una roba da film italiano, di quelli con mastroianni
le ho già scritte tutte, queste cose. e pazienza.
c’era Edoardo, che scriveva da dio, e che fu bocciato per due volte, e dovette mollare il ginnasio, ed era l’unico che avrebbe dovuto esserci, lì, era l’unico che sapeva scrivere, cazzo come scriveva. era un genio. e fu bocciato. chissà dov’è ora. non scrive libri, ed è un peccato.
c’era Armando, tanti anni prima, che era figlio di genitori anziani, e terroni, e lo prendevano tutti per il culo perché era bruttino e sfigato, e non giocava a pallone come gli altri e non mangiava con gli altri, e si vestiva strano, più strano degli altri. e piangeva, ogni tanto.
c’era Piero, che aveva un papà che lo portava in piscina, e lo faceva giocare a tennis, e ogni giorno gli dava la vita che avevano tutti gli altri, anche se lui non era come gli altri. c’era Piero che una sera d’estate si mise a suonare l’armonica a bocca, nel silenzio del giardino, fuori dalla finestra, e lo sentii cantare maledetta primavera, con la sua voce sgangherata, bavosa, impastata, e il suono di quelle note storte, tutte fuori posto, e le parole sbagliate e fuori tempo, e lui però era felice di cantare, per se stesso e per gli altri, e di suonare la sua canzone con l’armonica, e io sentivo il mio cuore battere male, era un’emozione troppo forte e mi veniva da piangere e non ci riuscivo, mentre lo guardavo di nascosto, tra i rami del glicine del mio balcone. e ancora adesso, maledetta primavera.
c’era Riccardo, con cui scrivevamo i nostri racconti a quattro mani, che si arrabbiava spesso, che aveva il senso del giusto, del bello e del vero, c’era Riccardo tante volte, tanti giorni, tante parole, tante immagini. Riccardo che c’è ancora e per sempre, in una vecchia videocassetta, mentre ride con me e con Massimiliano.
c’era Alberto, che aveva i maglioni lisi sui gomiti, che rideva col naso perché non voleva farsi beccare dai professori, lui che era al primo banco con me. ci volevamo bene, io e Alberto, ma non eravamo amici, troppo distanti. ci volevamo bene senza dircelo, non eravamo capaci. non ce l’ha fatta, anche per lui troppo dolore, e tanta incomprensione intorno a lui. sarebbe bastato poco, come sempre.
c'era Marco, che era talmente grande che ti sentivi in colpa tu per essere sano, e scriveva poesie, e aiutava tutti, e non faceva male a nessuno, mentre molti lo facevano a lui. c'è, sicuramente, ed è ancora grande.
c'era, c'è Francesco, che è incapace di fare il male, un angelo semplice, un cuore pulito, un'altra vita iniziata dentro una vita. un esempio.
c'era...
venerdì 11 marzo 2011
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mercoledì 9 marzo 2011
l'inganno del lotto 49
“You are a liar! You are an impostor. You are a deserter. I suspected you this morning, and your lies and folly have confirmed this to me. You pretend to carry dispatches to a British general who has been dead these ten months. You say your uncle is the British Ambassador in Berlin, with the ridiculous name of O'Grady.” (Stanley Kubrick, Barry Lyndon)
People said we couldn't play
The called us foul-mothed yobs
But the only notes that really count
Are the ones that come in wads
They all drowned when the air turned blue
'cos we didn't give a toss
Filthy lucre, ain't nothing new
But we all get cash from the chaos
The time is right to do it now
The greatest rock'n'roll swindle
The time is right to do it now
E.m.i. said you're out of hand
And they gave us the boot
But they couldn't sack us, just like that
Without giving us the loot
Thank you kindly a & m
They said we were out of bounds
But that ain't bad for two weeks work
And 75,000 pounds
The time is right to do it now
The greatest rock'n'roll swindle
(Sex Pistols, The great rock’n’roll swindle)
Improvvisamente, mi ha detto lei, sono tornati sugli scaffali delle librerie tutti i libri di Thomas Pynchon.
Mai letta una riga, mi son detto mi tuffo.
Ero a Catania. Non potevo aspettare, un po’ per bramosia di leggere le prime pagine del Genio, un po’ per paura che scomparissero di nuovo. Vado alla Feltrinelli di via Etnea, dove, come da informazioni assunte via internet, sapevo di trovare una certa disponibilità (una copia per ogni libro). Mi presento alla simpatica impiegata, alla quale do indicazioni precise. Naturalmente non trova nulla, perché scrive il cognome dell’autore con la i e non con la y. Il terreno culturale dell’impiegato medio di una libreria Feltrinelli comprende un’area che più o meno va da Che Guevara a Madre Teresa. Poco male. Ci sono tutti. Ne scelgo due: l’incanto del lotto 49 e l’arcobaleno della gravità. Se mi piace come scrive, domani torno e porto a casa il resto.
L’incanto del lotto 49 è il più famoso di tutti, e anche il più breve. è il libro che, unanimemente, ha consacrato Pynchon il più grande scrittore americano degli ultimi 50 anni. il maestro della letteratura postmoderna (un termine che trovo alquanto postmoderno). scelgo lui, per cominciare la mia immersione nel Sublime.
Ho letto le prime pagine e sono rimasto un po’ stranito. Forse non sono nella giusta disposizione d’animo, mi son detto. Forse non sono concentrato abbastanza, sono distratto. Ho ricominciato. Due, tre volte. sono andato avanti. 50, 70, 90 pagine. Mi sono posto il problema della traduzione, sai mai che Massimo Bocchiola sia stato a lungo interessato da fastidiose coliche intestinali. Brevi ricerche hanno smentito l’ipotesi (sebbene il titolo italiano sia furbetto, perché non molti, fuori dalle aule di giustizia, e anche dentro, utilizzano la parola "incanto" per dire "asta", anche alla luce del fatto che l'"incanto", in originale, è un "pianto"). Insomma, alla fine, il verdetto era, tristemente, sotto i miei occhi.
L’incanto del lotto 49 è una cagata pazzesca. Non saprei come altro definirlo. Ma ci provo.
Prima di tutto è scritto veramente male. Poi potremmo dire che, già forse proprio per questo, e anche per la sovrabbondanza di citazioni storiche e letterarie completamente fine a se stesse e per un profluvio di rimandi a guerre, personaggi, miti senza alcun costrutto, è la più grande truffa letteraria del secolo (scorso). La più grande beffa, il più clamoroso esempio di presa in giro delle masse, dei parrucconi, degli editori, degli intellettuali e dei lettori tutti da parte di un autore. altro che cimitero di Plaga. Umberto E. ha ancora molto da imparare. In ogni caso, T.P. è un genio.
Fare mostra di sapere cosa sia un in-folio o un in-quarto non significa aver compreso shakespeare. Più che altro, a me il libro ha ricordato le gesta erotiche di squaw pelle di luna, o l’ira funesta dei profughi afgani che dal confine si spostarono nell’iran.
