domenica 18 agosto 2013

il formidabile rafa

il brutto esiste, lo sappiamo e lo vediamo tutti i giorni.

ma nello sport si vede meno. o si dovrebbe veder meno, ove esistesse una dimensione del dover essere. 
di solito uno che corre piano non vince una gara di corsa, e mi perdoni Zenone.
così come uno che non sa guidare non vince il mondiale di formula uno. 
anche nelle olimpiadi degli handicappati vince l'handicappato più bravo.

invece succede che uno che non sa giocare a tennis si candida a diventare il più grande tennista di tutti i tempi.

sto parlando del grande rafael nadal, rafa per gli amici, già numero uno del mondo.

il quale, con ogni evidenza, non sa giocare a tennis. basta guardarlo.
basta guardare come impugna la racchetta e si capisce subito tutto. 

il tennis e nadal sono due entità distinte e separatissime. non hanno nulla a che vedere l'uno con l'altro.

è un buzzurro, nadal, un orrendo buzzurro, e il tennis non lo merita.
gli sfugge completamente il senso profondo del gioco, ovvero l'ineffabile bellezza dell'incontro tra un'incordatura e una pallina, due oggetti che sono fatti per stare insieme, lasciarsi e tornare insieme, come due veri amanti. e il tennis è esattamente e squisitamente il privilegio di concedere a questi due amanti la possibilità di accarezzarsi, toccarsi, baciarsi.

il tennis non ha niente a che vedere con la forza fisica, con la violenza. ha a che vedere con la delicatezza, con la sensibilità, con la grazia. è uno sport mentale, non fisico. è una partita a scacchi mentre si fa l'amore. ovvero, fare l'amore scambiandosi a turno tenerezze attraverso una pallina.
il tennis, come la scherma, è uno sport per gentiluomini, non per taglialegna.
è la capacità di far godere la palla, non di umiliarla, e di godere insieme con la palla.
come in molti altri sport, la bravura di un giocatore di tennis sta nel far godere chi guarda così come chi gioca, e di far provare allo spettatore lo stesso brivido. quello che deve succedere, perché il tennis penetri profondamente nelle corde di chi guarda, è sentire, in quelle stesse corde, il tocco delle corde del piatto come fossero le dita di una mano. percepire la stessa onda. la racchetta è decisamente una metafora. metafora sublime, perché sostituire una mano con un'incordatura e un bacio con una palla rende non facile l'esercizio del trasferimento delle emozioni. ci vuole una certa classe.

per nadal invece il tennis è lo stupro della pallina, è il primato del muscolo e della rabbia, come un match a braccio di ferro. nadal è il silvester stallone del tennis. infatti fa le stesse facce che possiamo ammirare in quel capolavoro che è Over the top, film che sono certo egli amerà moltissimo.
nadal è il trionfo della palestra sulla tecnica. egli è l'assassino del tennis.
anche Borg, che fu il primo, si allenava moltissimo, ma vinse 5 Wimbledon seguendo il servizio a rete, cosa che nadal non ha mai fatto in tutta la sua vita. 

egli è concentratissimo dal primo all'ultimo punto. per lui non fa differenza rispondere sul 40-0 o servire sullo 0-40. non sorride mai, e non è mai sportivo. l'ultimo titolo al Roland Garros l'ha rubato grazie a un fallo di campo di Djokovic, drogato dall'eccessivo agonismo di quell'altro. mi ricordo un match a Wimbledon di tanti anni fa  in cui Vijay Amritraj, splendido tennista, fu scavalcato a rete dal pallonetto del suo avversario al termine di uno scambio delizioso e durissimo, e mentre la palla lo sorvolava disse, sorridendo: "it's yours". ecco, questo è il tennis.

io nadal non ce la faccio a guardarlo nemmeno un minuto. dopo pochi secondi mi viene da vomitare e cambio canale.
odio la sua faccia, le sue smorfie, i suoi vestiti, la sua grinta, il suo corpo, il suo disgustoso sudare.
odio il suo diritto e il suo rovescio (egli, ovviamente, non conosce l'esistenza della volée).
odio come si muove, come corre, come saltella, come si sistema le brache, odio vederlo al cambio di campo, e figuriamoci se ho mai resistito a vederlo innalzare uno qualsiasi dei suoi innumerevoli trofei.

