venerdì 6 dicembre 2013

c.p.c.v.l.p.v. / 1

martedì 3 dicembre 2013

la consapevolezza della finitezza

queste cose le ho già scritte, almeno io.
c'è sempre un momento preciso.
un momento in cui scopri la letteratura (per me, come per milioni di brufolosi, fu l'inaspettato incontro con Raskolnikov), un momento in cui scopri che c'è qualcuno che ha bisogno di te, proprio di te (di solito è un fantolino), un momento in cui scopri il dolore, un momento in cui scopri che il dolore non finisce e non ha limiti, un momento - adesso ci vuole una bella risata - in cui scopri la tua donna a letto con un altro.

e poi c'è il momento in cui ti rendi conto non solo del terribile fatto (qualcuno te l'aveva detto e tu non gli avevi creduto) che non diventerai un astronauta, né un agente segreto, né il presidente del mondo, né una famosa rockstar, né un famoso regista di film porno, né un atleta olimpico, ma soprattutto che le cose più grandi di te non sono il cielo e le montagne. non sono le stelle e l'universo. quelli sono lì per un altro scopo, che è quello di farti capire che sono lì per un altro scopo, en abyme, come gli specchi che riflettono specchi (gli specchi che riflettono specchi sono come pensare al senso dell'esistere, dal momento che non esiste alcun senso dell'esistere che non sia il pensare al senso dell'esistere). e, quindi, ti rendi conto che le cose più grandi di te sono cose semplici, cose di tutti i giorni, cose che fanno tutti, cose alla portata di tutti.
la grande scoperta (prima un gravame sulla schiena, poi un caro amico), è la consapevolezza che queste cose semplici, alla portata di tutti, che tutti maneggiano con estrema disinvoltura, per te sono inarrivabili, incomprensibili, inafferrabili.

per me il momento preciso in cui ho capito tutto questo è stato quando l'insegnante di matematica una bella mattina d'inverno si è presentata in classe, si è seduta, ha fatto l'appello di rito, si è alzata, è andata alla lavagna e ha scritto questo:

y = (f)x


lì, è finito tutto.

venerdì 25 ottobre 2013

Flight

Un altro uomo gravato dal pesante fardello. Un castello di menzogne. Si sgraverà e poi, mondato, ritroverà una vita felice e pura? Oppure continuerà a perdersi?
L'angoscia, quasi insostenibile, che proviamo quando vediamo L'avversario, capolavoro di Nicole Garcia, qui è solo speranza che non ci sia propinato, come piatto forte, il solito polpettone. E, come sempre, si resta delusi.
Robert Zemeckis, per chi non coltiva il vezzo di storcere il naso davanti a fischiebbotti (che sono cinema da quando esiste il cinema), è un grande regista.
Grande, ma stavolta non abbastanza.
Un pilota di lungo corso, alcolizzato, deve affrontare un atterraggio di emergenza: l'aereo è un baraccone coi motori rotti. Salva 96 persone. Muoiono due hostess e quattro passeggeri. In ospedale, mentre è ancora malandato, gli fanno un prelievo del sangue. La notte prima dell'incidente e la mattina stessa aveva bevuto parecchio e sniffato coca. Si teme che il terribile ente americano per la sicurezza sui trasporti aerei (NTSB, là hanno la passione per le sigle, come i russi per i soprannomi) scopra la magagna e lo sbatta in galera per mille anni. Un amico ex pilota gli procura un avvocato molto abile, un altro la coca. In ospedale conosce una tossica; vanno a vivere insieme, ma lui, preoccupato, non smette di bere.
Il nostro spera di sfangarla in tutti i modi, poi la coscienza prende il sopravvento (il pretesto è il viso della bella hostess, amante e compagna di bagordi, purtroppo defunta nell'incidente) e lui vuota clamorosamente il sacco.
Per tutto il film ho sperato che gli andasse liscia. Che restasse un ubriacone e che non pagasse per il suo brutto vizio (tra l'altro, errore non vi è stato: è incontroverso che nessun pilota avrebbe fatto meglio di lui).
Non avrei dovuto sperare, non in Zemeckis. E non in un Zemeckis che sparge insopportabili vapori di incenso e odor di sagrestia per tutto il film.
E allora, viva il capitano Queeg, se dobbiamo parlare di pistolotti, viva l'Ammutinamento del Caine, capolavoro di Edward Dmytryk, uno che un po' ondivago lo fu anche lui, ai tempi del famigerato Comitato, ma almeno lasciava al suo capitano la solitudine, la malattia, una meritata immortalità, e a noi tutti i nostri fantasmi.

martedì 1 ottobre 2013

wreck on ice, peach*

post - post - qualcosa come modernismo

le recenti vicissitudini dei rigatoni per culattoni(1) mi hanno indotto a smettere di preoccuparmi e amare la bomba (2)

il nuovo Zing lava più bianco e protegge i tuoi capi delicati, anche a 60 gradi.
una fila di aaaaaaaa, poi di oooooo
una fila di vocali, poi di consonanti

la coincidenza degli estremi. il lavoro di pynchon (3)  dietro ogni parola. parole messe a caso, lettere messe a caso.

il più grande lavoro simile a nessun lavoro.

da domani mi inventerò una nuova professione, una professione molto sottile: il leccatore di liquori (4)

- mi ha detto che vuole una pausa di riflessione
- per me ti vuole mollare. probabilmente ha un altro
- anche per me

sperma (5)

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note (a cura di Paolo Boschivo Modesti)

* Il titolo è evidentemente un gioco di parole, un poco raffazzonato, che cerca di prendere in giro i programmi di videoscrittura a riconoscimento vocale. I primi software messi in commercio negli anni '90 del ventesimo secolo non riuscivano, fatto beffardo, a riconoscere correttamente la frase "recognize speech" ove fosse stata pronunziata in modo rapido (colloquiale) e senza attenzione alla pronunzia della g e della z, come poteva accadere a un americano medio di non elevata istruzione. Di qui, gli errori quali quello del titolo o altri simili (wreck a nice beach, ecc.).