Ma la cosa amareggiante è che l’autore crede di saper scrivere. le ultime pagine sono quelle più preziose, quelle in cui si è spremuto l’olio sacro, in cui il nostro ha sputato sangue, ha barcollato, corretto, scritto, riscritto, appallottolato, strappato, letto, riletto e riletto.
e viene fuori questa cosa qui.
"Cosa restava da ereditare? Quell’America cifrata nel testamento di Inverarity, a chi apparteneva? Pensò ad altri vagoni merci, immobilizzati, dove i bambini sedevano sulle assi del pavimento a cantare come topi nel formaggio tutta la musica che usciva dalla radiolina della madre; ad altri abusivi che stendevano i teli delle loro capanne dietro sorridenti cartelloni lungo tutte le autostrade o dormivano nei cimiteri delle automobili, negli abitacoli denudati di Plymouth incidentate; o addirittura, arditi, passavano la notte come bruchi in cima ai pali, nelle tende dei guardafili, dondolando tra una rete di fili telefonici, proprio all’interno delle sartie di rame e del miracolo laico della comunicazione, impassibili ai muti voltaggi che guizzavano per i chilometri della loro estensione, tutta la notte, nelle migliaia di messaggi non uditi"
e che dire di questa fine e profonda analisi psicologica dell’eroina del libro?
"Mi stanno spogliando, disse mentalmente Oedipa – sentendosi una tenda in un’altissima finestra, che fluttua in su verso, e poi in fuori sopra, l’abisso – a uno a uno mi stanno spogliando dei miei uomini. Il mio analista, con gli israeliani alle calcagna, è impazzito; mio marito, dedito all’LSD, brancola come un bambino sempre più addentro a una fuga infinita di stanze nell’elaborata casa di zucchero del suo io e lontano, disperatamente lontano, da quello che sembrava, io speravo per sempre, amore; il mio unico amante extraconiugale si è dato alla fuga con una quindicenne depravata; la mia migliore guida per risalire al Tristero si è annegata. E io dove sono?"
e ancora
"I mal di denti si aggravarono, sognò voci disincarnate di una malignità senza scampo, il morbido crepuscolo degli specchi da cui era lì lì per uscire qualcosa, e stanze vuote in attesa di lei. Un normale ginecologo non aveva test appropriati per ciò di cui era gravida."
oppure
“L’attraversò portando il suo libro voluminoso, attratta, titubante, estranea, desiderosa di sentirsi importante ma consapevole di quanta ricerca fra universi alternativi sarebbe stata necessaria: poiché lei aveva studiato in un’epoca di nevrastenia, blanda moderazione e ripiegamento non solo tra i suoi condiscepoli, ma anche in gran parte della struttura visibile attorno e innanzi a loro, essendo ciò un riflesso nazionale a certe patologie nelle alte sfere che solo la morte aveva potuto curare, e questa Berkeley non era affatto la sonnolenta Siwash del suo passato, ma più affine a quelle università dell’Estremo Oriente o dell’America Latina di cui si legge, veicoli di cultura autonoma dove si possono mettere in discussione i folklori più amati, cataclismiche di conclamate contestazioni, suicidarie d’impegni scelti e assunti - di quelle che abbattono i governi”.
(tutti i passi sono tratti dalla edizione einaudi stile libero 2005)
La struttura c'è, ma la storia non esiste; la forma è modesta, ma in compenso i personaggi sono bellissimi e simpaticissimi. di uno spessore antropologico e psicologico pari a un dipresso a un centesimo di una qualsiasi figura minore dei Simpson.
Accanto a Oedipa Maas, la protagonista indiscussa, c'è per esempio lo psichiatra folle, che si chiama Dottor Hilarius, c’è Mike Fallopian, che fa propaganda per la Peter Penguid Society, c’è un’opera teatrale, centrale nel romanzo, che si chiama La tragedia del Corriere, che narra le vicissitudini del ducato di Squamuglia e del confinante Faggio, c’è il regista, Randolph Driblette, che rivela l’esistenza di un frammento importantissimo; c’è Stanley Koteks, della società Yoyodine, c’è John Nefastis, inventore della Macchina Nefastis, costruita sul modello del celebre Diavoletto di Maxwell, che spiega le relazioni tra la termodinamica e il flusso delle informazioni; c’è Gengis Cohen, il più eminente filatelico di Los Angeles, che introduce l’eroina del libro nel mondo dei francobolli della Thurn und Taxis, il sistema postale sedizioso e misterioso, alternativo a quello nazionale, che condurrà al mistero di Tristero; ci sono Manny Di Presso, una sorta di avvocato-attore, e Anthony Giunghierrace, detto Tony Jaguar, che sanno tutto su un mercato occulto di ossa di cadaveri italiani della seconda guerra mondiale; c’è Emory Bortz, professore di letteratura, che rivela l’esistenza di una copia “pornografica” della Tragedia del Corriere conservata presso gli archivi vaticani.
Che cosa posso dire? se c’è chi si straccia le vesti perché ancora non hanno affibbiato il Nobel a Cormac McCarthy, ci può pure stare chi glorifica T. Pynchon.
Per me, forse perché faccio un altro mestiere, la letteratura è un’altra cosa.
per esempio, questo, è uno scrittore.
“Debbo la scoperta di Uqbar alla congiunzione di uno specchio e di un'enciclopedia. Lo specchio inquietava il fondo d'un corridoio in una villa di via Gaona, a Ramos Mejìa; l'enciclopedia s'intitola ingannevolmente The Anglo-American Cyclopaedia (New York 1917), ed è una ristampa non meno letterale che noiosa dell'Encyclopaedia Britannica del 1902. Il fatto accadde un cinque anni fa. Bioy Casares, che quella sera aveva cenato da noi, stava parlando d'un suo progetto di romanzo in prima persona, in cui il narratore, omettendo o deformando alcuni fatti, sarebbe incorso in varie contraddizioni, che avrebbero permesso ad alcuni lettori - a pochissimi lettori - di indovinare una realtà atroce o banale. Dal fondo remoto del corridoio lo specchio ci spiava. Scoprimmo (a notte alta questa scoperta è inevitabile) che gli specchi hanno qualcosa di mostruoso. Bioy Casares ricordò allora che uno degli eresiarchi di Uqbar aveva giudicato che gli specchi e la copula sono abominevoli, poiché moltiplicano il numero degli uomini. Interrogato sull'origine di questo detto memorabile, rispose che The Anglo-American Cyclopaedia lo registrava nell'articolo su Uqbar. Nella villa (che avevamo presa in affitto ammobiliata) c'era un esemplare di quest'opera. Nelle ultime pagine del volume XLVI trovammo un articolo su Upsala; nelle prime del XLVII, uno su UraI-Altaic Languages; ma nemmeno una parola su Uqbar. Bioy, tra deluso e stupito, interrogò i tomi dell'indice; provò invano tutte le lezioni possibili: Ukbar, Ucbar, Ooqbar, Qokbar, Oukbahr... Prima di andarsene, mi disse che si trattava di una regione dell'Irak, o dell'Asia Minore. Confesso che assentii con un certo imbarazzo. Congetturai che quel paese non documentato, quell'eresiarca anonimo, fossero una finzione improvvisata dalla modestia di Bioy per giustificare una frase. L'esame, affatto sterile, d'uno degli atlanti di Justus Perthes, mi confermò in questo dubbio.”
