lui gli è rimasta in testa questa cosa, si fa fatica a liberarsene anche quando tutto e tutti ti consigliano di farlo, e quindi diciamo che non lo so se alla fine mi piace o no, diciamo che mi piace perché parla di scrittori bravi, e poi ha scoperto venedikt erofeev, che da quello che leggo mi sembra un genio assoluto, come altri che pubblica e che se uno non li conosce grazie a lui li conosce, che poi è la funzione socialmente utile di un blog anche se (ma forse sono cattivo e mi lancio in illazioni che dovrei tenere per me) uno un blog non lo apre e lo coltiva per via della funzione socialmente utile di esso, e alla fine cosa importa se il blogger in questione ha il vezzo di raccontarci, anche solo epigrammaticamente, della metropolitana, del sudore, del burro, della frittata, della gente, delle sue paranoie, dei suoi oggetti, alla fine viviamo nell'epoca postmoderna in cui l'alto e il basso si intrecciano, si uniscono, si mischiano il lazzo e la preghiera, l'afflato cosmico e la pernacchia, erich auerbach e kimber james, si fondono, indissolubilmente, la riflessione alta sul mestiere dell'artista e la calca nell'ora di punta, le meditazioni sulla consolazione della letteratura e le difficoltà del quotidiano, alla fine è un po' come uno spaccato (spaccato, una parola che non si legge più) sulla realtà contemporanea, a volte tenero a volte caustico, dolce e amaro, ma alla fine se devo dire se mi piace o no dico che mi piace, chi se ne frega se a volte butta lì di come si sveglia la mattina, l'importante è che ha tradotto goncarov e erofeev, e che conosce il russo e io solo per quello, perché conosce il russo e la russia e credo anche i russi, che sono un popolo che uno deve conoscere altrimenti è meglio che si spari, io vorrei conoscere lui, dice cos'è la conoscenza per interposta persona, no, adesso ti dico, io per esempio ho appena finito di leggere un libro di demetrio volcic che tutti sanno chi è, e mi è venuta una voglia pazzesca di incontrarlo per chiedergli tante cose, di tante che ne ha viste con i suoi propri occhi, e sono andato sul facebook e ho visto che ci sono messaggi di alcuni altri estimatori del volcic tra cui uno che abitava nel suo condominio un sacco di anni fa che gli fanno i complimenti, e io allora ho pensato che non mi avrebbe risposto se gli avessi chiesto di incontrarmi per parlare un po', per ascoltarlo, che sarebbe una cosa bellissima, almeno credo, e allora non è intermediazione di conoscenza, non è che uno la russia la conosce solo se ci va, certo andarci è meglio, siamo d'accordo, ma è bello anche ascoltare chi ci è stato, conosce la lingua, gli usi e i relativi costumi, le tradizioni, le cose che uno non impara in una settimana col viaggetto organizzato, ecco perché mi piacerebbe conoscere anche lui, il nori, anche perché mi piace il suo misurato understatement, il suo restare sospeso, che, credo, è un atteggiamento sincero e non una posa, perché secondo me è una brava persona e ha capito che a volte i migliori sono quelli che fanno fatica a parlare e anche perché anche lui come me ascolta radio radicale e non sa perché, forse perchè i motivi per cui vale la pena fare una cosa sono quelli che fai la cosa ma non sai perché.

mercoledì 20 agosto 2014

perché viviamo come se le stelle non esistessero invece esistono

certo è una cosa che hanno pensato tutti e desiderato tutti è nel cosiddetto immaginario collettivo ed è bello che sia così nell'immaginario collettivo che a un certo punto uno sta guardando una trasmissione di quelle del dopo partita dove c'è il conduttore per esempio fabio caressa che parla e introduce i cosiddetti temi del dopo partita e si discute del 433 o del 352 delle assenze della preparazione dell'allenatore della tattica del rigore che c'era o non c'era e tutti compunti e seri dicono la loro facendo capire che ci tengono a quello che dicono e sono persone serie che lo fanno per mestiere e sono dei veri professionisti e sono ben vestiti nello studio e dicono che secondo loro questo e quello e a un certo punto arriva uno squalo bianco o tigre arriva in studio e in un solo boccone si ingoia il conduttore potrebbe anche essere un orso o un gorilla insomma un animale bello grosso arriva e se lo pappa tutto in un solo appunto boccone e tutti gli ospiti come si dice dello studio restano lì come si dice impietriti mentre lo squalo o il gorilla si vede che è bello gonfio per via del boccone che ha appena ingoiato e tutti restano lì con le loro cravatte e i vestiti grigi e le loro pettinature mentre il gorilla o squalo con gli occhi completamente vuoti e inespressivi come quelli del telecronista che c'era prima di lui d'altronde sono uguali alla fine uno dice non è che sia cambiato molto solo forse la voce è diversa adesso cosa facciamo intanto c'è un fatto che prima c'era un conduttore uomo e adesso non c'è più va bene ma tutto sommato forse funziona anche lo squalo

