venerdì 6 dicembre 2013
martedì 3 dicembre 2013
la consapevolezza della finitezza
queste cose le ho già scritte, almeno io.
c'è sempre un momento preciso.
un momento in cui scopri la letteratura (per me, come per milioni di brufolosi, fu l'inaspettato incontro con Raskolnikov), un momento in cui scopri che c'è qualcuno che ha bisogno di te, proprio di te (di solito è un fantolino), un momento in cui scopri il dolore, un momento in cui scopri che il dolore non finisce e non ha limiti, un momento - adesso ci vuole una bella risata - in cui scopri la tua donna a letto con un altro.
e poi c'è il momento in cui ti rendi conto non solo del terribile fatto (qualcuno te l'aveva detto e tu non gli avevi creduto) che non diventerai un astronauta, né un agente segreto, né il presidente del mondo, né una famosa rockstar, né un famoso regista di film porno, né un atleta olimpico, ma soprattutto che le cose più grandi di te non sono il cielo e le montagne. non sono le stelle e l'universo. quelli sono lì per un altro scopo, che è quello di farti capire che sono lì per un altro scopo, en abyme, come gli specchi che riflettono specchi (gli specchi che riflettono specchi sono come pensare al senso dell'esistere, dal momento che non esiste alcun senso dell'esistere che non sia il pensare al senso dell'esistere). e, quindi, ti rendi conto che le cose più grandi di te sono cose semplici, cose di tutti i giorni, cose che fanno tutti, cose alla portata di tutti.
la grande scoperta (prima un gravame sulla schiena, poi un caro amico), è la consapevolezza che queste cose semplici, alla portata di tutti, che tutti maneggiano con estrema disinvoltura, per te sono inarrivabili, incomprensibili, inafferrabili.
per me il momento preciso in cui ho capito tutto questo è stato quando l'insegnante di matematica una bella mattina d'inverno si è presentata in classe, si è seduta, ha fatto l'appello di rito, si è alzata, è andata alla lavagna e ha scritto questo:
lì, è finito tutto.
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venerdì 25 ottobre 2013
Flight
Un altro uomo gravato dal pesante fardello. Un castello di menzogne. Si sgraverà e poi, mondato, ritroverà una vita felice e pura? Oppure continuerà a perdersi?
L'angoscia, quasi insostenibile, che proviamo quando vediamo L'avversario, capolavoro di Nicole Garcia, qui è solo speranza che non ci sia propinato, come piatto forte, il solito polpettone. E, come sempre, si resta delusi.
Robert Zemeckis, per chi non coltiva il vezzo di storcere il naso davanti a fischiebbotti (che sono cinema da quando esiste il cinema), è un grande regista.
Grande, ma stavolta non abbastanza.
Un pilota di lungo corso, alcolizzato, deve affrontare un atterraggio di emergenza: l'aereo è un baraccone coi motori rotti. Salva 96 persone. Muoiono due hostess e quattro passeggeri. In ospedale, mentre è ancora malandato, gli fanno un prelievo del sangue. La notte prima dell'incidente e la mattina stessa aveva bevuto parecchio e sniffato coca. Si teme che il terribile ente americano per la sicurezza sui trasporti aerei (NTSB, là hanno la passione per le sigle, come i russi per i soprannomi) scopra la magagna e lo sbatta in galera per mille anni. Un amico ex pilota gli procura un avvocato molto abile, un altro la coca. In ospedale conosce una tossica; vanno a vivere insieme, ma lui, preoccupato, non smette di bere.
Il nostro spera di sfangarla in tutti i modi, poi la coscienza prende il sopravvento (il pretesto è il viso della bella hostess, amante e compagna di bagordi, purtroppo defunta nell'incidente) e lui vuota clamorosamente il sacco.
Per tutto il film ho sperato che gli andasse liscia. Che restasse un ubriacone e che non pagasse per il suo brutto vizio (tra l'altro, errore non vi è stato: è incontroverso che nessun pilota avrebbe fatto meglio di lui).
Non avrei dovuto sperare, non in Zemeckis. E non in un Zemeckis che sparge insopportabili vapori di incenso e odor di sagrestia per tutto il film.
E allora, viva il capitano Queeg, se dobbiamo parlare di pistolotti, viva l'Ammutinamento del Caine, capolavoro di Edward Dmytryk, uno che un po' ondivago lo fu anche lui, ai tempi del famigerato Comitato, ma almeno lasciava al suo capitano la solitudine, la malattia, una meritata immortalità, e a noi tutti i nostri fantasmi.