“Debbo la scoperta di Uqbar alla congiunzione di uno specchio e di un'enciclopedia”
basta una riga.
E' la caricatura di un romanzo. Una parodia spettacolare quanto elementare, ridicola. Talmente smaccata che non se n’è accorto nessuno. Ma nessuno. Il solito re che passeggia nudo per le strade.
Più che un romanzo, un sogno. Nei sogni non esiste lo spazio e il tempo. Le cose cambiano forma, mutano i luoghi, repentinamente le persone manifestano altri corpi, distese erbose diventano piscine affollate, baffi cadono da facce, capelli crescono su piedi, squali sussurrano canzoni, lepri suggono cravatte.
Nei sogni vige la massima compressione. Il personaggio giunge al momento giusto, la battuta è sempre a tempo, la disgrazia non si fa attendere. Compressione e dilatazione al tempo stesso. La caduta non prevede fermate, il volo non conosce l’atterraggio, un passo copre distanze inaspettate. Nei sogni si affastellano nomi, numeri, simboli, maschere, porte, stanze, sessi, citazioni, dichiarazioni, ascensori, mostri, orgasmi.
Minime esigenze di dignità letteraria hanno imposto all’autore il divieto di far risvegliare la sua eroina al colmo dell’imbarazzo, al centro del gorgo. Il finale in sospensione, unica via d’uscita, non può che conferire tuttavia ulteriore, tragico peso al senso di vuoto che accompagna la lettura.
Ci imbattiamo in piccoli segnali, emozionati dalla prospettiva di un disegno.
Alziamo gli occhi e la forma di un oggetto, un colore, una parola stampata su un cartellone, o su un maglione, incredibilmente riempie un vuoto, risponde a una domanda, un quesito che ci girava in testa.
Osserviamo quanto sforzo fa l’essere umano per trovare un senso all’esistenza. il disperato bisogno di cercare qualcosa che abbia un senso. qualsiasi cosa.
anche nel momento più difficile, ci aggrappiamo a qualsiasi cosa, qualsiasi cosa può diventare un segno, incarnare un'attesa, riempirsi di significato.
Piccole risposte a piccole speranze.
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martedì 8 marzo 2011
la destinazione
sapere dove andare.
mi piace osservare le persone che sanno dove andare.
in realtà non lo sanno, ma pensano di saperlo. il che non fa alcuna differenza.
una volta decisi di andare a bologna. persi il treno. ma volevo andare lo stesso. ero senza macchina. decisi di andare in moto.
era autunno, faceva freddo.
mi dissi io ci provo, se ho troppo freddo torno indietro.
partii verso le otto di sera.
il freddo si fece sentire presto. freddo e vento.
ci misi tre ore ad arrivare. il traguardo non arrivava mai.
dovetti fermarmi tre volte per scaldarmi nelle aree di servizio. parcheggiavo la moto ed entravo intirizzito negli autogrill, dove tante persone non avevano freddo, e ridevano e parlavano e compravano cose. e mi sembravano degli esseri superiori, loro che avevano la macchina, e potevano affrontare l’autostrada chiusi nell’abitacolo riscaldato. e io ero lì, con le mani che premevano la tazza di tè caldo, e i brividi, che pensavo che di lì e poco sarei ripartito, e mi mancavano ancora 150, 80, 70, 50 chilometri di freddo. e mentre guidavo cantavo nel casco, o urlavo, o straparlavo, o cercavo di non pensare a niente, o pensavo che all’arrivo sarei stato accolto da un abbraccio e da un bagno bollente, mentre il freddo mi schiacciava e mi spegneva. la notte stetti bene, fu una notte di febbri e perdite di coscienza.
il giorno dopo, alle sette del mattino, ripartii. mi ero fatto prestare una sciarpa e un paio di calzoni supplementari, ma non bastarono. dopo pochi chilometri fu di nuovo il freddo. feci tutto il viaggio di ritorno incollato ai camion, per sfruttare l’effetto scia e ripararmi. andavo a 80 all’ora. la sera avevo la febbre alta. di quell’esperienza mi ricordo di me stesso, che guardavo tutte quelle persone calde e mi sentivo minorato. anche io avevo la macchina, ma quel giorno no.
anche io avevo avuto, ma avevo perduto.
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venerdì 11 febbraio 2011
fask and zen
Ieri sera sono stato a sentire un concerto. di giovani ragazzini rocchettari. sono andato per sentire i FASK (un acronimo). Questi FASK erano il cosiddetto “opening act” della serata, il preludio al piatto forte, che si chiama zen circus. Nei FASK suona il nipote di un mio caro amico, ed è per quello che ci sono andato. dico subito che sono stato contento di averli visti. Suonano bene, sono simpatici. Il cantante, che è il leader carismatico, ha i baffi, e ogni tanto imbraccia una SG. Il bassista, come quasi tutti i bassisti del mondo, fa il suo onesto lavoro nell’ombra. Il chitarrista suona la les paul classic. E’ timido (lo chiamano “orsetto”) ma riesce a tenere il palco con divertente rigidità. Il batterista fa la seconda voce. La musica è troppo moderna per le mie vecchie orecchie. Però mi sono piaciuti. Hanno discrete palle e voglia. E soprattutto non se la menano.
Finiti i FASK, sono arrivati gli zen circus.
questi zen circus sono in tre. chitarra, basso e batteria. sono gente all’apparenza allegra e con le idee chiare. Il bassista sembra anziano, ma forse li porta male. Il batterista è striminzito e minimalista ma pesta. il chitarrista, prima dell’esibizione, ha fatto portare sul palco sei chitarre, tutte di ottima qualità, mi pare quattro elettriche e due acustiche. ben due bravi roadies si sono succeduti quali accordatori per calibrare al meglio l’intonazione degli strumenti. purtroppo il chitarrista, che ha i capelli come i miei, non sa suonare. ma forse è un dettaglio inutile.
gli zen circus si sono fatti precedere (forse per simpatia con il locale che li ospitava – circolo ARCI - sebbene a me sia sembrata una introduzione consolidata) da una breve ma intensa antologia di dichiarazioni di esponenti della maggioranza, da calderoli a, naturalmente, berlusconi.
quindi, dopo un breve estratto dell’inno nazionale, hanno aperto.
Presto mi sono accorto con sgomento che buona parte del (folto) pubblico, la cui età media oscillava intorno ai 20, conosceva i testi delle canzoni. I testi sono in italiano. Dopo tre o quattro pezzi ho abbandonato la sala e sono andato a mangiare dal mcdonald.
nota
mentre uscivo mi sono ricordato di una cosa che vidi tanti anni fa: un’intervista a una ragazzina di liverpool che piangeva perché i beatles non avrebbero più suonato al cavern, perché nel frattempo erano diventati famosi, e là non avrebbero più potuto suonare. e lei era triste e diceva, loro sono nostri, appartengono a noi, ce li portano via, ma loro sono di qui, sono di liverpool, sono del cavern. lei andava al cavern tutte le sere, li aveva visti crescere, li aveva visti suonare besame mucho, sweet little sixteen, some other guy e le prime versioni di I saw her standing there e one after 909.
e allora mi sono reso conto, guarda un po’, che tutti i gruppi hanno i loro fan che li seguono dai primi passi. anche gli zen circus e i Fask. ma non so cosa significhi questa cosa.
