martedì 8 luglio 2008

tu, perché ti comporti così? speri che ti guardi, forse. speri che noti come ti stia particolarmente bene il paio di pantaloni che hai fatto tanta fatica ad acquistare, o l'ardimentosa infilata occhiali da sole-scarpe-borsa.
e tu? speri che ti ammiri. speri che mi renda conto che non ho a che fare con uno stupido ma con un tipo in gamba. uno che prende sul serio quello che fa e soprattutto quello che dice.
potete stare tranquilli. guardo e ammiro.
d'altronde, sono un essere primitivo. tutto quello che faccio lo faccio solo per scopare.

il tennis

il tennis è uno sport mentale.
lo 0-30 è una cosa, il 15-30 tutta un'altra cosa. servire sul 30 pari non è servire sul 15-40 o, figuriamoci, sul 40-15. ogni punto è diverso da un altro punto, ogni game ha una sua storia. la partita non è mai finita. chiunque abbia giocato a tennis queste cose le sa più di quanto non sappia camminare.

il tennis è uno sport di carezze, toccatine, svolazzi, pizzi, merletti. è uno sport di errori imperdonabili con la racchetta molle sotto la rete, di singhiozzi, di patemi, di braccia tremolanti, di cuori di cerbiatto.
non è, come qualcuno sostiene, uno sport per gladiatori.
per quelli a cui piacciono le maniere forti ci stanno la boxe e i suoi derivati, il rugby (sport peraltro meraviglioso), l'hockey su ghiaccio (sport magnifico), il football americano e persino il calcio, con tutti i suoi calcioni.

il tennis non prevede la violenza. è uno sport leggiadro, per gente che ama l'eleganza del gesto, la dimensione del balletto, la cerimonia dello stile, la concessione, al limite, al buffetto.
due persone in abiti bianchi distanti 25 metri che si lanciano una pallina sopra una rete. non si può immaginare niente di meno prosaico. niente di più plastico.

il tennis è uno sport di braccia, non di gambe. è la racchetta quale semplice prolungamento della mano, quale espressione mirabile del tatto.

invece anche nel tennis ha fatto la sua comparsa la forza. complici, è chiaro, gli strumenti. se si giocasse con le racchette di trent'anni fa, diciassette dei primi venti giocatori del mondo farebbero altro nella vita.
così, io devo vedere rafael nadal che vince wimbledon.
nadal è anche un bravo guaglione, un ragazzo simpatico, sportivo, leale e gagliardo. ma non deve giocare a tennis. non c'entra niente (basta osservarlo: come si veste, come si muove, la sua faccia, le sue smorfie, e soprattutto come impugna la racchetta, e come colpisce la palla; per lui quello non è un campo da tennis, è un'arena. per lui, la pallina va picchiata, non accarezzata; schiacciata, non accompagnata dall'altra parte). vederlo giocare a tennis è assistere a uno stupro.
lo stupro della grazia, della bellezza, della poesia, del tocco. la sopraffazione delle meraviglie di questo sport.
ripeto da sempre: anche nello sport più brutale c'è la poesia del gesto. persino nella boxe (vedi gli ultimi secondi di ali-foreman a kinshasa, raccontati benissimo in "quando eravamo re").

di morbidezze lo sport ne offre sempre meno. ed è un peccato, perché non sempre il soffio è meno emozionante del sangue.

giovedì 3 luglio 2008

tristezzissima

chissà quante vite ha salvato la nona di beethoven

mercoledì 2 luglio 2008

della memoria

non c'è molto da fare se non lasciare qualcosa.

un'amica un giorno mi disse la cosa più giusta: leggiamo proust per un solo motivo: perché non siamo proust.

ognuno però può lasciare qualcosa, preferibilmente non ai propri figli. una volta i figli venivano e basta, poi s'è cominciato a farli perché erano forza lavoro, poi perché avessero una bella vita da vivere, poi perché somigliassero a noi. forse bisognerebbe lasciare loro il meno possibile di noi. io ci sto riuscendo, con alterne soddisfazioni. pochi riescono ad andare oltre l'idea di lasciare qualcosa per qualcuno in particolare, anche perché pochi possono farlo.
ma anche quei molti che non possono, possono dare il loro buon contributo.

l'uomo è la sua memoria. senza memoria non c'è uomo.
io sono quello sono stato, quello che mi ha generato e colui che ha generato il mio generante, e così via. io sono la memoria di tutti gli uomini, e loro sono la mia.
la tradizione orale è, prima ancora della posa delle pietre (che ne è la declinazione rozza), l'originaria grande, sublime necessità percepita dall'uomo.
i nastri magnetici sono già scomparsi. presto con loro il cd, il dvd, l'i-pod. la pagine ingialliscono e piano piano si fanno polvere. se ne stamperanno altre, certo, che riprodurranno quelle. continuiamo a "salvare" i nostri documenti su supporti invisibili, destinati a morte certa e vicina. continuiamo a volerli "salvare" cambiando ogni anno il luogo dove stanno per morire.