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martedì 1 ottobre 2013
wreck on ice, peach*
sperma (5)
* Il titolo è evidentemente un gioco di parole, un poco raffazzonato, che cerca di prendere in giro i programmi di videoscrittura a riconoscimento vocale. I primi software messi in commercio negli anni '90 del ventesimo secolo non riuscivano, fatto beffardo, a riconoscere correttamente la frase "recognize speech" ove fosse stata pronunziata in modo rapido (colloquiale) e senza attenzione alla pronunzia della g e della z, come poteva accadere a un americano medio di non elevata istruzione. Di qui, gli errori quali quello del titolo o altri simili (wreck a nice beach, ecc.).
2. La citazione, alquanto banale, è dal film di Stanley Kubrick del 1964 distribuito in italia con il titolo "Il Dottor Stranamore", il cui titolo originale è "Dr. Strangelove or: How I learned to stop worrying and love the bomb", tratto, assai liberamente, dal romanzo Red Alert (Allarme Rosso) di Peter George, 1958.
3. Thomas Pynchon, scrittore statunitense, considerato, insieme con J.D. Salinger, uno dei grandi maestri della letteratura americana e in particolare del postmodernismo, nonché padre nobile della seconda onda della nuova letteratura americana (Wallace, Eggers, DeLillo, Ellis, Franzen), celebre, tra l'altro, per la sua fantasmaticità, non essendo mai apparso in pubblico, né in video, né in fotografia se non da adolescente. La minuscola per il nome di Pynchon sta ad indicare, a mio avviso, la scarsa considerazione dell'A. per lo scrittore (ipotesi che ritengo confermata dalla maiuscola usata invece per il nome del detersivo, qualche rigo sopra).
4. Il riferimento è a un gioco di parole esistente solo in inglese: liquor e licker si pronunciano allo stesso modo. Nel film di Robert Altman " Radio America" (2006, in originale "A Prairie Home Companion" ) l'attore e sceneggiatore Garrison Keillor, fondatore e conduttore dello spettacolo radiofonico omonimo, in onda negli Stati Uniti dal 1974, al quale il film fa omaggio, richiama la battuta nella sua "The Bad Joke Song": "I asked what she came in there for; she said 'Liquor!' an' I did lick 'er. An' I don't work there anymore".
5. Pare che lo sperma fosse un'ossessione dell'A.
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domenica 29 settembre 2013
sì, sono un handicappato / 2
l'altro giorno la mia ex moglie ha messo il suo non leggero piede sui miei occhiali, i quali occhiali erano per terra in quanto a me piace dormire per terra, cioè sdraiato sul pavimento, e quando sto per addormentarmi, visto che la cosa che desidero di più al mondo, quando ho sonno, è riuscire ad addormentarmi, non è che sul più bello mi alzo e metto gli occhiali in un luogo sicuro così che non possano essere pestati, con l'ovvio rischio, che poi è la certezza, che non riuscirò a prendere sonno.
il bello è che l'avevo avvertita, la ex moglie, del fatto che avrei messo gli occhiali di fianco a me, per terra. ma non c'è stato, purtroppo, niente da fare.
il piede, evidentemente guidato da forze oscure, si è posato con tutta la giabatta sulla montatura, ha svelto la vitina che tratteneva la lente, la lente è schizzata fuori procurandosi una bella scalfittura, la montatura si è squadernata sviluppandosi in una forma repellente e la vitina non è più tornata al suo posto, in quanto, come poi si è scoperto, si era deformato anche il filetto.
ed ecco che mi sono trovato senza occhiali.
a questo punto ritengo opportuno dire che io porto gli occhiali da quando avevo sei anni, cioè dal primo giorno di scuola. quindi concludo che porto gli occhiali da 40 anni tondi tondi, appena compiuti.
non è stata, questa che sto raccontando, l'unica volta che mi sono trovato senza occhiali. è successo altre volte. la cosa diversa, che poi è il motivo per cui ne scrivo, è che stavolta per la prima volta mi sono reso conto che sono un disabile.
sì, perché mi sono reso conto che senza occhiali non posso fare nulla di quello che normalmente faccio durante la giornata. guardare la tv, leggere, scrivere, lavorare o cazzeggiare al computer, guidare, fare la spesa, tutto.