1. Il riferimento è al famoso "caso Barilla", occorso alla fine di settembre del 2013, quando il più famoso produttore di pasta e biscotti e merendine italiano, Guido Barilla, patron, come si dice, della storica maison, ebbe a dichiarare in un'improvvida intervista radiofonica durante un programma di basso profilo allora molto seguito (La Zanzara),  che non avrebbe mai fatto pubblicità alle famiglie gay. Alla domanda "Perché non fate una bella pubblicità con famiglie gay?". La replica di Barilla fu: "Noi abbiamo un concetto differente rispetto alla famiglia gay. Per noi il concetto di famiglia sacrale rimane un valore fondamentale dell'azienda". Ma la pasta la mangiano anche i gay, osservarono i conduttori. E l'imprenditore: "Va bene, se a loro piace la nostra pasta e la nostra comunicazione la mangiano, altrimenti mangeranno un'altra pasta. Uno non può piacere sempre a tutti". La dichiarazione scatenò un vero e proprio putiferio: per primo tuonò il cantante e candidato al Nobel per la letteratura 2013 Roberto Vecchioni, artista da sempre vicino ai diritti dei più deboli, come le donne e gli omosessuali, il quale definì Barilla "un povero cretino". Seguì il Nobel per la letteratura Dario Fo, che con maggiore temperanza invitò il Barilla a "rappresentare tutte le famiglie". In parlamento si sfiorò la rissa quando un deputato del partito Lega Nord espose un finocchio sul banco. Si moltiplicarono pacchi di pasta Barilla buttati per strada. I pastifici concorrenti colsero l'occasione per dichiarare che la loro pasta era buona anche per i gay. Da più parti si cominciò a esortare al boicottaggio. Il caso ebbe eco internazionale: la cantante Cher disse laconicamente: "he's crazy". Sui social network (Facebook e Twitter) impazzarono gli insulti più beceri, di vip come di gente comune, all'imprenditore, il quale, scosso da un tale caos, fu costretto a fare pubblica ammenda, chiedendo scusa agli italiani, ai gay e ai propri dipendenti e promettendo uno spot con protagonisti omosessuali. 
La parola "culattoni" è un milanesismo, come tale caro all'A., molto legato alla sua città e alle sue tradizioni.

2. La citazione, alquanto banale, è dal film di Stanley Kubrick del 1964 distribuito in italia con il titolo "Il Dottor Stranamore", il cui titolo originale è "Dr. Strangelove or: How I learned to stop worrying and love the bomb", tratto, assai liberamente, dal romanzo Red Alert (Allarme Rosso) di Peter George, 1958.

3. Thomas Pynchon, scrittore statunitense, considerato, insieme con J.D. Salinger, uno dei grandi maestri della letteratura americana e in particolare del postmodernismo, nonché padre nobile della seconda onda della nuova letteratura americana (Wallace, Eggers, DeLillo, Ellis, Franzen), celebre, tra l'altro, per la sua fantasmaticità, non essendo mai apparso in pubblico, né in video, né in fotografia se non da adolescente. La minuscola per il nome di Pynchon sta ad indicare, a mio avviso, la scarsa considerazione dell'A. per lo scrittore (ipotesi che ritengo confermata dalla maiuscola usata invece per il nome del detersivo, qualche rigo sopra).

4. Il riferimento è a un gioco di parole esistente solo in inglese: liquor licker si pronunciano allo stesso modo. Nel film di Robert Altman " Radio America" (2006,  in originale "A  Prairie Home Companion" ) l'attore e sceneggiatore Garrison Keillor, fondatore e conduttore dello spettacolo radiofonico omonimo, in onda negli Stati Uniti dal 1974, al quale il film fa omaggio, richiama la battuta nella sua  "The Bad Joke Song": "I asked what she came in there for; she said 'Liquor!' an' I did lick 'er.  An' I don't work there anymore". 


5. Pare che lo sperma fosse un'ossessione dell'A.

domenica 29 settembre 2013

sì, sono un handicappato / 2

l'altro giorno la mia ex moglie ha messo il suo non leggero piede sui miei occhiali, i quali occhiali erano per terra in quanto a me piace dormire per terra, cioè sdraiato sul pavimento, e quando sto per addormentarmi, visto che la cosa che desidero di più al mondo, quando ho sonno, è riuscire ad addormentarmi, non è che sul più bello mi alzo e metto gli occhiali in un luogo sicuro così che non possano essere pestati, con l'ovvio rischio, che poi è la certezza, che non riuscirò a prendere sonno.
il bello è che l'avevo avvertita, la ex moglie, del fatto che avrei messo gli occhiali di fianco a me, per terra. ma non c'è stato, purtroppo, niente da fare.
il piede, evidentemente guidato da forze oscure, si è posato con tutta la giabatta sulla montatura, ha svelto la vitina che tratteneva la lente, la lente è schizzata fuori procurandosi una bella scalfittura, la montatura si è squadernata sviluppandosi in una forma repellente e la vitina non è più tornata al suo posto, in quanto, come poi si è scoperto, si era deformato anche il filetto.
ed ecco che mi sono trovato senza occhiali.
a questo punto ritengo opportuno dire che io porto gli occhiali da quando avevo sei anni, cioè dal primo giorno di scuola. quindi concludo che porto gli occhiali da 40 anni tondi tondi, appena compiuti.
non è stata, questa che sto raccontando, l'unica volta che mi sono trovato senza occhiali. è successo altre volte. la cosa diversa, che poi è il motivo per cui ne scrivo, è che stavolta per la prima volta mi sono reso conto che sono un disabile.
sì, perché mi sono reso conto che senza occhiali non posso fare nulla di quello che normalmente faccio durante la giornata. guardare la tv, leggere, scrivere, lavorare o cazzeggiare al computer, guidare, fare la spesa, tutto.
cioè, praticamente, se non avessi gli occhiali sarei costretto a stare a letto e sentire la radio, oppure a svolgere una professione in cui se ci vedi poco, poco importa, come, che so, il sempre citato scaricatore di porto, o il modello, che più o meno sono la stessa cosa.
sono un disabile. certo c'è chi sta peggio. ma non è questo il punto.
il punto è che credo che i difetti della vista siano la patologia più frequente nella popolazione mondiale.
e questa è una cosa che dà da pensare.
il giorno dopo sono andato, a piedi, da un ottico, il quale nel tempo di un'oretta ha sistemato tutto e mi ha ridato la mia vita.
appena tornato a casa ho lavorato, ho giocato a gta V, ho lavato i piatti, ho apparecchiato la tavola e ho scaldato le pietanze.
dopo il pasto, ho messo a parte la mia ex moglie di codeste mie riflessioni sulla disabilità.
lei ha fatto mostra di comprendermi, poi come sempre si è sentita in dovere di fornire un suo contributo personalissimo alla questione, per non sembrare meno invalida o meno derelitta dell'interlocutore, e quindi ha soggiunto che lei senza occhiali più che vederci male ci sente male, cosa che il suo parrucchiere ha capito che non è molto tempo, essendosi accorto che mentre le pratica l'acconciatura e, come è consuetudine, le parla, ella non gli risponde, essendo appunto senza occhiali.