lo odio talmente tanto che non riesco nemmeno a gioire di vederlo perdere, tanto mi è disgustosa la sua immagine. perfino quando perse la semifinale contro Tsonga all'Australian Open del 2008 non riuscii a sopportarlo che per un'oretta. anche se era bello vederlo arrancare a 4 metri dalla palla, dovetti infatti cambiare canale. lo stesso fui costretto a fare in occasione delle finali che perse contro Federer a Wimbledon, e così durante la finale dello US Open del 2011.

nadal è uno che se invece della racchetta gli dessero in mano una padella, sarebbe uguale. si metterebbe a due metri dalla linea di fondo e tirerebbe splendide padellate a destra e a manca.
eppure, mai si vedrà un violinista professionista brandire l'archetto come fosse una clava, scagliarlo con brutalità sulla tastiera e agire di strapazzo avanti e indietro sulle quattro corde, cercando di amputare lo strumento.

d'altra parte, non è nemmeno tutta colpa sua.
egli esiste perché qualcuno l'ha permesso.
che lo sport, tutto lo sport, si sia evoluto nel segno della forza fisica, è un fatto. tuttavia, alcune discipline possono ancora sfuggire. nella scherma, appunto, non vediamo fiorettisti che menano fendenti a due mani con spadoni medievali urlando "vamos!" a ogni piè sospinto.
se dessero in mano al nostro una racchetta di legno come quelle che si usavano fino a non molto tempo fa, con le quali ho imparato anche io, egli riuscirebbe sì a buttare la palla dall'altra parte, ma, con le sue doti tecniche, troverebbe forse collocazione nel tabellone del torneo sociale presso il centro tennis del sindacato portuali di maiorca.

il compianto DFW scrisse un amorevole libretto sull'emozione di veder giocare Roger Federer, che in effetti è (potremmo dire anche era) un signor giocatore. un giocatore la cui leggerezza sul campo eclissava anche la potenza, che certo non gli mancava. ognuno ha gli eroi del suo tempo. mio padre mi narrava di Rod Laver. per me ci fu sempre e solo John McEnroe, il cui idolo di ragazzino era proprio l'australiano.

domani, o oggi, nadal giocherà la finale del torneo di Cincinnati contro John Isner, un gigante americano col solito servizio-bomba. e allora mi tocca dire forza Isner, che con tutti i suoi difetti, e non son pochi, a nadal può consentire di portare la borsa.

tanto, nel mondo del brutto, lo sappiamo tutti chi vince.

venerdì 16 agosto 2013

carta maschicida

il ministro dell'interno alfano ha detto oggi che circa il 30% delle vittime di omicidio in italia sono donne.

il che vuol dire che circa il 70% sono uomini. mi sembra abbastanza ovvio, a me.

ora, ricordando che:
- le donne residenti in italia sono più degli uomini (51,63%)
- il numero di omicidi nel 2012 è stato di 526 (vittime donne 159, percentuale invariata negli ultimi anni), ovvero un terzo di vent'anni fa (vedi)

si sente senz'altro il bisogno di legiferare sul cosiddetto femminicidio. 

tra un po' queste ci piazzano il collare e la ciotola dell'acqua.

l'avremo voluto noi. 

domenica 11 agosto 2013

estratti / 7

sono giorni che mi domando come mai jeffrey lebowski non sopporti gli eagles. proprio lui, che è pacifico e rilassato, tutto canne e white russian, sandali e accappatoio, uno che non se la mena e che vive alla giornata, lui che non si scompone davanti a bunny né davanti a jesus quintana e nemmeno poi davanti a larry, lui che è in ritardo con l'affitto, che lascia urlare il vecchio e gli fotte il tappeto, che si fa volentieri infilare la testa nel cesso dai nichilisti, che vuole segnare il punto a smokey, che si scopa e mette incinta maude con nonchalance, che lascia a walter i suoi sproloqui, che vuole bene a donny, che si fa prendere per il culo da treehorn, che prende per il culo la polizia e brandt, proprio lui, mentre è in taxi e sente peaceful easy feeling, dice che non sopporta gli eagles. non mi do pace per questo fatto.

un'altra cosa sulla quale mi tormento da mesi è se butch decide di fregare marsellus wallace solo dopo che vincent vega lo insulta. perché c'è il movimento di macchina e il primo piano. ci sono i soldi che passano di mano con fatica. e c'è la vendetta inaspettata a mezzo fucile con silenziatore. aveva già piazzato le scommesse o l'ha fatto dopo che vega lo chiama bestione e palle mosce e lui non risponde niente e vede l'abbraccio tra marsellus e vincent?