cioè, praticamente, se non avessi gli occhiali sarei costretto a stare a letto e sentire la radio, oppure a svolgere una professione in cui se ci vedi poco, poco importa, come, che so, il sempre citato scaricatore di porto, o il modello, che più o meno sono la stessa cosa.
sono un disabile. certo c'è chi sta peggio. ma non è questo il punto.
il punto è che credo che i difetti della vista siano la patologia più frequente nella popolazione mondiale.
e questa è una cosa che dà da pensare.
il giorno dopo sono andato, a piedi, da un ottico, il quale nel tempo di un'oretta ha sistemato tutto e mi ha ridato la mia vita.
appena tornato a casa ho lavorato, ho giocato a gta V, ho lavato i piatti, ho apparecchiato la tavola e ho scaldato le pietanze.
dopo il pasto, ho messo a parte la mia ex moglie di codeste mie riflessioni sulla disabilità.
lei ha fatto mostra di comprendermi, poi come sempre si è sentita in dovere di fornire un suo contributo personalissimo alla questione, per non sembrare meno invalida o meno derelitta dell'interlocutore, e quindi ha soggiunto che lei senza occhiali più che vederci male ci sente male, cosa che il suo parrucchiere ha capito che non è molto tempo, essendosi accorto che mentre le pratica l'acconciatura e, come è consuetudine, le parla, ella non gli risponde, essendo appunto senza occhiali.
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mercoledì 18 settembre 2013
della comparsa della musica
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giovedì 5 settembre 2013
richard gasquet
richard gasquet mi ha tolto il fiato.
ha battuto david ferrer, il piccolo nadal, al quinto giocando un tennis magnifico, un tennis che non si vede mai.
più ancora del numero impressionante di rovesci lungolinea vincenti così perfetti da lasciare a bocca aperta, voglio ricordare una volée bassa incrociata stretta di rovescio che è la cosa più bella che ho visto su un campo da tennis in un match maschile negli ultimi cinque anni.
e quindi, anche se sabato perderà in semifinale con la merda con il punteggio (vediamo di quanto sbaglio) di 7/6 6/4 6/3, lo ringrazierò per tutta la vita solo per quello.
chapeau.
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martedì 27 agosto 2013
problema
premessa:
io ho due amici, D e U.
fatti:
1. D pensa che U sia culattone
2. U pensa che D sia culattone
3. U pensa che D lo odii
4. D pensa che U lo odii.
ora, sapendo che:
- U non odia D e D non odia U, anzi ognuno di essi vuole veramente bene all'altro
- né D né U sono culattoni
- né D né U sono pazzi o paranoici o soffrono di complessi di persecuzione o altre patologie della psiche, anzi sono ragazzi lucidi e molto intelligenti;
spiegare il perché, cioè la motivazione, dei pensieri da 1 a 4.
ipotesi:
a. D e U odiano me
b. D e U odiano i culattoni
c. D e U odiano i culattoni e anche me
d. io odio D e U
e. il culattone sono io
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lunedì 26 agosto 2013
che carambola, ragazzi!