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martedì 21 dicembre 2010
futuro
con il contributo di W.B.
Oggi esaminiamo una canzone, una canzone le cui parole sono più famose della musica.
Si tratta di “Futuro”, interpretata da Orietta Berti e scritta da Umberto Balsamo e da Luciano Raggi, presentata al festival di Sanremo del 1986 (ove si piazzò onorevolmente al sesto posto, dietro a mostri sacri come Toto Cutugno e Marcella e davanti a nomi del calibro di Scialpi, Mango, Fred Buongusto, Righeira e perfino un giovanissimo Zucchero).
La musica (l’armonia, per la precisione) copia vergognosamente un grande successo del 1984 di Gianna Nannini, “Fotoromanza”. Ma di essa, oggi, non ci occuperemo.
Il testo è invero assai complesso e a tratti davvero criptico, esoterico. Alla lettura, nella sua integrità, si rivela prestamente quale inno doloroso, vago del passato, scorato dal presente, timorosissimo del (appunto) futuro. Tentiamo ad ogni modo una analisi.
Il giornale che ci tortura
Un incipit forte. Una dichiarazione d’intenti, concettosa e aspra, che va puntualmente sezionata.
In primo luogo, l’articolo, determinativo, a indicare la classe. Non è un giornale a torturare, ma tutti i giornali, indiscriminatamente. Va scartata da subito (non foss’altro che per l’uso della minuscola) l’ipotesi di un riferimento al “Giornale Nuovo”, all’epoca una delle testate più lette del Paese.
Il sostantivo. Trattasi dunque della carta stampata. Ma è la notizia a torturare, o il mezzo di veicolazione? Qui il primo, importante dubbio. Sì, perché se a tutta prima potrebbe sembrare (l’esegeta avvertito sa che l’Autore, ne avremo prova tra poco, conosce le figure retoriche) che siano i semplici fatti raccontati sui giornali a provocare patimento, non erra l’interprete che individua proprio “nel giornale”, col suo modo di “fare notizia”, la vera cagione dell’ingiusta punizione.
E qui, lo storico ha un primo sussulto. Siamo alla fine del 1985 (il pezzo, preparato per il festival che si celebrò dal 13 al 15 febbraio del 1986, fu certamente scritto, per essere presentato alla direzione artistica, in ossequio al regolamento, almeno qualche mese prima). Siamo nella famosa “era Gorbaciov”. Il nuovo presidente del PCUS appena due settimane dopo il festival parlerà al XXVII Congresso e darà il via alla glasnost e alla perestrojka. Il disgelo USA-URSS. Perché tanto terrore, tanto dolore? All’orizzonte si intravede un’epoca felice, il disarmo, la fine della guerra fredda. Di lì a pochi mesi Reagan e Gorbaciov si incontreranno per dare vita ad importanti accordi per la riduzione degli armamenti. E invece, la tortura.
Il pronome relativo. Incappa l’autore in un primo, ancorché veniale, errore sintattico. Sì, perché quel “che” appare ahinoi, alla lettura del secondo verso, al quale è necessariamente e logicamente congiunto, un mero strumento metrico; mancava, in altre parole, una sillaba per finire il verso. Altrimenti si perderebbe tutta l’importanza del Sudafrica, di cui in appresso, che non può certo essere considerato un semplice quadrisillabo.
Il pronome personale. La forma atona della quarta persona (il famoso “ci”), dà per scontato, senza discussione, e tradendo un pizzico di superbia, che la tortura del giornale è tale per tutti noi. E’ un fatto che ci riguarda tutti. Una tortura mediatica indifferenziata.
E quindi il verbo. Un tormento universale; un supplizio, cui non possiamo sottrarci. Non possiamo sfuggire al giornale e ai suoi malefici, ci tocca subire, ci tocca patire. E’ il giornale che ci tortura, la tortura, appunto quotidiana, immancabile, ineluttabile, come il sole che sorge ogni mattina.
il Sudafrica fa paura
Questo è un passo che sempre ha creato grossi problemi all’esegeta.
Lo storico, di nuovo, e con lui il sociologo, forse, sono chiamati a interrogarsi. Perché il Sudafrica? E, di nuovo, perché tanta paura? Certo, l’apartheid, e il caso Mandela. Ma la paura, perché? E di che cosa? Paura di un’epidemia di razzismo galoppante? Paura di un Sudafrica bellicoso e sfrenato, senza limiti né leggi? O forse, per altro verso, paura di un’invasione del Negro? Il dubbio, lacerante, resta.
mentre il giorno diventa sera
in casa mia
Si tratta evidentemente di una metafora, visto il riferimento alla casa, altrimenti inutile. Il giorno, sappiamo, diventa sera un po’ ovunque. La casa è quindi l’animus, il sentire interiore. La casa (l’alma) imbrunisce, si oscura, e con le tenebre i lugubri presagi, i dubbi, le paure, trovano campo, prendono, come si dice, piede; nel buio, col buio, prendono vita i pensieri più cupi (il Sudafrica, appunto, il giornale); e quindi il mondo che si fa brutto, pericoloso, spaventoso, turba lo spirito di chi leva il suo canto, canto purtroppo rotto da questa insanabile inquietudine.
Si chiude con questa icastica, ardita allegoria, la prima strofa del brano. In queste poche righe c’è già tutto. Poche parole, ma immagini e questioni amplissime.
Proseguiamo. Ci attendono molte onde da solcare.
E i ragazzi son sempre quelli
che si sentono forti e belli
Un primo problema lo dà il pronome. Non è dato comprendere se, di nuovo, il “che” sia stato piazzato solo per esigenze di metro, oppure se sono da considerarsi ragazzi solo coloro che sempre si sentono forti e belli. Questa interpretazione salva la forma grammaticale, ma a discapito tuttavia, a nostro avviso, del senso. Più verosimilmente l’Autore intese dire che i ragazzi si sentono sempre forti e belli (originale, in ogni caso, l’endiadi) in quanto ragazzi; ma in questo caso, quel povero “che” lascia non poco amareggiato l’esegeta.
Un secondo problema si pone sulla questione del “forti e belli”. In primo luogo, non è vero che i ragazzi si sentono tali. I ragazzi (certo non tutti, ma molti) si sentono anche sfigati, insicuri, maldestri, bruttini, ciccioni, brufolosi, inadeguati, eccetera. Dare per scontato è un errore che il Nostro Autore commette più di una volta. In secondo luogo c’è il “sempre quelli”, che sembra proprio una sentenza da ottuagenario, l’occhio stanco che vede la giovinezza lontana e tutto un po’ uguale. Insomma, un mezzo pasticcio.
in un mondo che cambieranno
e andranno via.