un mio amico mi ha proposto di accompagnarlo in uno di quei bordelli che si trovano fuori dall'italia. sono più o meno tutti uguali: paghi l'ingresso e hai diritto ai servizi del club (piscina, sauna, palestra, idromassaggio, cibo e soft drink) poi con le ragazze ti metti d'accordo. ci sono i siti, di questi posti. ne ho visti un po'. le ragazze vanno bene, ma purtroppo hanno tutte la figa rasata, che è una cosa spaventosa. quindi ho detto no al mio amico, a queste condizioni non verrò mai.
è abbastanza orrendo, ancorché ovvio, che esista una moda anche in fatto di gusti sessuali. una volta andava il pelo, oggi non più. è demonizzato. nondimeno, uno a cui piace la figa rasata non c'è dubbio che pensi di scoparsi una bambina.

poeti

una volta un mio amico, il professore, mi disse che lui faceva bene praticamente quasi tutto quello che faceva. io una cosa del genere non riuscirei mai a dirla, nemmeno lo so cosa significhi fare bene qualcosa. comunque lui la disse e mi è rimasta ben dentro la memoria. mi ricordo però che quando avevo vent'anni pensavo di sapere fare bene due cose: cantare e guidare. in realtà non sapevo fare bene né l'una né l'altra. adesso che non canto né guido meglio di allora lo so, ma adesso, come sempre.
è strana, la memoria. chissà perché ricordiamo un sacco di stronzate e non le cose che ci piacerebbe ricordare. la memoria fa un po' come vuole lei, almeno per me, che non ho letto niente di neuroscientifico e che scrivo cose da ignorantone ma in modo simpatico, che è sempre una presa per il culo ma è sempre meglio che mettersi il profumo sulle ascelle puzzolenti.

ho conosciuto due poeti nella mia vita. dico personalmente. in realtà sono tre, perché ho conosciuto anche una poetessa, che è stata pure mia cliente, la quale però scrive cose talmente orrende che non la considero nella categoria. la mia categoria poeti non comprende quelli che vanno a capo, ma quelli che scrivono poesie. e quindi restano due.

uno si chiamava Riccardo Bonavita, ed è morto tanti anni fa. si è suicidato. era un mio compagno di classe al liceo, e per fortuna siamo rimasti amici anche dopo. era uno non comune. avrebbe potuto fare tante cose, e invece, dopo un paio di pubblicazioni (l'ultima un volume sulla letteratura italiana dell'ottocento, il Mulino), se n'è andato. i suoi amici comunisti si sono affrettati a scrivere commossi e dolenti saluti. il problema è che il suo essere comunista, il modo in cui pensava che si dovesse essere comunisti -  perché, come dice Fortini, la lotta per il comunismo è il comunismo -  non ha contribuito a tenerlo al mondo. anzi. quando l'ho conosciuto io andava in barca, votava l'estrema destra, metteva l'henri lloyd (quando lo mettevano solo i velisti). quando andò a studiare a bologna e pensò di essere dalla parte dei giusti diventò un po' più testa di cazzo di prima, ma per me era sempre lui, destra o sinistra, cosa che lui faceva fatica a capire.

l'altro è DOM, e ha scritto tante poesie, alcune delle quali bellissime (un aggettivo che non si dovrebbe mai usare quando si parla di poesia, ma siccome io di poesia non capisco niente posso permettermi l'ottusa arroganza di usarlo, cioè per me la poesia e la prosa sono due cose che non vanno d'accordo, c'entrano poco l'una con l'altra, come il dolce e il salato, anche se ci sono stati grandi poeti che hanno scritto prose sublimi, come Leopardi, ma Leopardi è Leopardi e per il resto io faccio fatica con la poesia e spesso gli autori in prosa che venero, come Borges, quando si mettono a scrivere in versi mi piacciono meno, ma lo so che è un problema mio)
alcune poesie di DOM sono leggibili da questo blog, cliccando su uno dei quattro collegamenti a fianco. ma ne ha scritte molte di più, e lui per me è uno che dovrebbe essere pubblicato, pubblicato da una casa editrice seria. DOM è un poeta, tra tanti che non lo sono.
per fortuna DOM non si è ammazzato. ci ha pensato troppo e troppo ne ha parlato, per avere poi il coraggio di farlo. Riccardo non ne ha parlato con nessuno e, come tutti i suicidi, un bel giorno di punto in bianco l'ha fatto, lasciandoci come dei poveri stronzi a bocca  aperta, con i nostri sensi di colpa e soprattutto senza di lui, cazzo di budda.