mercoledì 18 settembre 2013

della comparsa della musica

ogni volta che scrivo su un argomento che non sia il tennis o i Beatles vengo aggredito da un sentimento di insopportabile inadeguatezza. tale sentimento, una morsa intorno al collo, mi accompagna peraltro in ogni istante della mia vita, e mi lascia respirare troppo poco perché possa pensare di affrontare in modo degno temi qualsivoglia.

nell'asfissia, nell'afasia che mi costringe, tento di approcciare una nuvola.

prima ero su youtube e ascoltavo alcune isolated tracks di alcune canzoni dei Beatles e mi è successo di pensare che anche se ho letto quasi tutto quello che è possibile leggere, anche se so come e quando quella data canzone fu composta, quanti take ci vollero, quante sessioni, a quale ora cominciò la registrazione, quanto durò, come venne mixata, chi era l’ingegnere ad Abbey Road quel giorno, chi suonava cosa, anche se so tutte queste cose, non so come stava il cantante, cosa aveva bevuto, cosa aveva mangiato, non so che tempo faceva fuori, se piovve prima o dopo o durante, non so se telefonò qualcuno, se ci furono discussioni, non so come si sentiva, se era triste, se era allegro, non so come si sentiva, non so che cosa provava, che cosa significava per lui registrare quel giorno quella canzone, se era soddisfatto, se non lo era, se non ci pensava nemmeno e aveva la testa tra le nuvole, non so nulla di tutto questo.
mentre è questo quello che conta, come ti senti in un dato momento.
perché io lo so come mi sentivo quando sentii per la prima volta I want to hold your hand (e la cosa stupefacente di questa canzone è che quasi tutti si ricordano dov'erano e cosa facevano quando la ascoltarono la prima volta, come quando si partecipa a una catastrofe, perché I want to hold your hand è un pezzo che contiene in sé qualcosa di trascendentale, di ineffabile, non catturabile, non è solo l’eterodossia del si maggiore dopo il mi, c’è qualcos'altro - ed è di questo che sto parlando - una canzone che non è nemmeno facilmente cantabile, sono più cantabili di sicuro le simpatiche e massoniche arie di Papageno, e a questo proposito mi preme assolutamente dire che qualunque pezzo di Giovanni Allevi è più bello di qualunque cosa scritta da  Schöenberg, o da Stockhausen, o da Berio, o da Nono, o da Boulez, perché sono per la fondazione di un nuovo futurismo), so come mi sentivo quando sentii Sade che cantava It’s paradise, so come mi sentivo.
questa, come tutti sanno, è la caratteristica straordinaria delle opere d’arte (anche di quelle brutte, purtroppo), che ci sono milioni di persone che associano un’emozione a un momento della loro vita, quando di quella opera d’arte hanno fruito, mentre l’artista no. ogni giorno milioni di persone si cambiano sms e mail e faccine e con esse testi di canzoni, video di canzoni, musica di canzoni. ogni minuto le vite di milioni di persone sono trascinate, guidate, salvate, forse distrutte dall'opera d’arte.

ho la tosse. mi si chiude il naso.

la cosa meravigliosa e allo stesso tempo spaventosa dell’arte è il sentimento di proprietà che instilla nell'animo di ognuno.
sì, è la vecchia storia dell’opera d’arte che appena nata si stacca dal suo autore e vive di vita propria. vecchia ma non per questo meno vera.
le opere d’arte appartengono alle persone, non agli autori. l’opera d’arte è schiava, schiava di tutti, ognuno ha la sua, ognuno possiede la canzone, la possiede e ne è proprietario. non si sente come proprio nulla come si sente la proprietà e il possesso dell’opera d’arte.
il diritto distingue l’una e l’altra cosa, il sentimento no. come il bambino, non fa differenze.
sento la proprietà di un comodino perché l’ho comperato, ho speso del denaro e me lo sono portato a casa, me lo guardo e me lo lustro. ma è un sentimento di appartenenza che deriva da un fatto barbaro, ovvero dalla corresponsione di un prezzo verso la consegna di un bene, ciò che è la cosiddetta causa del contratto, lo schema negoziale astratto sussunto dall'ordinamento positivo come meritevole di tutela. che è cosa diversa dal sentire. infatti il comodino non è mio per sempre. può rompersi, posso venderlo, posso donarlo per spirito di liberalità, posso permutarlo. al momento del mio distacco da esso, potrò forse avere qualche piccolo rimpianto, forse una piccola, tiepida lacrima potrà solcare la mia guancia, ma una volta che se n’è andato, se n’è andato.
invece l’opera no. non mi abbandona mai. è mia per sempre. il legame sentimentale che ho con essa potrà subire qualche affievolimento, come tutti i legami, ma l’opera, la mia opera, morirà con me. quando sarò sdraiato nel mio letto di dolore mi torneranno nelle orecchie quelle note, negli occhi quelle immagini.  