e così è stato, che la pallina ha preso prima lo spigolo, che il P. Bio l'aveva tirata non so come, di diritto o di rovescio o con quella specie di colpo che fa lui, che io odio e non riesco a correggerlo, che lo chiamo il colpo del vigile urbano, perché mette la racchetta in verticale, col piatto perpendicolare al tavolo, e colpisce così, e quando fa così adesso per scherzare dice vigilantes, per prendermi anche un po' in giro, che dice che non riesce a farne a meno, di quel colpo, anche se gli ho spiegato in mille salse che non serve a niente, soprattutto se la palla è bassa, infatti la manda regolarmente in rete con il colpo del vigile o vigilantes, e nonostante tutto insiste, secondo me un po' gli piace di non correggersi, di giocare a modo suo, anche se senza profitto in termini di punteggio o di considerazione estetica sussunta nella dimensione delle teorie comunemente accettate per la disciplina, anche se non giochiamo quasi mai a punti, ma solo a palleggi, che a lui sfugge un po' il senso di questa cosa dei palleggi, infatti ogni tanto mi piazza quel suo diritto incrociato, che è il suo colpo preferito, tirato come si conviene da destra a sinistra, e la palla schizza imprendibile tutta alla mia destra, stretta, e io non arrivo mai a prenderla nonostante qualsiasi guizzo, ogni tanto piazza il suo dirittone incrociato vincente, come se giocasse al wii, a grand slam tennis, dove vince sempre, ma ormai ha capito bene che vincere alla wii non è come giocare dal vivo, è tutta un'altra storia, a partire dall'oggetto che si impugna, alla reazione dell'oggetto al contatto con la palla, che è vera, reale, ha una consistenza materiale, un peso, e tre, credo, dimensioni palpabili, senza dimenticare che c'è il terreno, ci sono i tuoi piedi sul terreno, e tutto il resto del tuo corpo, che al wii interessa poco, mentre nel mondo non wii diciamo ha una sua dignità, una sua rispettabilità, per esempio l'importanza dei polpastrelli, delle falangi, dei metatarsi, delle spalle, delle ginocchia, e dunque ecco a lui sfugge il senso del palleggio, come se mancasse un fine a ciò che fa, e infatti in qualche modo manca, nel senso che non c'è competizione, non c'è gara, solo il piacere di scambiarsi la pallina uno con l'altro, che per me è una cosa piacevolissima, più ancora della partita, quando uno è nervoso e sbaglia palle facili, invece a palleggi si gioca per il puro divertimento, anzi il divertimento sta proprio nel provare a fare scambi i più lunghi possibili, cosa che ogni tanto gli piace, al P. Bio, anche se non capisco se quando dice hai visto che scambio lo fa perché ne è veramente convinto oppure vuole compiacere me, che insisto con la teoria dello scambio lungo, mentre lui si compiace di più, magari, con un bel vincente, forse anche un po' gli piace di fare il ribelle e non seguire le scrupolose indicazioni paterne, al contrario, ecco, della mia nonna Lucilla, che una volta ero a casa sua e stavo guardando un match del roland garros, quando i diritti dell'eurovisione ce li aveva la rai, e trasmetteva il RG dalla prima all'ultima giornata, e quelli erano tempi, me lo godevo tutto, ma a casa mia di solito, tranne quella volta a casa di federico a pavia, che vidi il RG del 1989 quando uno sconosciuto americano di origine cinese, piccolo ma cattivo, battè al secondo turno uno sconosciuto giovane americano di origine greca di cui dicevano un gran bene, lo battè tranquillamente in tre facili set, e poi vinse pure il torneo, una delle più grosse sorprese dello sport di tutti i tempi, e pensare che la finale femminile dello stesso torneo di quell'anno riservò una sorpresa ancora più grande, poi l'americano di origini greche l'anno dopo vinse lo us open, stracciando in finale in tre set un'altra giovane speranza americana, questa volta di origini iraniane, che però, nonostante la bruciante sconfitta, due anni dopo vinse wimbledon, battendo in finale un croato, che avrebbe poi perso a wimbledon altre due finali, anche lui contro il greco, ma sarebbe riuscito a vincere il torneo, i campionati, come li chiamano gli inglesi, tanti anni dopo, quando era ormai sul viale del tramonto, entrato in tabellone grazie a una wild card, una vittoria commovente e meravigliosa, e una delle più grosse sorprese dello sport di tutti i tempi, come la vittoria della danimarca agli europei di calcio del 1992, questa la sanno tutti, quella dei danesi che erano al mare e vennero chiamati al posto della jugoplastica, nonostante, anche qui si può discutere, che la danimarca del 1992 era per me meno forte di quella dei mondiali del 1986, perché io se penso ai mondiali del 1986 penso a due squadre, alla danimarca e all'unione sovietica, che giocavano divinamente, avevano giocatori sublimi, per esempio morten olsen, un dio, arnesen, laudrup e elkjaer da una parte, demianenko, dasaev, belanov e il mio idolo assoluto jakovenko dall'altra, che roba l'unione sovietica, unione sovietica, due parole pesanti come una montagna, e quella scritta, quelle quattro lettere che era come vedere un altro pianeta, un pianeta immenso, lontanissimo e sconosciuto, come pensare a uno che porta sulle spalle uno zaino talmente colmo che sarebbe potuto scoppiare e riempire il mondo di cose mai viste, mi viene in mente la mitica klm dell'hockey, krutov, larionov e