chissà se è meglio conoscerli, i poeti.
DOM mi ha parlato di un racconto autobiografico, commovente, di Bukowski in cui egli racconta della sua amicizia con John Fante. sto per leggerlo. potrei leggerlo prima di pubblicare il post, così avrei qualcosa di meglio da dire. lo leggerò dopo.

i poeti spesso non sono brave persone, almeno nel senso che normalmente attribuiamo al concetto. sono per i cazzi loro. magari sono dei puzzoni, magari sono egoisti e spietati. chi se ne frega. meglio i poeti di tutti gli altri. chi se ne frega se sparano. chi se ne frega se sono antisemiti, chi se ne frega se odiano o disprezzano. chi se ne frega se lavano il pavimento. chi se ne frega se pagano le tasse. chi se ne frega che cosa fanno.
non sono eroi, i poeti. sono  esseri umani sgangherati e afflitti. sono umanacci. eroi sono i padri di famiglia, che crescono i figli e stanno con le mogli, che tornano a casa e non fanno mai cazzate.
io amo gli eroi e i poeti.
amo gli eroi, i poeti e i re.
spero di essere in grado di comprare sempre un panino a chi me lo chiede. spero un giorno un poeta, un eroe o un re chieda la mia mano, il mio collo o la mia schiena perché ne ha bisogno. almeno qualcosa di buono avrò fatto, prima del riposo definitivo.


invece pietro

invece il presidente del senato grasso mi sembra sempre ogni volta che lo sento parlare uno di quei pensionati che ci sono nelle manifestazioni quelli col fischietto e il fazzoletto che quando li intervistano dicono solo frasi fatte senza senso ma in quel modo bonario da vecchio rincoglionito che alla fine uno dice

martedì 6 agosto 2013

più video, meno audio.

io la presidenta della camera laura boldrini la vedrei meglio nuda sul playboy che a fare quello che fa.


mercoledì 17 luglio 2013

un capolavoro

film di Lorenzo Garzella e Filippo Macelloni, da un racconto di Osvaldo Soriano. di brutto ha solo il titolo, il resto è meraviglia.
vi si narra la "vera incredibile storia dei Mondiali di Patagonia 1942".
di come un misterioso Conte di origini balcaniche emigrato in Argentina decise di organizzare il campionato del mondo di calcio laggiù, mentre dappertutto era la guerra e non si giocava.
e di un nubifragio che scoppiò durante la finale e fece scappare tutti, tutti tranne i giocatori che rimasero in campo, e l'operatore, che filmò, come aveva fatto con le altre partite, anche l'ultima. di lui, anni dopo il diluvio, venne trovato lo scheletro ancora abbarbicato alla cinepresa, e dalla cinepresa venne estratta la bobina, e sviluppata. e chissà se riuscì a imprimere il nome dei vincitori.
un mistero, il Mondiale del 1942. escluso dagli annali del Pallone, è una leggenda tramandata, come tutte le leggende, tra invenzione e memoria, da chi c'era e da chi c'è ancora, una storia che è bello raccontare, perché è questa, la Storia, che si forma nel fango e nelle nuvole.  
c'erano l'Italia, la Germania, l'Inghilterra, la Spagna, la Francia, il Brasile e tante altre squadre.
c'erano arbitri con la pistola, centravanti con gli occhiali, difensori ciccioni, portieri ipnotizzatori, centrocampisti acrobati, calciatori indios con le loro strane bevande e bionde bellissime fotografe, talentuose e innamorate.
non l'ha visto nessuno, il Mundial dimenticato, eppure è il più bel film italiano degli ultimi dieci anni.
io l'ho visto stamattina, e sono contento di averlo visto.




lunedì 15 luglio 2013

tonino accolla


era un grande.