martedì 19 agosto 2014

la finestra

la finestra di fronte a me è uno specchio che riflette quello che vuole. sarebbe piaciuta a david lean, che ha costruito la più bella scena della storia del cinema con un vetro e due amanti. la mia riflette il viso e la v del collo di un soggetto maschile. ciò che vediamo lo vediamo grazie all'illuminazione di uno schermo di un piccolo computer. lo schermo è la fonte luminosa, il volto è riflesso nella finestra posta di fronte a lui.  la cosa curiosa è che non ne vediamo gli occhi. sotto gli occhiali è tutto molto fosco, quasi come quei pazienti dei reparti di oftalmologia, costretti a mettersi quelle terribili bende, quelle terribili garze.
se metto le mani davanti alla faccia le faccio diventare protagoniste della scena. decido di utilizzare la fonte luminosa per nascondere, rivelare, tagliare, creare.
quando uno sta morendo che cosa vuole portarsi dietro? qualche certezza, solo quello. io qualche certezza ce l'ho già, e sono tesori preziosi.
per esempio io so che ti ho voluto bene, e so che tu ne hai voluto a me, allora, in quel momento. ed è bello sapere, sapere che è vero, è davvero così. anche se non conta saperlo, né tanto meno scriverlo, è così e basta. sentirlo. io lo so, che ci siamo voluti bene. è stato quel sorriso, quel guizzo negli occhi, quel niente, quella pausa, quel silenzio, quel qualsiasi cosa sia stato, dovunque. comunque. quello ci ha fatto sentire che ci stavamo volendo bene, anzi l'abbiamo sentito di più nel tempo, e ancora oggi lo sentiamo, io come te, ed è per questo che alla fine, alla fine...se mi viene l'alzheimer come a mia nonna e non mi ricordo più niente forse conta anche scriverlo.

giovedì 7 agosto 2014

il parossismo della paratassi

in una scena del film la messa è finita, il nanni vestito da sacerdote si presenta in una libreria gestita da un suo ex amico, con il quale ai bei tempi, insieme ad altri, pubblicava una rivista engagée. nanni come al solito fa la superstar e se la prende con un cliente che, in cerca di un libro da regalare, si limita a sfogliarne alcuni senza leggere una riga.
il cliente ha ragione.

una volta quando andavo per libri lasciavo che fossero loro a scegliere me. una cosa romantica.
poi sono passato ai segnali. seguivo, indovinavo oscure tracce che mi indirizzavano verso questo o quello.
adesso che sono cresciuto mi sono dato una regola, più o meno, diciamo, sulla falsariga di quella che jeff goldblum riporta ai suoi ex compagni di scuola: non leggere mai più libri in cui i dialoghi occupino più del 10% del testo ovvero dominino periodi lunghi meno di dieci righe. ciò che restringe drasticamente il campo.
pazienza.
arrivo, sfoglio, vedo tante belle pagine di dialoghi, ripongo.
stimo la regola aurea, come la concinnitas ciceroniana (e lui era uno tosto), benché la corrispondenza tra complessità e qualità del testo non sia biunivoca.
thomas pynchon, per fare un grosso nome, segue la mia regola, ma scrive malissimo.
come dice woody allen: "uno può essere coltissimo e non afferrare la realtà oggettiva"; uno può essere coltissimo, una cultura enciclopedica come il thomas, ma non sapere mettere insieme un periodo che dia qualche soddisfazione ai sensi del lettore. ricordando richler, è come lo snooker, si tratta di metterla in buca.

il segno, uno dei segni, della letteratura moderna è la paratassi spinta alle sue estreme possibilità. niente subordinate. niente complicate costruzioni sintattiche. sì. no. bene. ciao. me ne andai. scesi in strada. pioveva. fanculo, presi un taxi. lei non c'era. merda. dovevo arrivare prima.

non è strano. letteratura fast food. mangio un panino al volo. mando una mail. scrivo un messaggio. scrivo un romanzo.

mio figlio ha una specie di programma o non so cosa che gli consente dal suo telefonino di mettere insieme a casaccio brandelli più o meno lunghi di messaggi ricevuti o inviati, e creare file di testo anche lunghissimi, completamente senza senso e quasi del tutto privi di interpunzione.

non so com'è, ma mi fanno ridere un sacco. ed è già tanto.