makarov, che saettavano sul campo e giocavano talmente forte che non vedevi mai il disco, e tranne quell'altra volta appunto di cui sto parlando ora, cioè a casa della nonna, anni prima della volta di pavia, e stava giocando vitas gerulaitis, americano ma anche un po' lituano, che io vidi giocare anche dal vivo, e la cosa che mi faceva impazzire di più del grande vitas era quando, a ogni singolo servizio, come fece per tutti i servizi della sua carriera professionistica, nel momento in cui palleggiava a terra con la mano prima di servire, si voltava indietro a sinistra, faceva tre palleggi e tre volte si voltava, una volta per ogni palleggio, come se avesse paura che qualcuno gli portasse via la pallina prima di servire, era una cosa incredibile, e in quella occasione mi ricordo, pur essendo il RG, quindi superficie lenta, e racchette di legno, quindi scambi prolungati, mi ricordo che ci fu uno scambio più corto, tipo due o tre tiri in tutto, e mia nonna si levò a criticare come solo lei sapeva colui che aveva giocato il vincente, colpevole, secondo lei, di non aver prolungato lo scambio, dato che per lei il tennis era appunto il donarsi reciprocamente la pallina, ciò che mi porta a dire che istintivamente la nonna aveva capito qualcosa anche lei; ha preso prima lo spigolo del lato est, ha subìto la inevitabile accelerazione dovuta appunto alla collisione con lo spigolo, ed è saltata sullo schienale della sedia di plastica verde, una di quelle sedie da giardino da spendere poco, quelle con le fessure o i buchi sulla seduta, che ho scoperto alla mia veneranda età, proprio una settimana fa, che i buchi e le fessure servono a far sgocciolare l'acqua quando piove, già, perché si presume che uno le sedie da giardino le tenga, per l'appunto, in giardino ovvero all'aria aperta, e quindi esposte alle varie precipitazioni meteoriche, una cosa che sanno anche i sassi io l'ho scoperta a 46 anni, l'ho scoperta che ero all'ikea e ho visto una sedia di plastica veramente orrenda, che aveva un buco bello rotondo alla base della seduta, diciamo quasi in corrispondenza dello schienale e ho esclamato ma guarda un po' ma che senso ha quel buco e a quel punto la mamma del P. Bio, che ci aveva chiesto di accompagnarla là perché doveva acquistare delle luci colorate da mettere sul terrazzo che poi non ha trovato e si è dovuta accontentare di un cucchiaio di legno e di una manciata di bulbi per tulipani, ha detto il buco serve per far defluire le acque, ed è stata l'ennesima scoperta, chissà quante altre cose non so, a parte le stelle, che non ne so niente, anche se le guardo e le ammiro e le amo e le stimo, non ne so niente di loro, così vedi che anche la visita all'ikea più insignificante può risultare costruttiva e arricchente, come forse può essere arricchente e istruttivo leggere i libri di raffaele morelli o di david icke, secondo la teoria per la quale tutti possono insegnare qualcosa, come a dire una sorta di ideologia punk del pensare, come dire tutti possono scrivere, eh sì, appunto, proprio così, non ci avevo pensato, tutti possono cucinare, come predicava il compianto chef gusteau; è balzata sulla punta dello schienale della sedia di plastica verde che stava di fianco al tavolo, precisamente alla destra del tavolo, per quanto mi riguardava, anche se a voler essere precisi non si tratta propriamente di uno schienale, perché sono sedie a stampo, escono stampate in fabbrica intiere, c'è una macchina che le stampa, come le bottiglie della coca cola, quelle in pet, sono stampi che sembrano dei dildo di plastica, finiscono dentro una macchina che ci soffia dentro l'aria calda ed escono con la forma della bottiglia che ben conosciamo, lo so perché l'ho visto con i miei occhi, quando sono stato alla fabbrica della coca cola, ben due volte, l'ultima delle quali con il P. Bio, e dunque non è proprio uno schienale, diciamo che è la parte posteriore e superiore della sedia, se mettessimo un dito in corrispondenza del punto più basso di una delle gambe anteriori e gli facessimo seguire la forma della sedia, il dito non si staccherebbe mai da essa, percorrerebbe una linea retta verticale risalendo lungo la gamba, per usare un'espressione alla bertrand morane, poi un leggero declivio che disegna la seduta, prestando attenzione a non incappare nelle famose fessurazioni, e poi una seconda risalita, al culmine della quale sarebbe costretto a ricopiare un largo arco e ricadere poi dall'altra parte; ecco, proprio sulla chiave d'arco è saltellata la pallina, e in una frazione di secondo è ricaduta sul mio campo, ma, ed è qui la cosa bella, ha colpito lo spigolo del lato sud, e io che non ero riuscito nemmeno a muovermi per abbozzare un tentativo di tiro, me la sono ritrovata, al termine di una traiettoria iperbolica, che mi rimbalzava sulla racchetta, tutta felice e contenta delle sue peripezie, e allora ho subito pensato che questo impensabile viaggio, più ancora di gardaland, dello space vertigo, del mammut, dell'austria, di innsbruck, del tetto d'oro e della via maria teresa, dei musei, delle insegne in ferro battuto, del grostl, di salisburgo, del museo swarovski, dell'alpbachtal, dell'achensee, dell'hintersteinersee, della fortezza, del crowne plaza, del maximilian, del central, dei palazzi e delle chiese, meritasse senz'altro un post.