mercoledì 12 giugno 2013

17 su 40

quando è uscito il concorso per la scuola ho detto al mio amico WB lo faccio e lo passo. e quando ho passato la preselezione e poi lo scritto e mi hanno convocato per l'orale ho pensato ormai è fatta, vado là e lo passo, l'orale è il mio forte, parlo bene in italiano, ho un eloquio stringente e forbito, non sbaglio il congiuntivo, di solito, sono un avvocato, ne ho viste di tutti i colori, qualsiasi sia l'argomento della lezione che dovrò simulare davanti alla commissione farò un figurone, prenderò un voto alto e mi piazzerò bene in graduatoria, così anche se non sarò chiamato al primo giro, perché ci sarà sicuramente qualcuno meglio piazzato, per titoli, per punteggio o per la raccomandazione, prima o poi mi chiamano e via.

il giorno prima dell'orale sono andato a estrarre la traccia e sono venuti con me mio figlio e la sua mamma, mi hanno accompagnato, e quando ho estratto la traccia ho detto che peccato, non è proprio la mia materia, ma pazienza, ho 24 ore di tempo, mi metto sotto e studio, e così ho fatto. e il giorno dopo sono tornato a messina, da solo, e ho fatto l'orale. ero il primo. dopo di me dovevano sentirne altri tre, poi avrebbero affisso i voti sulla porta della segreteria, sulla quale c'erano i voti di quelli del giorno prima, come il giorno prima c'erano quelli del giorno prima, 30, 34, 39, 32, e anche un 28, che era il minimo per entrare in graduatoria.
ho recitato la mia brava lezione e poi ho risposto malissimo alle domande sulla scuola, perché non avevo studiato niente sulla scuola, stupidamente pensavo che uno che deve sostenere un esame di diritto ed economia l'importante è che sappia qualcosa del diritto e dell'economia, non cosa succede al primo consiglio dei docenti, che uno lo impara quando ci va e non fa male a nessuno. un professore mi ha fatto una domanda sulla lezione e io ho capito che non aveva sentito niente perché l'avevo appena detto, quello che mi aveva chiesto, e poi mi hanno interrogato in informatica e in inglese, la professoressa di inglese mi ha fatto tenerezza invece a quella di informatica ero antipatico si vedeva subito e anche se era ignorante voleva far vedere che era brava, poi mi hanno chiesto ma lei una lezione così a chi la farebbe.

tre ore e 45 minuti sono rimasto dentro questa scuola dopo l'orale, e che cosa ho fatto, ho fumato un po' di sigarette, ho chiacchierato con la segretaria, alla quale ho detto il perché ero lì, perché è una cosa che si chiedevano tutti, sono andato su e giù per le scale, ho scritto i soliti sms del cazzo, sempre con questo telefono del cazzo in mano, mentre speravo che passasse in fretta il tempo così potevo tornarmene da mio figlio, con il mio 30, il mio 28, il mio 32 e giocare un po' con lui. ho guardato il campo da basket della scuola, il più misero e triste campo da basket che avessi mai visto, sembrava una prigione, con la recinzione tutta intorno, ho guardato le aule, i banchi, i corridoi, i muri. mi sono appoggiato a uno scaffale, ho premuto tutto il mio corpo contro un muro, ho appoggiato la fronte contro uno stipite, ho toccato dappertutto, sono rimasto fermo, con la mia faccia appiccicata a una parete, a un'altra parete, a un'altra parete ancora. e ancora ho respirato la scuola, ho toccato la scuola, il penitenziario che è la scuola (qualche giorno prima per scherzo ero andato davanti al mio liceo, cioè il liceo che avevo frequentato, per fare una foto e mandarla a WB, perché era anche il suo liceo, per scherzo, perché gli tornassero in mente tutte quelle cose che ci sono nella sua mente, nella mia, in quella di tutti, ho fatto la foto e gliel'ho mandata e mentre salivo in macchina si fermava un'altra macchina all'interno della quale un papà indicava col dito la scuola e spiegava ai suoi figli, seduti dietro, che quello era il suo liceo, e questa cosa mi ha ammazzato, come il prigioniero che torna a vedere il campo dove è rimasto 5 anni in mano ai suoi aguzzini, torna sul luogo delle sue lacrime, del suo orrore, l'orrore che l'accompagnerà tutta la vita, e spiega ai figli che era lì, in quella baracca, a mangiare pane e merda, mentre sognava di uscire e tornare a casa, e afferrare l'erba, e sentire il profumo dei fiori e del caffè).