Ecco, qui siamo di fronte a quello che si chiama super-anacoluto. Oppure, tragico errore sintattico, se si preferisce. La congiunzione è davvero assassina.
Dunque i ragazzi cambieranno il mondo e, dopo averlo fatto, andranno via.
I ragazzi si sentono forti e belli; cambiano, sentendosi tali, il mondo, e poi lo lasciano lì.
Si fatica a cogliere appieno il senso di questa strofa: andranno via in quanto, come tutti, se li porterà via la Nera Signora? Andranno via in quanto si saranno stufati del mondo che hanno purtuttavia contribuito a cambiare? Andranno via in quanto non c’è altro da fare, una volta compiuta la metamorfosi dell’orbe? Andranno via allora in quanto il destino li chiama ad altre imprese, forti e belli come sono? Perché, perché vanno via, questi nostri fiorenti virgulti? Cosa li chiama? Cosa li spinge? Sono forse, i nostri rigogliosi palmizi, giovani eroi classici che sprezzano le Moire? Sono forse essi biondi muscolosi salmoni che, guidati da istinti primordiali, vincono la corrente per poi lasciarsi allontanare, esausti, verso alvei sconosciuti?
Ma c'è un re con un gran cavallo
che decide quando si balla
e la storia che si ripete è sempre quella.
Ecco presentarsi il serissimo problema della congiunzione avversativa. Nei passi che precedono, lo scenario descritto è assai negativo, financo distruttivo; ci si attenderebbe, dunque, una ‘svolta’ in positivo (iusta la congiunzione), dunque questo ‘re’ che, quale deus ex machina, cambierà la situazione in meglio. E invece no: non solo il re non cambia proprio niente in meglio, ma sarà evidente in prosieguo che si tratta di una figura del tutto negativa, e rende la situazione se possibile ancor deteriore.
Meglio sarebbe stato, allora, dar la stura alla frase-chiave della canzone, perché questa è effettivamente la frase-chiave della canzone, con una congiunzione semplice (‘e c’è un re…”), eppure ricca di significati.
Cionondimeno, noi esegeti, prima di arrenderci alla critica e alla condanna, partiamo dal presupposto che i parolieri di Orietta Berti sapessero molto bene quel che scrivevano. Andremo alla caccia, dunque, di una interpretazione che garantisca un senso preciso alla congiunzione avversativa.
Ma, prima, occorre entrare a spada sguainata nel mistero, e, per così dire, scardinarlo.
Le scuole di pensiero, sul difficoltoso trinomio “re-cavallo-ballare”, sono almeno cinque.
Vediamole nel dettaglio.
1. Sgombriamo subito il campo dalla teoria più strampalata, la cosiddetta ‘teoria collegazionista’. Secondo alcuni il “cavallo” sarebbe il cantautore pugliese Domenico (detto Mimmo) Cavallo, ben noto per il brano “Siamo meridionali” (1980); nel 1982 il Cavallo pubblicò, per Fonit Cetra, “Stancami, stancami musica”; in seguito, evidentemente e in effetti stancato dalla musica, non pubblicò nulla per vari anni. Secondo la scuola di pensiero che qui ci occupa, Orietta Berti, proprio per incitare l’amico Mimmo a non desistere, avrebbe inserito un messaggio criptico e criptato in “Futuro”, indirizzato proprio a lui, ma non solo; il ‘re’ sarebbe ovviamente Pippo Baudo, e Mimmo sarebbe definito ‘gran’, quale incitamento a puntare decisamente sulla figura del cantautore di Lizzano (TA). Secondo tali fantasiosi esegeti, Mimmo C., uscito dalla depressione compositivo-artistica, avrebbe addirittura risposto, a tale messaggio criptico di Orietta, tre anni dopo, nel 1989, pubblicando, quale occulta forma di ringraziamento, ‘Voglio un futuro possibile’ In sostanza Pippo Baudo, (re del Festival), avrebbe avuto la possibilità di decidere di farci ballare, con un “gran cavallo” su cui ‘puntare’. Non risulta, tuttavia, che lo showman della piana etnea abbia mai avallato tale articolata interpretazione. Peraltro, non crediamo che Orietta Berti abbia voluto inserire un interesse personalistico in un’ode orientata al futuro dell’intero pianeta. Non è chi non veda, tuttavia, come tale interpretazione sia abbastanza in linea con il concetto della danza (seppur il genere musicale di Mimmo Cavallo non sia propriamente ballabile).
2. Un’altra teoria, c.d. “mitologica” è sostanzialmente tripartita. Ben tre infatti sono i re muniti di gran cavallo che di volta hanno incrociato le simpatie dei parrucconi: Una prima vedrebbe nel “re” il mitico Ulisse (re di Itaca), e nel gran cavallo il cavallo di Troia, il quale, in effetti, era assai grande, tanto da contenere al suo interno svariati soldati. A favore di tale interpretazione militano il tema guerresco e l’attributo del ligneo equino (‘gran’). Non consono a tale interpretazione sembra invece il carattere ballerino del re (non consta agli storici che Ulisse amasse particolarmente ballare, anzi egli era riflessivo, prudente e schivo). Per una seconda scuola il ‘re della danza’, secondo alcuni, potrebbe essere Nataraja, ossia Shiva, che ha effettivamente, tra gli altri, anche tale epiteto; tuttavia non si ha alcuna notizia di Shiva a cavallo, no si suppone che abbia mai avuto a che fare con cavalli. L’iconografia sul punto è estremamente chiara. La terza infine è la notissima scuola francese, la quale identifica nel ‘re’ Alessandro il Grande (re di Macedonia), e nel gran cavallo il leggendario Bucefalo (il cui nome - ‘testa di bue’ - richiama infatti la maestosità del quadrupede). Tale interpretazione ha anche il pregio di essere coerente con l’estrazione, diciamo, culturale di Orietta. A Cavriago, luogo di nascita della cantante, come del resto in tutta l’Emilia, il gioco delle carte è molto diffuso. Nelle tradizioni anglosassone e francese il re di fiori corrisponderebbe proprio ad Alessandro Magno. Secondo gli storici (cfr. in particolare Ateneo di Naucrati, I Deipnosofisti, o Sofisti a banchetto, 10.45 434F e 435a), Alessandro Magno amava molto i banchetti e le danze sfrenate, alle volte orgiastiche, che li accompagnavano. Era lui a decidere quando si sarebbe iniziato il ballo.
Sarebbe dunque disvelato l’arcano: Alessandro Magno è senza dubbio “il re con un gran cavallo che decide quando si balla”.
Ma perché collocare, in un contesto così attuale, una figura storica?
E poi, come può decidere oggi, un Alessandro, dei destini del mondo?
3. L’interpretazione cosiddetta ‘scacchistica’ (nata dal connubio logico “re-cavallo”) trascura completamente l’elemento “danza”. L’unico momento in cui i pezzi possono in ipotesi “ballare” è in viaggio (es.: sul treno), su di una scacchiera mal ancorata, ma in tal caso è la forza d’inerzia che decide quando si balla, non certamente il re, pezzo, peraltro, piuttosto debole e insicuro.