mi manca l’aria.

alcuni hanno congetturato, e poi approfondito, il legame tra matematica e musica.
matematica nella musica. matematica della musica.
ma tutto è matematica. sono matematica le onde del mare, matematica il giorno e la notte, matematica le foglie.
c’è tuttavia qualcosa che la matematica non riesce a carpire. ed è, appunto, il mistero generato da una sequenza di note.
una sequenza di numeri può provocare stupefazione, può meravigliare o stordire la verifica puntuale di una regola. ma la scoperta di una legge universale è per gli scienziati. il successo di una vita di ricerche, di ampolle e di infinite notti a provare combinazioni. è, certamente sì, anch'esso brivido lungo la schiena. ma è altra cosa.
è altra cosa rispetto al mistero contenuto nel si bemolle, e alla differenza tra esso e il re. e alla infinita serie di variazioni sullo stesso re, ognuna delle quali ha un suo sapore, un suo colore. e la domanda è: perché un’armonia in tono minore che si chiude in maggiore ispira ottimismo e compiutezza, mentre un finale in minore ci colma di melanconia?
io non ho studiato antropologia. ho studiato solo qualche libro di diritto. io non so come avrebbe reagito un abitante di un villaggio del centrafrica nel 1824 ascoltando l’ultimo movimento della nona. se si sarebbe messo le mani sulle orecchie. davvero la voce di Caruso che squarciava fiumi e alberi dal grammofono di Fitzcarraldo era sentita dagli indios come da lui?

poco sangue, poco ossigeno ancora.

non è affare mio, l’argomento. che ne so io, del movimento armonico? di che cosa sto parlando? non so nemmeno leggere il pentagramma e sputo a destra e a manca sulle barbe di grandi uomini. io non sono Galileo. sono nella caverna, ed è già tanto se riesco a trovare qualcosa da mangiare.

le braccia mi si allungano lungo il corpo. vado a scrivere una comparsa conclusionale.

giovedì 5 settembre 2013

richard gasquet

richard gasquet mi ha tolto il fiato.
ha battuto david ferrer, il piccolo nadal, al quinto giocando un tennis magnifico, un tennis che non si vede mai.

più ancora del numero impressionante di rovesci lungolinea vincenti così perfetti da lasciare a bocca aperta, voglio ricordare una volée bassa incrociata stretta di rovescio che è la cosa più bella che ho visto su un campo da tennis in un match maschile negli ultimi cinque anni.

e quindi, anche se sabato perderà in semifinale con la merda con il punteggio (vediamo di quanto sbaglio) di 7/6 6/4 6/3, lo ringrazierò per tutta la vita solo per quello.

chapeau.



martedì 27 agosto 2013

problema

premessa:
io ho due amici, D e U.

fatti:
1. D pensa che U sia culattone
2. U pensa che D sia culattone
3. U pensa che D lo odii
4. D pensa che U lo odii.

ora, sapendo che:
- U non odia D e D non odia U, anzi ognuno di essi vuole veramente bene all'altro
- né D né U sono culattoni
- né D né U sono pazzi o paranoici o soffrono di complessi di persecuzione o altre patologie della psiche, anzi sono ragazzi lucidi e molto intelligenti;

spiegare il perché, cioè la motivazione, dei pensieri da 1 a 4.

ipotesi:
a. D e U odiano me
b. D e U odiano i culattoni
c. D e U odiano i culattoni e anche me
d. io odio D e U
e. il culattone sono io

lunedì 26 agosto 2013

che carambola, ragazzi!