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domenica 18 agosto 2013
il formidabile rafa
il brutto esiste, lo sappiamo e lo vediamo tutti i giorni.
basta guardare come impugna la racchetta e si capisce subito tutto.
è un buzzurro, nadal, un orrendo buzzurro, e il tennis non lo merita.
il tennis non ha niente a che vedere con la forza fisica, con la violenza. ha a che vedere con la delicatezza, con la sensibilità, con la grazia. è uno sport mentale, non fisico. è una partita a scacchi mentre si fa l'amore. ovvero, fare l'amore scambiandosi a turno tenerezze attraverso una pallina.
il tennis, come la scherma, è uno sport per gentiluomini, non per taglialegna.
è la capacità di far godere la palla, non di umiliarla, e di godere insieme con la palla.
come in molti altri sport, la bravura di un giocatore di tennis sta nel far godere chi guarda così come chi gioca, e di far provare allo spettatore lo stesso brivido. quello che deve succedere, perché il tennis penetri profondamente nelle corde di chi guarda, è sentire, in quelle stesse corde, il tocco delle corde del piatto come fossero le dita di una mano. percepire la stessa onda. la racchetta è decisamente una metafora. metafora sublime, perché sostituire una mano con un'incordatura e un bacio con una palla rende non facile l'esercizio del trasferimento delle emozioni. ci vuole una certa classe.
per nadal invece il tennis è lo stupro della pallina, è il primato del muscolo e della rabbia, come un match a braccio di ferro. nadal è il silvester stallone del tennis. infatti fa le stesse facce che possiamo ammirare in quel capolavoro che è Over the top, film che sono certo egli amerà moltissimo.
nadal è il trionfo della palestra sulla tecnica. egli è l'assassino del tennis.
anche Borg, che fu il primo, si allenava moltissimo, ma vinse 5 Wimbledon seguendo il servizio a rete, cosa che nadal non ha mai fatto in tutta la sua vita.
egli è concentratissimo dal primo all'ultimo punto. per lui non fa differenza rispondere sul 40-0 o servire sullo 0-40. non sorride mai, e non è mai sportivo. l'ultimo titolo al Roland Garros l'ha rubato grazie a un fallo di campo di Djokovic, drogato dall'eccessivo agonismo di quell'altro. mi ricordo un match a Wimbledon di tanti anni fa in cui Vijay Amritraj, splendido tennista, fu scavalcato a rete dal pallonetto del suo avversario al termine di uno scambio delizioso e durissimo, e mentre la palla lo sorvolava disse, sorridendo: "it's yours". ecco, questo è il tennis.
nadal è uno che se invece della racchetta gli dessero in mano una padella, sarebbe uguale. si metterebbe a due metri dalla linea di fondo e tirerebbe splendide padellate a destra e a manca.
eppure, mai si vedrà un violinista professionista brandire l'archetto come fosse una clava, scagliarlo con brutalità sulla tastiera e agire di strapazzo avanti e indietro sulle quattro corde, cercando di amputare lo strumento.
che lo sport, tutto lo sport, si sia evoluto nel segno della forza fisica, è un fatto. tuttavia, alcune discipline possono ancora sfuggire. nella scherma, appunto, non vediamo fiorettisti che menano fendenti a due mani con spadoni medievali urlando "vamos!" a ogni piè sospinto.