e mentre facevo tutto questo, sentivo crescere in me la certezza che non ce l'avevo fatta, che mi avrebbero dato un brutto voto e che non sarei diventato un insegnante di diritto ed economia in un istituto di scuola secondaria superiore, che era il motivo per cui ero lì, diventare un insegnante, e cambiare vita, e finalmente tornare a stare vicino, più vicino, più spesso, sempre, a mio figlio. ho cominciato a percepirlo nelle facce degli altri candidati, nelle sedie, nelle corde delle tapparelle, nelle porte, nel pavimento, nei cazzi disegnati sui muri, nei volti dei membri della commissione che evitavano il mio sguardo, e incrociavano volentieri quello degli altri, e stringevano la loro mano e non la mia.

così, alle 19.30, più o meno, la segretaria, imbarazzatissima e gentile, mi ha consegnato il foglio con il voto e mi ha chiesto di firmare per presa visione, perché così dovevo fare. per consegnarmi questa sentenza, un'altra sentenza, un altro giudicato, ha ritenuto opportuno di farlo a porte chiuse, non davanti a tutti, per non mettere me in imbarazzo, visto che erano tre ore e 45 minuti che ero lì ad aspettare e avevo parlato, avevo riso, avevo discusso, avevo pensato, mi ero scambiato pareri e opinioni, allora mi ha chiamato e io sono entrato e lei ha chiuso la porta e sul tavolo ho visto il foglio e ho letto il voto, il voto che mi era stato dato, e io ho detto sorridendo evidentemente non è piaciuto, e lei mi ha stretto fortemente la mano e mi ha detto volevo farglielo vedere così, visto il voto, e poi mi ha detto comunque le auguro buona fortuna o in bocca al lupo per tutto anche per suo figlio e io volevo solo scappare via, scappare correndo, e invece ho sorriso e ho stretto la sua mano finché lei non ha ritenuto opportuno di lasciare la mia e le ho detto grazie e poi sono uscito, fendendo la massa di candidati che aspettavano fuori dalla porta e prima che mi dicessero qualsiasi cosa ho detto io che voto di merda, ma l'ho detto sorridendo, e poi ho preso le scale e sono uscito e sono salito in macchina e avevo la testa che scoppiava e non pensavo a niente, perché stavo pensando troppo, volevo fermarlo, quel dolore nero e violento che mi scorreva nel corpo al posto del sangue, dolore nelle gambe, dolore nelle mani, dolore negli occhi, dolore nella testa, dolore nella bocca. dovevo parlarne, dovevo sfogarmi, sì, dovevo urlare la mia rabbia la mia infelicità, volevo urlare per la giustizia, per il conforto, e allora ho parlato di qui e di là e poi sono andato a casa e mio figlio, che era stato istruito dalla sua mamma, mio figlio, mi è corso incontro per abbracciarmi e mi ha abbracciato. e avrei dovuto chiedergli scusa, scusa, figlio mio, che ti ho fatto anche questo, ti ho fatto sopportare che papà è stato bocciato a un esame, papà bocciato, che è una cosa che lui capisce benissimo, lui che va a scuola. e invece non gli ho chiesto scusa, non ho detto niente, gli ho detto ciao e l'ho baciato e poi la sera abbiamo giocato a calcio sul terrazzo e lui ha vinto all'ultimo tiro, dieci a nove, ma non è che vince sempre, a volte vinco io.

e intanto non smettevo, non smetto, non riesco ancora a smettere di darmi delle ipotesi, di cercare di capire perché, ne parlo con tutti e devo dire che l'ipotesi più accreditata è che mi hanno voluto punire perché sono del nord e parlo con l'accento del nord, come renato pozzetto, e loro, i siciliani, orgogliosi e superbi, non lo vogliono un avvocato di milano che arriva e si siede senza paura e anzi rilassato e tranquillo e parla a voce alta del pil e del reddito nazionale come se fosse un professore, come se facesse davvero una lezione di economia, uno che non fa come tutti gli altri, non arriva con la chiavetta usb, la infila e legge le slide del powerpoint alla commissione, non lo vogliono un avvocato del nord che si siede a gambe larghe e parla di malthus e di risorse finite e viene a fare il professore a casa loro, loro che hanno dovuto farsi il culo, loro, i loro padri e i loro nonni che non sapevano magari leggere e sono andati al nord con la valigia di cartone e sono stati chiamati terroni, terroni di merda e hanno subito le umiliazioni di una terra che li chiamava a lavorare ma poi li trattava come animali. e così anche io, per la prima volta dopo 13 anni, mi sono sentito rifiutato, respinto, respinto come scrivono sui cartelloni fuori dalle scuole, e per la prima volta mi sono sentito male ad entrare in un negozio, c'era anche mio figlio, per comprare le pizze per la cena, mi sono sentito male perché parlavo diverso, una cosa che non mi era mai successa in sicilia, avevo paura a parlare perché sapevo che alla prima frase avrebbe capito, la fornaia, che non ero di quelle parti, e allora quando mi ha chiesto il nome per la prenotazione gli ho detto il mio ma piano piano e lei non ha sentito e allora le ho detto il nome della mamma di mio figlio, vergognandomi del mio nome, della mia lingua, della mia terra.