e così è stato, che la pallina ha preso prima lo spigolo, che il P. Bio l'aveva tirata non so come, di diritto o di rovescio o con quella specie di colpo che fa lui, che io odio e non riesco a correggerlo, che lo chiamo il colpo del vigile urbano, perché mette la racchetta in verticale, col piatto perpendicolare al tavolo, e colpisce così, e quando fa così adesso per scherzare dice vigilantes, per prendermi anche un po' in giro, che dice che non riesce a farne a meno, di quel colpo, anche se gli ho spiegato in mille salse che non serve a niente, soprattutto se la palla è bassa, infatti la manda regolarmente in rete con il colpo del vigile o vigilantes, e nonostante tutto insiste, secondo me un po' gli piace di non correggersi, di giocare a modo suo, anche se senza profitto in termini di punteggio o di considerazione estetica sussunta nella dimensione delle teorie comunemente accettate per la disciplina, anche se non giochiamo quasi mai a punti, ma solo a palleggi, che a lui sfugge un po' il senso di questa cosa dei palleggi, infatti ogni tanto mi piazza quel suo diritto incrociato, che è il suo colpo preferito, tirato come si conviene da destra a sinistra, e la palla schizza imprendibile tutta alla mia destra, stretta, e io non arrivo mai a prenderla nonostante qualsiasi guizzo, ogni tanto piazza il suo dirittone incrociato vincente, come se giocasse al wii, a grand slam tennis, dove vince sempre, ma ormai ha capito bene che vincere alla wii non è come giocare dal vivo, è tutta un'altra storia, a partire dall'oggetto che si impugna, alla reazione dell'oggetto al contatto con la palla, che è vera, reale, ha una consistenza materiale, un peso, e tre, credo, dimensioni palpabili, senza dimenticare che c'è il terreno, ci sono i tuoi piedi sul terreno, e tutto il resto del tuo corpo, che al wii interessa poco, mentre nel mondo non wii diciamo ha una sua dignità, una sua rispettabilità, per esempio l'importanza dei polpastrelli, delle falangi, dei metatarsi, delle spalle, delle ginocchia, e dunque ecco a lui sfugge il senso del palleggio, come se mancasse un fine a ciò che fa, e infatti in qualche modo manca, nel senso che non c'è competizione, non c'è gara, solo il piacere di scambiarsi la pallina uno con l'altro, che per me è una cosa piacevolissima, più ancora della partita, quando uno è nervoso e sbaglia palle facili, invece a palleggi si gioca per il puro divertimento, anzi il divertimento sta proprio nel provare a fare scambi i più lunghi possibili, cosa che ogni tanto gli piace, al P. Bio, anche se non capisco se quando dice hai visto che scambio lo fa perché ne è veramente convinto oppure vuole compiacere me, che insisto con la teoria dello scambio lungo, mentre lui si compiace di più, magari, con un bel vincente, forse anche un po' gli piace di fare il ribelle e non seguire le scrupolose indicazioni paterne, al contrario, ecco, della mia nonna Lucilla, che una volta ero a casa sua e stavo guardando un match del roland garros, quando i diritti dell'eurovisione ce li aveva la rai, e trasmetteva il RG dalla prima all'ultima giornata, e quelli erano tempi, me lo godevo tutto, ma a casa mia di solito, tranne quella volta a casa di federico a pavia, che vidi il RG del 1989 quando uno sconosciuto americano di origine cinese, piccolo ma cattivo, battè al secondo turno uno sconosciuto giovane americano di origine greca di cui dicevano un gran bene, lo battè tranquillamente in tre facili set, e poi vinse pure il torneo, una delle più grosse sorprese dello sport di tutti i tempi, e pensare che la finale femminile dello stesso torneo di quell'anno riservò una sorpresa ancora più grande, poi l'americano di origini greche l'anno dopo vinse lo us open, stracciando in finale in tre set un'altra giovane speranza americana, questa volta di origini iraniane, che però, nonostante la bruciante sconfitta, due anni dopo vinse wimbledon, battendo in finale un croato, che avrebbe poi perso a wimbledon altre due finali, anche lui contro il greco, ma sarebbe riuscito a vincere il torneo, i campionati, come li chiamano gli inglesi, tanti anni dopo, quando era ormai sul viale del tramonto, entrato in tabellone grazie a una wild card, una vittoria commovente e meravigliosa, e una delle più grosse sorprese dello sport di tutti i tempi, come la vittoria della danimarca agli europei di calcio del 1992, questa la sanno tutti, quella dei danesi che erano al mare e vennero chiamati al posto della jugoplastica, nonostante, anche qui si può discutere, che la danimarca del 1992 era per me meno forte di quella dei mondiali del 1986, perché io se penso ai mondiali del 1986 penso a due squadre, alla danimarca e all'unione sovietica, che giocavano divinamente, avevano giocatori sublimi, per esempio morten olsen, un dio, arnesen, laudrup e elkjaer da una parte, demianenko, dasaev, belanov e il mio idolo assoluto jakovenko dall'altra, che roba l'unione sovietica, unione sovietica, due parole pesanti come una montagna, e quella scritta, quelle quattro lettere che era come vedere un altro pianeta, un pianeta immenso, lontanissimo e sconosciuto, come pensare a uno che porta sulle spalle uno zaino talmente colmo che sarebbe potuto scoppiare e riempire il mondo di cose mai viste, mi viene in mente la mitica klm dell'hockey, krutov, larionov e makarov, che saettavano sul campo e giocavano talmente forte che non vedevi mai il disco, e tranne quell'altra volta appunto di cui sto parlando ora, cioè a casa della nonna, anni prima della volta di pavia, e stava giocando vitas gerulaitis, americano ma anche un po' lituano, che io vidi giocare anche dal vivo, e la cosa che mi faceva impazzire di più del grande vitas era quando, a ogni singolo servizio, come fece per tutti i servizi della sua carriera professionistica, nel momento in cui palleggiava a terra con la mano prima di servire, si voltava indietro a sinistra, faceva tre palleggi e tre volte si voltava, una volta per ogni palleggio, come se avesse paura che qualcuno gli portasse via la pallina prima di servire, era una cosa incredibile, e in quella occasione mi ricordo, pur essendo il RG, quindi superficie lenta, e racchette di legno, quindi scambi prolungati, mi ricordo che ci fu uno scambio più corto, tipo due o tre tiri in tutto, e mia nonna si levò a criticare come solo lei sapeva colui che aveva giocato il vincente, colpevole, secondo lei, di non aver prolungato lo scambio, dato che per lei il tennis era appunto il donarsi reciprocamente la pallina, ciò che mi porta a dire che istintivamente la nonna aveva capito qualcosa anche lei; ha preso prima lo spigolo del lato est, ha subìto la inevitabile accelerazione dovuta appunto alla collisione con lo spigolo, ed è saltata sullo schienale della sedia di plastica verde, una di quelle sedie da giardino da spendere poco, quelle con le fessure o i buchi sulla seduta, che ho scoperto alla mia veneranda età, proprio una settimana fa, che i buchi e le fessure servono a far sgocciolare l'acqua quando piove, già, perché si presume che uno le sedie da giardino le tenga, per l'appunto, in giardino ovvero all'aria aperta, e quindi esposte alle varie precipitazioni meteoriche, una cosa che sanno anche i sassi io l'ho scoperta a 46 anni, l'ho scoperta che ero all'ikea e ho visto una sedia di plastica veramente orrenda, che aveva un buco bello rotondo alla base della seduta, diciamo quasi in corrispondenza dello schienale e ho esclamato ma guarda un po' ma che senso ha quel buco e a quel punto la mamma del P. Bio, che ci aveva chiesto di accompagnarla là perché doveva acquistare delle luci colorate da mettere sul terrazzo che poi non ha trovato e si è dovuta accontentare di un cucchiaio di legno e di una manciata di bulbi per tulipani, ha detto il buco serve per far defluire le acque, ed è stata l'ennesima scoperta, chissà quante altre cose non so, a parte le stelle, che non ne so niente, anche se le guardo e le ammiro e le amo e le stimo, non ne so niente di loro, così vedi che anche la visita all'ikea più insignificante può risultare costruttiva e arricchente, come forse può essere arricchente e istruttivo leggere i libri di raffaele morelli o di david icke, secondo la teoria per la quale tutti possono insegnare qualcosa, come a dire una sorta di ideologia punk del pensare, come dire tutti possono scrivere, eh sì, appunto, proprio così, non ci avevo pensato, tutti possono cucinare, come predicava il compianto chef gusteau; è balzata sulla punta dello schienale della sedia di plastica verde che stava di fianco al tavolo, precisamente alla destra del tavolo, per quanto mi riguardava, anche se a voler essere precisi non si tratta propriamente di uno schienale, perché sono sedie a stampo, escono stampate in fabbrica intiere, c'è una macchina che le stampa, come le bottiglie della coca cola, quelle in pet, sono stampi che sembrano dei dildo di plastica, finiscono dentro una macchina che ci soffia dentro l'aria calda ed escono con la forma della bottiglia che ben conosciamo, lo so perché l'ho visto con i miei occhi, quando sono stato alla fabbrica della coca cola, ben due volte, l'ultima delle quali con il P. Bio, e dunque non è proprio uno schienale, diciamo che è la parte posteriore e superiore della sedia, se mettessimo un dito in corrispondenza del punto più basso di una delle gambe anteriori e gli facessimo seguire la forma della sedia, il dito non si staccherebbe mai da essa, percorrerebbe una linea retta verticale risalendo lungo  la gamba, per usare un'espressione alla bertrand morane, poi un leggero declivio che disegna la seduta, prestando attenzione a non incappare nelle famose fessurazioni, e poi una seconda risalita, al culmine della quale sarebbe costretto a  ricopiare un largo arco e ricadere poi dall'altra parte; ecco, proprio sulla chiave d'arco è saltellata la pallina, e in una frazione di secondo è ricaduta sul mio campo, ma, ed è qui la cosa bella, ha colpito lo spigolo del lato sud, e io che non ero riuscito nemmeno a muovermi per abbozzare un tentativo di tiro, me la sono ritrovata, al termine di una traiettoria iperbolica, che mi rimbalzava sulla racchetta, tutta felice e contenta delle sue peripezie, e allora ho subito pensato che questo impensabile viaggio, più ancora di gardaland, dello space vertigo, del mammut, dell'austria, di innsbruck, del tetto d'oro e della via maria teresa, dei musei, delle insegne in ferro battuto, del grostl, di salisburgo, del museo swarovski, dell'alpbachtal, dell'achensee, dell'hintersteinersee, della fortezza, del crowne plaza, del maximilian, del central, dei palazzi e delle chiese, meritasse senz'altro un post.