4. L’interpretazione politica. Forse quella più in linea col tenore complessivo del testo. Ebbene, re con cavallo non può, per evidenti motivi, essere un presidente russo o americano, visto che di essi il pezzo si preoccuperà, come vedremo, tra poco. Un altro “re del mondo”, forse di guénoniana memoria, dunque? E chi può essere? Un re più forte e più potente di tutte le potenze, un monarca invisibile che muove i destini del mondo e decide chi farà che cosa. Non può essere, naturalmente, Domineddio, non solo per il fatto che non va a cavallo (immagine peraltro ad un tempo ardimentosa e buffa), quanto soprattutto perché, anche per un rimando allo stesso re, al quale gliene vengono cantate quattro, tra non molto, la frase avrebbe tutto il sapore di una bestemmia.
5. Secondo noi, così, a naso, potrebbe trattarsi di Gheddafi.
A voi russi o americani
io non delego il suo domani
su mio figlio non metterete le vostre mani
Siamo al passo più celebre del pezzo. Il fulcro, il clou.
Il famosissimo j’accuse alle due - venivano chiamate così - superpotenze mondiali (un termine fumettistico molto in voga a quel tempo). C’è, prima di entrare in medias res, da rilevare un altro grave errore sintattico, quell’aggettivo possessivo che solo troppo tardi, purtroppo, scopriamo a chi è riferito.
Orbene, “russi o americani” per l’Autore pari sono. Fanno schifo entrambi, diciamo. L’Autore è confidenziale, usa la seconda persona. La sineddoche (“domani” per “futuro”) è potente. Ma tutto il senso è retto, evidentemente, dal “delego”. Non possiamo permetterci di lasciare i nostri figli (come vedremo tra poco) nelle mani di russi o americani. Quelli sono brutta gente, hanno i missili. Delegare, delegare “il domani”. Il genitore prova preoccupazione per il domani del figliolo. All’orizzonte, armate rosse o a stelle e strisce muovono per ottenebrare il nostro futuro. Ma è il delegare, il problema. Normalmente il genitore delega il futuro dei figli a russi o americani? E’ dunque una scelta rivoluzionaria del Nostro Autore quella di sottrarsi alla macchina di delegazione per formulare un gigantesco, tonitruante NO a questa barbarie? La macchina russoamericana che schiaccia, conculca i nostri figli, le loro aspirazioni, le loro ambizioni…ma, un momento, non erano loro, i ragazzi, a cambiare il mondo? Sgomento.
Voglio ancora una vita e un aquilone,
voglio ancora due sassi da buttare,
Ci siamo. L’abbiamo aspettata, e adesso è arrivata. Siamo alla pars construens. Dopo il grido di dolore, parte, con forte e significativa soluzione di continuità, la voce, impetuosa, del desiderio. Io non ci sto a questo gioco al massacro, io “voglio”. Voglio che cosa? Una vita e un aquilone. L’aquilone ci sta tutto: è il cielo, la libertà, il volo, la lontananza dalle cose terrene, il fluttuare spinto solo dai refoli, dall’arbitrio sbarazzino e imprevedibile del vento. Accanto all’aquilone, la vita. Un po’ troppo, forse. Poteva andare bene, che so, una barca, una tenda, una cialda, una pinta. La “vita” spezza l’incantesimo simbolico.
Due sassi da buttare. Il numerale è enigmatico e il verbo è misterioso. Due sassi sa molto di metafora, come a dire due passi, due minuti, due chiacchiere, due colpi, due tiri. Tre sassi non andava bene. Sei sassi (per salvare il metro) sarebbe parso magniloquente. E’ un due stanco, in definitiva, poco prensile. Forse l’ideale sarebbe stato un “dei”, sospendente ma significativo. Poi, i sassi non si buttano. Si scagliano, si gettano, si lanciano, si tirano. La spazzatura si butta. I sassi da buttare sembrano pesi morti di cui liberarsi, ma siamo certi che non è questo che il Nostro intendeva. I versi, pur nella loro difficoltà, farebbero pensare infatti al bimbo, con la sua brava cordicella in mano, ignaro dei russi, che gioca felice sulla riva e che fa saltellare i sassetti a pelo d’acqua, saltellando a sua volta. Tuttavia, di nuovo il dubbio assale, aprendo vasti squarci all’interpretazione nascosta.
A risolvere, secondo alcuni, c’è l’avverbio. Quell’ancora, che sembrerebbe non lasciare spazio a incertezze. Il desiderio è tornare indietro, riprovare l’emozione di bambino, quando la folata improvvisa sposta, eleva, abbatte, e l’aquilone cabra, s’impenna, scende, s’innalza, atterra, si riprende, muore, poi rivive, poi scompare, poi torna, poi non c’è, poi c’è, eccolo, è là, lassù, in alto, in alto! L’occhio si fa tumido e grave di lacrime. E’ nostalgia.
dire sì, dire no, dire amore
e insegnarti che tu puoi volare.
Trovare una connessione logica tra i due versi è impresa complicata. Dopo lunga ponderazione, concludiamo trattarsi del cuore di mamma. Che a volte dice sì, a volte no (i famosi “no che aiutano a crescere”), a volte, giustamente, amore. A volte ti sgrido - quando te lo meriti, figlio mio - a volte ti coccolo, a volte ti insegno a vivere, a librarti nel cielo.
O forse, malignando, ti insegno a volare fuori dalla finestra quando ne ho le palle piene.
Devi fare la guerra dei bottoni,
devi avere la forza di cantare,
Aaah. La guerra dei bottoni. La guerra innocua, bella, pulita. Le cacchette di fango, le figurine, le palline di carta masticata sparate con la bic, la fionda, la pistola ad acqua, le biglie, le macchinine, le palle di neve. Le emozionanti immagini della nostra argentina gioventù. Bisogna tornare indietro e… trovare la forza di cantare. Sì, perché il grigio, se non il nero, ha ammorbato, affumicato, occluso i nostri alveoli. I nostri polmoni sono mortificati, non hanno più capacità nemmeno per respirare, e la gola non può più trovare la forza per cantare. Eppure, bisogna farlo. E sarà proprio la guerra dei bottoni a farci tornare bambini, e a restituirci le energie per sbraitare a tutta strozza i nostri alti lai.
Il problema lo dà il verbo. Ma come? Ci mettiamo a dare ordini, così, all'improvviso? La risposta è nel contesto e la si trova confrontando le righe che precedono con quelle che seguono, e che descrivono, con sublime perfezione, l'incostanza degli stati d'animo di una madre angustiata. Il figliolo che vola, ma che deve combattere!, il figliolo che cresce, ma che deve cantare!, il figliolo che dorme, ma che deve lottare.
figlio mio, neanche Dio può capire
quanto è bello guardarti dormire.