e mentre continuo incessantemente a pensare ai miei errori, alle mie omissioni, alla mia stupidità, alla mia insipienza, alle mie speranze ridicole e alle mie illusioni perdute, mentre continua ancora a invadermi la sensazione che non è successo quello che è successo, che è un incubo e tra poco mi sveglio, comincia a formarsi dentro la mia testa una parola, si forma una parola che non dico, che non dico, che non rivolgo a nessuno, che è un pensiero, come sempre, prima che una parola, che la scrivo così, la scrivo qui, per me, per tutti, per i miei fratelli, per i miei carnefici, per dio, il mio amico dio, e la parola è semplice, ed è vera, ed è l'unica che posso dire, non ce n'è un'altra, qualcuno prima o poi lo capirà, che è la parola giusta, e la parola è grazie.

venerdì 24 maggio 2013

in qualità di tuo avvocato

in qualità di italiano sono per l'abolizione del cinema italiano e l'affogamento di toni servillo.

martedì 21 maggio 2013

da un altro diario

non lo trovai, né laggiù, né in un altro luogo. non lo trovai, né tantomeno lui trovò me.
non mi ricordo, se di ricordo si può parlare, non so che cosa e perché.
potevano esserci alberi, o fango, o sabbia, o una caverna, o una grotta, o scarpe sporche che non interessano a nessuno.c'era tanta gente, o solo io. c'era caldo e freddo. c'erano tutti i rumori che si possono immaginare, tutti i sentieri, tutte le rughe, tutti i pantaloni, tutto il sangue, tutto il vento, tutto il buio.
non so chi era, non so come accadde. so che lo vidi e che lo sentii.
so che era la sua testa tra le mani, anzi le mani sulla testa, mani paralizzate e disperate, era la sua voce.
erano le due parole che pronunciò, una volta, molte volte.
nella mia, di testa, c'è questo, ed è quello che c'è: un volto senza occhi sprofondato tra le mani, e una voce piccina.
"lasciatemi stare"
"lasciatemi stare".



venerdì 17 maggio 2013

le tre cose più raccapriccianti della settimana

il modo in cui ilda boccassini interpreta la lingua italiana e la funzione di pubblico ministero

il modo in cui bruce springsteen tratta la chitarra

la faccia di andrea agnelli, presidente dalla juventus football club s.p.a.

lunedì 6 maggio 2013

la salvezza è nei gattini

mi fa orrore il presidente della repubblica.
orrore i parlamentari e i ministri.
orrore i programmi della televisione.
orrore le automobili.
orrore l'idea di uscire a prendere un gelato o andare a passeggiare, ovunque.
orrore l'idea di una conversazione.
orrore la città, il colore della città, il suono della città, l'odore della città.
orrore il mio prossimo.
orrore la libreria.
orrore il supermercato.
orrore il tribunale.
orrore la voce delle persone, quello che dicono, come lo dicono. orrore le loro facce.
orrore quello che fanno, quello che pensano.
orrore il lavoro di chiunque.
orrore chiunque parli a un microfono e chiunque ascolti.
orrore le case.
orrore i giornali.
orrore gli adulti.
ho orrore di tutto.
e ho orrore, ancora, certamente, sì, di me stesso.