domenica 18 agosto 2013

il formidabile rafa

il brutto esiste, lo sappiamo e lo vediamo tutti i giorni.

ma nello sport si vede meno. o si dovrebbe veder meno, ove esistesse una dimensione del dover essere. 
di solito uno che corre piano non vince una gara di corsa, e mi perdoni Zenone.
così come uno che non sa guidare non vince il mondiale di formula uno. 
anche nelle olimpiadi degli handicappati vince l'handicappato più bravo.

invece succede che uno che non sa giocare a tennis si candida a diventare il più grande tennista di tutti i tempi.

sto parlando del grande rafael nadal, rafa per gli amici, già numero uno del mondo.

il quale, con ogni evidenza, non sa giocare a tennis. basta guardarlo.
basta guardare come impugna la racchetta e si capisce subito tutto. 

il tennis e nadal sono due entità distinte e separatissime. non hanno nulla a che vedere l'uno con l'altro.

è un buzzurro, nadal, un orrendo buzzurro, e il tennis non lo merita.
gli sfugge completamente il senso profondo del gioco, ovvero l'ineffabile bellezza dell'incontro tra un'incordatura e una pallina, due oggetti che sono fatti per stare insieme, lasciarsi e tornare insieme, come due veri amanti. e il tennis è esattamente e squisitamente il privilegio di concedere a questi due amanti la possibilità di accarezzarsi, toccarsi, baciarsi.

il tennis non ha niente a che vedere con la forza fisica, con la violenza. ha a che vedere con la delicatezza, con la sensibilità, con la grazia. è uno sport mentale, non fisico. è una partita a scacchi mentre si fa l'amore. ovvero, fare l'amore scambiandosi a turno tenerezze attraverso una pallina.
il tennis, come la scherma, è uno sport per gentiluomini, non per taglialegna.
è la capacità di far godere la palla, non di umiliarla, e di godere insieme con la palla.
come in molti altri sport, la bravura di un giocatore di tennis sta nel far godere chi guarda così come chi gioca, e di far provare allo spettatore lo stesso brivido. quello che deve succedere, perché il tennis penetri profondamente nelle corde di chi guarda, è sentire, in quelle stesse corde, il tocco delle corde del piatto come fossero le dita di una mano. percepire la stessa onda. la racchetta è decisamente una metafora. metafora sublime, perché sostituire una mano con un'incordatura e un bacio con una palla rende non facile l'esercizio del trasferimento delle emozioni. ci vuole una certa classe.

per nadal invece il tennis è lo stupro della pallina, è il primato del muscolo e della rabbia, come un match a braccio di ferro. nadal è il silvester stallone del tennis. infatti fa le stesse facce che possiamo ammirare in quel capolavoro che è Over the top, film che sono certo egli amerà moltissimo.
nadal è il trionfo della palestra sulla tecnica. egli è l'assassino del tennis.
anche Borg, che fu il primo, si allenava moltissimo, ma vinse 5 Wimbledon seguendo il servizio a rete, cosa che nadal non ha mai fatto in tutta la sua vita. 