il compianto DFW scrisse un amorevole libretto sull'emozione di veder giocare Roger Federer, che in effetti è (potremmo dire anche era) un signor giocatore. un giocatore la cui leggerezza sul campo eclissava anche la potenza, che certo non gli mancava. ognuno ha gli eroi del suo tempo. mio padre mi narrava di Rod Laver. per me ci fu sempre e solo John McEnroe, il cui idolo di ragazzino era proprio l'australiano.
domani, o oggi, nadal giocherà la finale del torneo di Cincinnati contro John Isner, un gigante americano col solito servizio-bomba. e allora mi tocca dire forza Isner, che con tutti i suoi difetti, e non son pochi, a nadal può consentire di portare la borsa.
tanto, nel mondo del brutto, lo sappiamo tutti chi vince.
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venerdì 16 agosto 2013
carta maschicida
il ministro dell'interno alfano ha detto oggi che circa il 30% delle vittime di omicidio in italia sono donne.
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domenica 11 agosto 2013
estratti / 7
sono giorni che mi domando come mai jeffrey lebowski non sopporti gli eagles. proprio lui, che è pacifico e rilassato, tutto canne e white russian, sandali e accappatoio, uno che non se la mena e che vive alla giornata, lui che non si scompone davanti a bunny né davanti a jesus quintana e nemmeno poi davanti a larry, lui che è in ritardo con l'affitto, che lascia urlare il vecchio e gli fotte il tappeto, che si fa volentieri infilare la testa nel cesso dai nichilisti, che vuole segnare il punto a smokey, che si scopa e mette incinta maude con nonchalance, che lascia a walter i suoi sproloqui, che vuole bene a donny, che si fa prendere per il culo da treehorn, che prende per il culo la polizia e brandt, proprio lui, mentre è in taxi e sente peaceful easy feeling, dice che non sopporta gli eagles. non mi do pace per questo fatto.
un'altra cosa sulla quale mi tormento da mesi è se butch decide di fregare marsellus wallace solo dopo che vincent vega lo insulta. perché c'è il movimento di macchina e il primo piano. ci sono i soldi che passano di mano con fatica. e c'è la vendetta inaspettata a mezzo fucile con silenziatore. aveva già piazzato le scommesse o l'ha fatto dopo che vega lo chiama bestione e palle mosce e lui non risponde niente e vede l'abbraccio tra marsellus e vincent?
un mio amico mi ha proposto di accompagnarlo in uno di quei bordelli che si trovano fuori dall'italia. sono più o meno tutti uguali: paghi l'ingresso e hai diritto ai servizi del club (piscina, sauna, palestra, idromassaggio, cibo e soft drink) poi con le ragazze ti metti d'accordo. ci sono i siti, di questi posti. ne ho visti un po'. le ragazze vanno bene, ma purtroppo hanno tutte la figa rasata, che è una cosa spaventosa. quindi ho detto no al mio amico, a queste condizioni non verrò mai.
è abbastanza orrendo, ancorché ovvio, che esista una moda anche in fatto di gusti sessuali. una volta andava il pelo, oggi non più. è demonizzato. nondimeno, uno a cui piace la figa rasata non c'è dubbio che pensi di scoparsi una bambina.
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poeti
una volta un mio amico, il professore, mi disse che lui faceva bene praticamente quasi tutto quello che faceva. io una cosa del genere non riuscirei mai a dirla, nemmeno lo so cosa significhi fare bene qualcosa. comunque lui la disse e mi è rimasta ben dentro la memoria. mi ricordo però che quando avevo vent'anni pensavo di sapere fare bene due cose: cantare e guidare. in realtà non sapevo fare bene né l'una né l'altra. adesso che non canto né guido meglio di allora lo so, ma adesso, come sempre.
è strana, la memoria. chissà perché ricordiamo un sacco di stronzate e non le cose che ci piacerebbe ricordare. la memoria fa un po' come vuole lei, almeno per me, che non ho letto niente di neuroscientifico e che scrivo cose da ignorantone ma in modo simpatico, che è sempre una presa per il culo ma è sempre meglio che mettersi il profumo sulle ascelle puzzolenti.
ho conosciuto due poeti nella mia vita. dico personalmente. in realtà sono tre, perché ho conosciuto anche una poetessa, che è stata pure mia cliente, la quale però scrive cose talmente orrende che non la considero nella categoria. la mia categoria poeti non comprende quelli che vanno a capo, ma quelli che scrivono poesie. e quindi restano due.