In effetti una sottile inclinazione alla blasfemia l’avevamo percepita. Ma qui si esagera. Pensare che nemmeno l’Onnipotente possa capire, beh, sembra un po’ grossa. In ogni caso, qui è mammà, si capisce, che mentre osserva il fanciullo che dorme, prova ad ammannirgli nel sonno gravi e preoccupati sermoni. Un duo di versi dal sapore posticcio, malfermi, incomodi.
Oggi è tempo di stare attenti
e non parlo dei delinquenti,
Due versi per riempire, perfettamente ultronei. Che sia tempo di stare attenti è fuor di dubbio, vista la lacerante situazione del Sudafrica, a tacer di Russi e Americani. E non dimentichiamo il giornale, con la sua tortura. Inutile ripetersi, inutile soprattutto specificare che non sono i delinquenti quelli da cui bisogna guardarsi. C’è ben altro, per l’appunto.
questa volta non c'è Pilato,
è andato via.
Pilato è andato via. Stavolta non possiamo “lavarcene le mani”. Dobbiamo decidere, decidere del nostro futuro, e in fretta. Non si capisce tuttavia, a voler andare in profondità, perché si senta il bisogno di dire che Pilato se n’è andato via. Pilato, verosimilmente, è morto un paio di migliaia di anni fa, o giù di lì. Quindi trattasi di metafora. E sin qui. Ma perché “andato via”? Dov’è andato, Pilato? Potevano dirci, guardate qui non è più tempo di pilati o roba simile, è ora di rimboccarsi le maniche, non possiamo più stare a guardare, accettare passivamente lo sfascio, il degrado.
Un motivo c’è sempre. Leggete bene il testo. Questa volta non c’è Pilato. Pilato è andato via, Pilato, questa volta, ci ha lasciati soli. Pilato, il capro espiatorio, Pilato, colui che sussume su di sé la responsabilità del grande gesto, Pilato marchiato dalla storia come il più vile tra i vili, il più ignavo tra gli ignavi, trova qui una rivincita. In realtà è lui che, con il suo non liquet, si fa carico delle responsabilità, è lui il muro contro il quale scagliamo i nostri dardi e i nostri strali, noi comodamente accucciati sul divano a giudicare e condannare, o assolvere. E lui a far da catalizzatore, da parafulmine. Abbiamo bisogno di un Pilato per sentirci migliori, noi lo vogliamo, un Pilato da additare. Ma stavolta, eh stavolta cari miei, non ce n’è. Pilato è andato via. Dovete cavarvela da soli. E’ al bar, Pilato, è al cinema. Adesso tocca a noi, a voi. Scendiamo dal divano e mettiamoci al lavoro.
Siamo tutti un po' responsabili
se la vita sarà impossibile,
non c'è un alibi che tenga alla follia.
Infatti, siamo tutti responsabili per quello che accadrà se non ci diamo una mossa. Il mondo sta impazzendo e noi abbiamo il dovere di fare qualcosa. Poi, inatteso, uno iato logico, o, più precisamente, forse, una cattiva scrittura. Cosa c’entra l’alibi che tenga alla follia. Roba da spaccarcisi la testa. Sì, perché l’alibi si riferisce a colui che è folle, per il quale non c’è alibi, essendo folle. Ma qui l’autore vuole dire, se non erro, che noi non possiamo invocare alibi quando ci troviamo di fronte alla follia. Ovvero che è nostro preciso dovere intervenire per rintuzzare i folli assalti di re, cavalli, russi, americani, giornali, sudafricani e via discorrendo. Avrebbe dovuto scrivere non c’è alibi di fronte alla follia. O forse mi sto sbagliando io, chi sa.
E a quel re con un gran cavallo
dico io quando si balla
e la storia che si ripete non sarà quella.
Allacciare le cinture perché qui si va forte. Siamo sullo schuss finale. Adesso non si scherza: al re parlo io, gliele canto di santa ragione. Che scendesse da cavallo e la piantasse di dare ordini. Puoi anche avere un gran cavallo, caro re, ma da domani cambia la musica, e a menare le danze ci penso io. Io cambio disco, chiamo la pista, remo la barca, guido la moto, cambio la Storia.
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pim
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venerdì 17 dicembre 2010
Il pringipe degl'imprenditori
Io ho simpatia per l’intrapresa.
Provo un moto di istintiva ammirazione per chi crede in un progetto imprenditoriale: una manifattura, magari calzaturiera, un piccolo esercizio commerciale. Considero chi rischia su un’idea, ci mette il sudore, il sangue, il fegato, va in banca e garantisce il mutuo con la sua casa o con quella di suo padre, ci mette le notti insonni, i patemi, le lacrime, i pentimenti, le liti con la moglie, i fornitori che fanno impazzire, gli avvocati, i clienti, la contabilità, il saldo di cassa, le rate a fine mese.
Ho simpatia per costui.
E ancora più simpatia, quasi tenerezza, provo per colui la cui idea è perdente, sbagliata alla radice, ictu oculi irrealizzabile.
Sì, perché alla fine, l’imprenditore di successo risulta antipatico. A me, almeno.
O meglio, mi risulta antipatico un certo tipo di imprenditore di successo italiano. Quello che appena gli gira bene comincia a comprarsi la Audi, il Suv, si circonda di orpelli, mignotte, frequenta i locali, stringe relazioni ambigue, veste tendenza, diventa sicuro di sé, viaggia, pretende, alza la vocina, disprezza, giudica, prende la multa, ostenta, mescola condiscendenza e arroganza.
Il mio imprenditore di successo è un uomo ignorante, stanco, amante della tavola coniugale, dimesso, umile, attento, gentile, casa e lavoro.
Per uno di quelli che riescono ce n’è sempre almeno uno che non riesce.
E di quelli che non riescono, anche qui, troviamo due categorie.
La prima antipatica, la seconda simpatica.
Il fallito antipatico è quello che non gliene frega un cazzo di fallire. Quello simpatico è quello che soffre.
Ma torno al punto. Il mio imprenditore preferito è quello che coltiva un’idea assurda. Ma non assurda alla Tucker, dico assurda assurda.
Per esempio, adesso parlerò di un’impresa le cui attività mi sono tornate alla mente proprio ieri, o l’altro ieri, durante una conversazione.
Io non so nulla di quest’impresa, di chi l’ha creata, di chi l’ha esercitata. Non conosco le sue sorti, i suoi andamenti.
Conosco alcuni fatti.
In primo luogo il nome: Pryngeps. Con la y. Con la g.
E già qui, sappiamo molte cose.
In secondo luogo so che detta ditta ha fatto (e credo pagato) pubblicità ai suoi prodotti su alcune reti private lombarde, per anni. Tanti anni.
In terzo luogo, non ho mai conosciuto nessuno che abbia indossato uno dei prodotti di questa ditta. Si tratta, è ora di dirlo, di una marca di orologi.
(Ho conosciuto, per la verità, uno che ha comprato uno di questi prodotti e l’ha regalato alla fidanzata. E quando ella aprì la confezione, ammirai smisuratamente la mia fidanzata dell’epoca che, nell’imbarazzo in cui ero precipitato alla vista dell’oggetto – eravamo lì tutti e quattro – seppe trovare le parole giuste)
In quarto luogo, il prodotto-simbolo dell’intrapresa.
questo.