egli è concentratissimo dal primo all'ultimo punto. per lui non fa differenza rispondere sul 40-0 o servire sullo 0-40. non sorride mai, e non è mai sportivo. l'ultimo titolo al Roland Garros l'ha rubato grazie a un fallo di campo di Djokovic, drogato dall'eccessivo agonismo di quell'altro. mi ricordo un match a Wimbledon di tanti anni fa  in cui Vijay Amritraj, splendido tennista, fu scavalcato a rete dal pallonetto del suo avversario al termine di uno scambio delizioso e durissimo, e mentre la palla lo sorvolava disse, sorridendo: "it's yours". ecco, questo è il tennis.

io nadal non ce la faccio a guardarlo nemmeno un minuto. dopo pochi secondi mi viene da vomitare e cambio canale.
odio la sua faccia, le sue smorfie, i suoi vestiti, la sua grinta, il suo corpo, il suo disgustoso sudare.
odio il suo diritto e il suo rovescio (egli, ovviamente, non conosce l'esistenza della volée).
odio come si muove, come corre, come saltella, come si sistema le brache, odio vederlo al cambio di campo, e figuriamoci se ho mai resistito a vederlo innalzare uno qualsiasi dei suoi innumerevoli trofei.

lo odio talmente tanto che non riesco nemmeno a gioire di vederlo perdere, tanto mi è disgustosa la sua immagine. perfino quando perse la semifinale contro Tsonga all'Australian Open del 2008 non riuscii a sopportarlo che per un'oretta. anche se era bello vederlo arrancare a 4 metri dalla palla, dovetti infatti cambiare canale. lo stesso fui costretto a fare in occasione delle finali che perse contro Federer a Wimbledon, e così durante la finale dello US Open del 2011.

nadal è uno che se invece della racchetta gli dessero in mano una padella, sarebbe uguale. si metterebbe a due metri dalla linea di fondo e tirerebbe splendide padellate a destra e a manca.
eppure, mai si vedrà un violinista professionista brandire l'archetto come fosse una clava, scagliarlo con brutalità sulla tastiera e agire di strapazzo avanti e indietro sulle quattro corde, cercando di amputare lo strumento.

d'altra parte, non è nemmeno tutta colpa sua.
egli esiste perché qualcuno l'ha permesso.
che lo sport, tutto lo sport, si sia evoluto nel segno della forza fisica, è un fatto. tuttavia, alcune discipline possono ancora sfuggire. nella scherma, appunto, non vediamo fiorettisti che menano fendenti a due mani con spadoni medievali urlando "vamos!" a ogni piè sospinto.
se dessero in mano al nostro una racchetta di legno come quelle che si usavano fino a non molto tempo fa, con le quali ho imparato anche io, egli riuscirebbe sì a buttare la palla dall'altra parte, ma, con le sue doti tecniche, troverebbe forse collocazione nel tabellone del torneo sociale presso il centro tennis del sindacato portuali di maiorca.

il compianto DFW scrisse un amorevole libretto sull'emozione di veder giocare Roger Federer, che in effetti è (potremmo dire anche era) un signor giocatore. un giocatore la cui leggerezza sul campo eclissava anche la potenza, che certo non gli mancava. ognuno ha gli eroi del suo tempo. mio padre mi narrava di Rod Laver. per me ci fu sempre e solo John McEnroe, il cui idolo di ragazzino era proprio l'australiano.

domani, o oggi, nadal giocherà la finale del torneo di Cincinnati contro John Isner, un gigante americano col solito servizio-bomba. e allora mi tocca dire forza Isner, che con tutti i suoi difetti, e non son pochi, a nadal può consentire di portare la borsa.

tanto, nel mondo del brutto, lo sappiamo tutti chi vince.

venerdì 16 agosto 2013

carta maschicida

il ministro dell'interno alfano ha detto oggi che circa il 30% delle vittime di omicidio in italia sono donne.

il che vuol dire che circa il 70% sono uomini. mi sembra abbastanza ovvio, a me.

ora, ricordando che:
- le donne residenti in italia sono più degli uomini (51,63%)
- il numero di omicidi nel 2012 è stato di 526 (vittime donne 159, percentuale invariata negli ultimi anni), ovvero un terzo di vent'anni fa (vedi)

si sente senz'altro il bisogno di legiferare sul cosiddetto femminicidio. 

tra un po' queste ci piazzano il collare e la ciotola dell'acqua.

l'avremo voluto noi. 

domenica 11 agosto 2013

estratti / 7

sono giorni che mi domando come mai jeffrey lebowski non sopporti gli eagles. proprio lui, che è pacifico e rilassato, tutto canne e white russian, sandali e accappatoio, uno che non se la mena e che vive alla giornata, lui che non si scompone davanti a bunny né davanti a jesus quintana e nemmeno poi davanti a larry, lui che è in ritardo con l'affitto, che lascia urlare il vecchio e gli fotte il tappeto, che si fa volentieri infilare la testa nel cesso dai nichilisti, che vuole segnare il punto a smokey, che si scopa e mette incinta maude con nonchalance, che lascia a walter i suoi sproloqui, che vuole bene a donny, che si fa prendere per il culo da treehorn, che prende per il culo la polizia e brandt, proprio lui, mentre è in taxi e sente peaceful easy feeling, dice che non sopporta gli eagles. non mi do pace per questo fatto.

un'altra cosa sulla quale mi tormento da mesi è se butch decide di fregare marsellus wallace solo dopo che vincent vega lo insulta. perché c'è il movimento di macchina e il primo piano. ci sono i soldi che passano di mano con fatica. e c'è la vendetta inaspettata a mezzo fucile con silenziatore. aveva già piazzato le scommesse o l'ha fatto dopo che vega lo chiama bestione e palle mosce e lui non risponde niente e vede l'abbraccio tra marsellus e vincent?

un mio amico mi ha proposto di accompagnarlo in uno di quei bordelli che si trovano fuori dall'italia. sono più o meno tutti uguali: paghi l'ingresso e hai diritto ai servizi del club (piscina, sauna, palestra, idromassaggio, cibo e soft drink) poi con le ragazze ti metti d'accordo. ci sono i siti, di questi posti. ne ho visti un po'. le ragazze vanno bene, ma purtroppo hanno tutte la figa rasata, che è una cosa spaventosa. quindi ho detto no al mio amico, a queste condizioni non verrò mai.
è abbastanza orrendo, ancorché ovvio, che esista una moda anche in fatto di gusti sessuali. una volta andava il pelo, oggi non più. è demonizzato. nondimeno, uno a cui piace la figa rasata non c'è dubbio che pensi di scoparsi una bambina.