uno si chiamava Riccardo Bonavita, ed è morto tanti anni fa. si è suicidato. era un mio compagno di classe al liceo, e per fortuna siamo rimasti amici anche dopo. era uno non comune. avrebbe potuto fare tante cose, e invece, dopo un paio di pubblicazioni (l'ultima un volume sulla letteratura italiana dell'ottocento, il Mulino), se n'è andato. i suoi amici comunisti si sono affrettati a scrivere commossi e dolenti saluti. il problema è che il suo essere comunista, il modo in cui pensava che si dovesse essere comunisti - perché, come dice Fortini, la lotta per il comunismo è il comunismo - non ha contribuito a tenerlo al mondo. anzi. quando l'ho conosciuto io andava in barca, votava l'estrema destra, metteva l'henri lloyd (quando lo mettevano solo i velisti). quando andò a studiare a bologna e pensò di essere dalla parte dei giusti diventò un po' più testa di cazzo di prima, ma per me era sempre lui, destra o sinistra, cosa che lui faceva fatica a capire.
l'altro è DOM, e ha scritto tante poesie, alcune delle quali bellissime (un aggettivo che non si dovrebbe mai usare quando si parla di poesia, ma siccome io di poesia non capisco niente posso permettermi l'ottusa arroganza di usarlo, cioè per me la poesia e la prosa sono due cose che non vanno d'accordo, c'entrano poco l'una con l'altra, come il dolce e il salato, anche se ci sono stati grandi poeti che hanno scritto prose sublimi, come Leopardi, ma Leopardi è Leopardi e per il resto io faccio fatica con la poesia e spesso gli autori in prosa che venero, come Borges, quando si mettono a scrivere in versi mi piacciono meno, ma lo so che è un problema mio)
alcune poesie di DOM sono leggibili da questo blog, cliccando su uno dei quattro collegamenti a fianco. ma ne ha scritte molte di più, e lui per me è uno che dovrebbe essere pubblicato, pubblicato da una casa editrice seria. DOM è un poeta, tra tanti che non lo sono.
per fortuna DOM non si è ammazzato. ci ha pensato troppo e troppo ne ha parlato, per avere poi il coraggio di farlo. Riccardo non ne ha parlato con nessuno e, come tutti i suicidi, un bel giorno di punto in bianco l'ha fatto, lasciandoci come dei poveri stronzi a bocca aperta, con i nostri sensi di colpa e soprattutto senza di lui, cazzo di budda.
chissà se è meglio conoscerli, i poeti.
DOM mi ha parlato di un racconto autobiografico, commovente, di Bukowski in cui egli racconta della sua amicizia con John Fante. sto per leggerlo. potrei leggerlo prima di pubblicare il post, così avrei qualcosa di meglio da dire. lo leggerò dopo.
i poeti spesso non sono brave persone, almeno nel senso che normalmente attribuiamo al concetto. sono per i cazzi loro. magari sono dei puzzoni, magari sono egoisti e spietati. chi se ne frega. meglio i poeti di tutti gli altri. chi se ne frega se sparano. chi se ne frega se sono antisemiti, chi se ne frega se odiano o disprezzano. chi se ne frega se lavano il pavimento. chi se ne frega se pagano le tasse. chi se ne frega che cosa fanno.
non sono eroi, i poeti. sono esseri umani sgangherati e afflitti. sono umanacci. eroi sono i padri di famiglia, che crescono i figli e stanno con le mogli, che tornano a casa e non fanno mai cazzate.
io amo gli eroi e i poeti.
amo gli eroi, i poeti e i re.
spero di essere in grado di comprare sempre un panino a chi me lo chiede. spero un giorno un poeta, un eroe o un re chieda la mia mano, il mio collo o la mia schiena perché ne ha bisogno. almeno qualcosa di buono avrò fatto, prima del riposo definitivo.
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pim
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invece pietro
invece il presidente del senato grasso mi sembra sempre ogni volta che lo sento parlare uno di quei pensionati che ci sono nelle manifestazioni quelli col fischietto e il fazzoletto che quando li intervistano dicono solo frasi fatte senza senso ma in quel modo bonario da vecchio rincoglionito che alla fine uno dice
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pim
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martedì 6 agosto 2013
più video, meno audio.
io la presidenta della camera laura boldrini la vedrei meglio nuda sul playboy che a fare quello che fa.
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pim
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