sabato 27 aprile 2013

il prode cincinnato eccetera eccetera

quand'ecco che le mie orecchie incontrano la voce di, scopro presto, una "nutrizionista" (nutrizionista è una di quelle belle parole che qualcuno improvvisamente inventa e tutti poi le usano, come badante, migrante esodato, e ci sono le giornaliste dei tg che dicono parole e intere frasi tutte uguali e tutte allo stesso modo con la stessa voce, la stessa faccia, la stessa intonazione, tanti piccoli aiutanti della distruzione, l'importante è cambiarsi sempre d'abito, le parole possono anzi debbono essere sempre quelle il premier il governo il paese la crescita l'istat le imprese il lavoro i morti i feriti il campionato, ecco perché mi piacciono i film porno giapponesi in cui c'è la giornalista che legge imperturbabile le notizie mentre decine di uomini, uno dopo l'altro, eiaculano sulla sua faccia).

la nutrizio è una di quelle donne che hanno alta opinione di sé (tratto che trovo, già da solo, insopportabile in qualsiasi essere umano). ha alta opinione di sé e del suo lavoro. e siamo a due. insomma, è convinta di essere brava in quello che fa ed è convinta che quello che fa sia socialmente utile. (un po' quello che pensavo anche io di me e del mio lavoro, quindici anni fa. adesso penso di essere uno scarpone e che il mio lavoro sia assolutamente dannoso per il consorzio umano, e penso che, anche con esso, insieme con una serie interminabile di altri atti che compio ogni giorno, contribuisco ad alimentare l'orrore).

alle domande della giornalista confidenziale (tra donne c'è sempre questa grande reciproca, direi istintiva, simpatia) la nutrizio risponde con garbata sicurezza, come tutti ci aspettiamo che faccia. telefonate e sms degli ascoltatori trovano risposte dissetanti.
io invece, più procede la trasmissione, più ascolto parlare la nostra esperta, più mi avvilisco. 
perché per me dice cose assurde. dice di mangiare cibi che io non toccherei con un dito e di evitare, guai a loro, alimenti che trovo deliziosi e che consumo regolarmente.

così siamo arrivati alla parte importante del posti: la mia regola circa l'alimentazione. 

la mia regola dice che se un cibo è buono, allora fa bene alla salute.
quindi alla larga dalle verdure e viva la cotoletta. no al sedano, sì al cioccolato.
(attenzione: se vi piace la rapa, mangiatene a sazietà; non mangiatela se pensate che vi "faccia bene")

la teoria alla base della regola è che il corpo non sbaglia. 
se assaggiamo un cibo e ha un buon sapore vuol dire che cervello, lingua, stomaco e il resto hanno fatto il loro bravo consulto e hanno stabilito che si può ingoiare. prima non c'erano i libri e i nutrizionisti. e gli uomini si basavano proprio su questa semplice regola: se mi piace il sapore, lo mando giù. proprio come fanno i bambini piccoli, che la sanno lunga. sono convinto che siano buone anche le cavallette e le formiche che in luoghi lontani da qui si mangiano a tutta birra.  

la mia regola soffre una sola, a mio avviso, importante eccezione, del cui pregio però non vorrei essere testimone in prima persona, da buon vigliacco quale sono: confesso, infatti, di non conoscere il sapore dell'amanita muscaria. 

secondo me non è tanto buono. altrimenti, con tutta evidenza, dio, o la natura, è un gran burlone. 
e allora.

venerdì 19 aprile 2013

les calcules de la grand mère Dada


cosa fare alle 3 e mezza di notte quando il reflusso gastrico è particolarmente volitivo?
dopo aver tentato il tentabile,  si può accendere il computer e leggere i consigli degli esperti.
eccoli qui:


  • Astensione dal fumo (e io fumo) 
  • Aumentare l'attività fisica (ho abbandonato qualsiasi attività fisica)
  • Evitare bevande alcoliche e gassate (bevo molte bibite gassate e assumo alcool tutti i giorni)
  • Evitare cioccolato, caffè e alimenti iperlipidici (mangio il cioccolato tutti i giorni e sempre la sera prima di dormire; mangio molti alimenti iperlipidici)
  • Evitare di coricarsi dopo il pasto (mangio sempre tardissimo e quindi verso l'una e mezza le due cerco di dormire)
  • Seguire le regole dettate dall'educazione alimentare (le mie regole da trent'anni sono: niente colazione, pranzo leggero e non tutti i giorni, abbuffata pantagruelica a cena)
  • Ridurre il peso quando necessario (sono sempre più grasso)

  • bene. a questo punto mi vado a sentire il vecchio george.