poeti

una volta un mio amico, il professore, mi disse che lui faceva bene praticamente quasi tutto quello che faceva. io una cosa del genere non riuscirei mai a dirla, nemmeno lo so cosa significhi fare bene qualcosa. comunque lui la disse e mi è rimasta ben dentro la memoria. mi ricordo però che quando avevo vent'anni pensavo di sapere fare bene due cose: cantare e guidare. in realtà non sapevo fare bene né l'una né l'altra. adesso che non canto né guido meglio di allora lo so, ma adesso, come sempre.
è strana, la memoria. chissà perché ricordiamo un sacco di stronzate e non le cose che ci piacerebbe ricordare. la memoria fa un po' come vuole lei, almeno per me, che non ho letto niente di neuroscientifico e che scrivo cose da ignorantone ma in modo simpatico, che è sempre una presa per il culo ma è sempre meglio che mettersi il profumo sulle ascelle puzzolenti.

ho conosciuto due poeti nella mia vita. dico personalmente. in realtà sono tre, perché ho conosciuto anche una poetessa, che è stata pure mia cliente, la quale però scrive cose talmente orrende che non la considero nella categoria. la mia categoria poeti non comprende quelli che vanno a capo, ma quelli che scrivono poesie. e quindi restano due.

uno si chiamava Riccardo Bonavita, ed è morto tanti anni fa. si è suicidato. era un mio compagno di classe al liceo, e per fortuna siamo rimasti amici anche dopo. era uno non comune. avrebbe potuto fare tante cose, e invece, dopo un paio di pubblicazioni (l'ultima un volume sulla letteratura italiana dell'ottocento, il Mulino), se n'è andato. i suoi amici comunisti si sono affrettati a scrivere commossi e dolenti saluti. il problema è che il suo essere comunista, il modo in cui pensava che si dovesse essere comunisti -  perché, come dice Fortini, la lotta per il comunismo è il comunismo -  non ha contribuito a tenerlo al mondo. anzi. quando l'ho conosciuto io andava in barca, votava l'estrema destra, metteva l'henri lloyd (quando lo mettevano solo i velisti). quando andò a studiare a bologna e pensò di essere dalla parte dei giusti diventò un po' più testa di cazzo di prima, ma per me era sempre lui, destra o sinistra, cosa che lui faceva fatica a capire.

l'altro è DOM, e ha scritto tante poesie, alcune delle quali bellissime (un aggettivo che non si dovrebbe mai usare quando si parla di poesia, ma siccome io di poesia non capisco niente posso permettermi l'ottusa arroganza di usarlo, cioè per me la poesia e la prosa sono due cose che non vanno d'accordo, c'entrano poco l'una con l'altra, come il dolce e il salato, anche se ci sono stati grandi poeti che hanno scritto prose sublimi, come Leopardi, ma Leopardi è Leopardi e per il resto io faccio fatica con la poesia e spesso gli autori in prosa che venero, come Borges, quando si mettono a scrivere in versi mi piacciono meno, ma lo so che è un problema mio)
alcune poesie di DOM sono leggibili da questo blog, cliccando su uno dei quattro collegamenti a fianco. ma ne ha scritte molte di più, e lui per me è uno che dovrebbe essere pubblicato, pubblicato da una casa editrice seria. DOM è un poeta, tra tanti che non lo sono.
per fortuna DOM non si è ammazzato. ci ha pensato troppo e troppo ne ha parlato, per avere poi il coraggio di farlo. Riccardo non ne ha parlato con nessuno e, come tutti i suicidi, un bel giorno di punto in bianco l'ha fatto, lasciandoci come dei poveri stronzi a bocca  aperta, con i nostri sensi di colpa e soprattutto senza di lui, cazzo di budda.

chissà se è meglio conoscerli, i poeti.
DOM mi ha parlato di un racconto autobiografico, commovente, di Bukowski in cui egli racconta della sua amicizia con John Fante. sto per leggerlo. potrei leggerlo prima di pubblicare il post, così avrei qualcosa di meglio da dire. lo leggerò dopo.

i poeti spesso non sono brave persone, almeno nel senso che normalmente attribuiamo al concetto. sono per i cazzi loro. magari sono dei puzzoni, magari sono egoisti e spietati. chi se ne frega. meglio i poeti di tutti gli altri. chi se ne frega se sparano. chi se ne frega se sono antisemiti, chi se ne frega se odiano o disprezzano. chi se ne frega se lavano il pavimento. chi se ne frega se pagano le tasse. chi se ne frega che cosa fanno.
non sono eroi, i poeti. sono  esseri umani sgangherati e afflitti. sono umanacci. eroi sono i padri di famiglia, che crescono i figli e stanno con le mogli, che tornano a casa e non fanno mai cazzate.
io amo gli eroi e i poeti.
amo gli eroi, i poeti e i re.
spero di essere in grado di comprare sempre un panino a chi me lo chiede. spero un giorno un poeta, un eroe o un re chieda la mia mano, il mio collo o la mia schiena perché ne ha bisogno. almeno qualcosa di buono avrò fatto, prima del riposo definitivo.


invece pietro

invece il presidente del senato grasso mi sembra sempre ogni volta che lo sento parlare uno di quei pensionati che ci sono nelle manifestazioni quelli col fischietto e il fazzoletto che quando li intervistano dicono solo frasi fatte senza senso ma in quel modo bonario da vecchio rincoglionito che alla fine uno dice

martedì 6 agosto 2013

più video, meno audio.

io la presidenta della camera laura boldrini la vedrei meglio nuda sul playboy che a fare quello che fa.