Ecco, per me, uno che gli viene in mente di fare una roba così, a me mi è simpatico.
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giovedì 25 novembre 2010
les precieux ridicules
Quel birbante di Dan Brown ha scritto un nuovo libro, ma stavolta l'ha firmato con uno pseudonimo: Umberto E.
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venerdì 19 novembre 2010
Michaël Llodra
Sabato scorso Michaël Llodra ha perso in semifinale a Bercy contro Soderling (che è uno che non distingue una racchetta da tennis da un badile). Ha avuto tre match point. Sul secondo il suo passante di diritto è finito sul nastro. Soderling era a quattro metri dalla palla.
Llodra ha giocato il tennis più bello che si possa vedere oggi al mondo.
E ha perso.
Forse.
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venerdì 5 novembre 2010
Geremia, 17, 5
L'uomo ha perso fiducia nell'uomo.
Ma come può l'uomo amare Dio se non ama se stesso?
Se Dio è dentro di noi, come è, ed è in tutte le cose, come è, perché non le amiamo, e non ci amiamo, e non lo amiamo?
Perché è così lontano?
Perché tanto dolore?
Non è colpa dell'uomo. L'uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio.
Perché non vediamo Dio? Perché non sentiamo la Parola?
Io voglio, devo avere fiducia nell'uomo, nell'uomo immagine di Dio, nell'uomo che è Parola di Dio.
Ama, e sarai amato.
Amare l'uomo è amare Dio.
Amaci, non lasciarci soli.
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giovedì 4 novembre 2010
cave fellationem
qualche anno fa negli stati uniti d'america hanno mandato davanti al gran giurì il presidente perché ha detto una bugia. non una bugia qualunque, no. una bugia che ne minava la credibilità istituzionale, una bugia che ne annientava il peso politico e tradiva vergognosamente il cosiddetto mandato popolare, come a dire, se uno mente su questo, mente su tutto. come può essere un buon presidente dell'america uno che dice bugie come questa?
di cosa si trattava? il presidente si era fatto fare un pompino da una donna che non era sua moglie. e quando la donna lo sputtanò, ai giornalisti lui disse beh, sì, cioè no, non esattamente, non era sesso, era solo un pompino. e la sua carriera finì.
il nostro premier ama anche lui i pompini. a quanto pare molti uomini (e donne) sembrano credere che un presidente non deve amare i pompini, se non da donne che sono legittimate (in forza di un contratto o di un sigillo) a farglieli. e comunque non è bene che lo dica, se li ama. non sta bene.
un presidente che ama i pompini e che dice di amarli non può essere un buon presidente, in effetti.
che presidente può essere uno che se vede una bella ragazza vorrebbe avere del sesso, anche orale, con essa? può forse condurre degnamente un paese, avendo voglia di fare l'amore?
no, non lo credo nemmeno io.
il migliore dei presidenti possibili (maschi, ma vale anche per le femmine, mutatis mutandis) è quello che non ama il sesso. deve amare le riunioni, i faldoni, le parate, le telefonate, le firme sui pezzi di carta, le riviste (militari), deve amare parlare, deve amare la responsabilità, gli impegni, deve amare il Paese, deve amare i bambini, gli operai, i magistrati, i giornali, i lavoratori tutti. deve amare fare la pipì, con il suo pistolino, non qualche altra cosa.
nel nostro paese, come in america, quando la prima troia si sveglia la mattina e dice che ha succhiato l'uccello del premier, il premier deve andare a casa.
io credo che sia bellissimo vivere in un paese così. farsi succhiare l'uccello per diletto, o fare altre cose collaterali, è una cosa che può desiderare un giornalista, un avvocato, un dentista, ma non un politico.
quando andiamo a votare, ci andiamo, tutti, con la piena convinzione che colui (o colei) che votiamo sia una persona integerrima, soprattutto dal punto di vista del costume sessuale. è quello, il motivo per cui scegliamo i nostri politici e i nostri amministratori.
le statistiche pubblicate da tutti i periodici cosiddetti scientifici ci dicono sempre che la durata media, nel mondo, di un rapporto sessuale è di 8 minuti.
io non ce l'ho fatta mai in meno di dieci, nemmeno quando avevo 18 anni e mi eccitavo coi fumetti e stavo cinque giorni senza eiaculare.
mi sento molto in colpa per questo.
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mercoledì 29 settembre 2010
sabato 25 settembre 2010
25 settembre 1967
I
benvenuto
sei appena nato e già piangi. ti capisco.
beh, sappi che questa sensazione ti accompagnerà per tutta la vita.
vuoi sapere cos'è la vita? te lo dico.
i tuoi genitori non ti comprenderanno mai.
all'asilo un bambino ti ruberà una cosa cui tieni molto. il primo furto della tua vita. non te lo dimenticherai mai.
a scuola imparerai lo scherno, la cattiveria senza senso. le prime ingiustizie.
imparerai le differenze, e questo ti renderà infelice.
presto proverai il primo batticuore. il primo no, grazie.
prima o poi arriverà un sì, e sarà molto, molto peggio.
quando andrai a lavorare imparerai che il tuo lavoro non ha alcun senso. inoltre, sempre, troverai chi vorrà farsi bello a scapito tuo.
il tuo migliore amico smetterà di parlarti.
te ne farai degli altri. uno di questi si scoperà la tua fidanzata.
proverai il dolore fisico, a partire dai primi giorni, e per tutta la tua vita. non ti abbandonerà mai.
se sei sfortunato, proverai dolore di tipo diverso. te lo infliggeranno, e tu lo infliggerai a loro.
ti illuderanno, e calpesteranno le tue speranze.
e quando comincerai a capire qualcosa, sarà sempre troppo tardi.
qualcuno piangerà per te, e tu, colpevolmente, non capirai perché.
cercheranno di renderti schiavo. ogni sforzo che farai per cercare di essere libero non avrà effetto.
ogni tua relazione sarà un rapporto di forza. e tu ne sarai responsabile, al pari degli altri.
la cultura si allontanerà da te tanto quanto più tu cercherai di avvicinarti a essa.
e dietro di te lascerai comunque rimpianto e rammarico, fedeli compagni.
ti piace tutto questo?
non mi credi, vero? e anche se mi credessi, non rinunceresti certo alla possibilità di provarci.
allora, via.
II
c'è il fiele dentro il bacio
il veleno nei ravioli
uomini giudicano uomini
maschere tragiche
in templi dell'indifferenza
non esiste la cura
esiste il dolore
il grido che si perde nel vuoto
la mano incompresa
la mattina la nausea
la sera lo stomaco pieno
eppure non c'entra
l'amore è orrore
la violenza è la strada
il buio, alla fine, cancella ogni luce
buon compleanno
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pim
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giovedì 16 settembre 2010
il bicchiere
"il bicchiere non è né mezzo pieno né mezzo vuoto. è rotto."
così scrisse MCD
il problema è che comunque lo si guardi il bicchiere sa esclusivamente di merda.
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pim
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