The glacier knocks in the cupboard,
The desert sighs in the bed,
And the crack in the tea-cup opens
A lane to the land of the dead.

se facciamo fatica a comunicare, come è ben noto, pazienza. proviamoci lo stesso. entriamo in un negozio e diciamo qualcosa. quando siamo alla cassa possiamo dire: "lo sa, auden è un poeta qui là sopravvalutato sottovalutato questo certo fa un po' così, cosà, però alla fine, beh" al che la cassiera si interroga. l'esempio è eccessivo, sebbene la cassiera abbia certamente avuto a che fare con auden più di quanto non creda, un po' come tutti noi con il nuovo testamento.

ma insomma il senso è: lasciamo qualcosa di noi stessi al prossimo sconosciuto. fosse anche cacca, come questo blog.
perfino alle feste, chi ci va, ci va per lasciare un ricordo di sé. così ci può essere un giorno uno che dice ah sì mi ricordo, l'ho visto a una festa, ha fatto questo e quest'altro. ancora oggi la festa partecipa della dimensione rituale.
e allora perché non farlo anche negli altri momenti della giornata? chiamare un amico e dirgli sai ho pensato che...

martedì 1 luglio 2008

fotogrammi

la programmazione cinema di sky è diventata peggiore di quella di tutte le altre reti. c'è un canale (sky cinema max) sul quale non ho mai visto neanche un film; il primo giugno hanno abolito studio universal, che era l'unico buono, e al suo posto ci hanno messo mgm channel (pessimo, finora); da un mese a questa parte su sky cinema hits trasmettono solo film di james bond.
io vado a dormire non prima delle tre del mattino. a volte alle quattro, a volte alle cinque. se riconosco del sadismo nel programmatore che piazza un buon film alle due, non so cosa dire di colui che nemmeno alle tre, quando il 95% dei clienti sky dorme saporitamente, prova a mettere qualcosa di decente. invece tu sei in piedi all'alba e ti trovi "programmato per uccidere" e "svalvolati on the road". mi aggrappo a raisat cinema, prima di mollare definitivamente e cadere tra le braccia del buon prete, dell'onesto carabiniere, del tosto commissario, dell'umano dottore, dell'arzillo nonnetto, della coraggiosa commessa: gli eroi del duopolio terrestre.

premesse queste brevi e utili note, dico che stasera su raisat cinema c'era tutti gli uomini del presidente (nella versione integrale, cioè comprensiva dei tagli dei distributori italiani), appena rivisto e rivisto. quindi l'ho rivisto.
a un certo punto c'è una scena in cui un sacco di persone escono da un ufficio o da un teatro.
non so per quale motivo (che poi è il motivo per cui uno guarda un film più di una volta, ovvero dimenticarsi del film) mi sono soffermato sulle gambe di una donna, una anonima comparsa, che camminava svelta in chissà quale direzione.
in tutto pochi secondi. un semplice e defatigante campo lungo di raccordo tra una scena redford/hoffman e un'altra.
ho guardato la gonna. ho guardato la gonna e le gambe della donna e ho capito che erano finte. che non erano gambe di donna su corpo di donna. e non era nemmeno gonna. era niente. era un corpo-niente. ho pensato chissà quanti fotogrammi esistono, perché realmente esistono, di quella camminata? potrei un giorno recuperare una bobina e far passare la pellicola sotto la luce e vedere quanti sono i fotogrammi della anonima donna che cammina. potrei farlo, e saprei che esistono i fotogrammi prima, dopo e indipendentemente dalla donna, dal suo corpo, dal luogo da cui proviene e da dove andrà.

la cosa meravigliosa del cinema è questa.

venerdì 27 giugno 2008

valido fino al gültig bis

sono nudo.
è la prima volta che scrivo un post da nudo. sai mai che possa essere di qualche maggiore ispirazione. a proposito di ispirazione mi piace ricordare, in luogo delle solite citazioni da truffaut, una cosa che scrisse giorgio scerbanenco. diceva così, parafrasando: si parla tanto di ispirazione a proposito dello scrittore. ebbene, è una fantasia. l'ispirazione è mettersi lì, tutte le mattine, davanti alla macchina da scrivere. il resto sono balle.

vabè. l'altro giorno una mia cliente mi ha detto "ma sa, questo paese, cosa vuole, dopo 40 anni di malgoverno democristiano..." le ho chiesto "come scusi?" e lei: "no dico, dopo 40 anni di malgoverno democristiano.." sono rimasto senza argomenti. le ho chiesto che mestiere facesse e mi ha detto insegnante. insegnante alla scuola superiore. tenendo presente che questa persona mi aveva già fornito numerosi indizi sulla sua situazione neurovegetativa (lunghe pause prima di rispondere, come se dovesse riprogrammarsi, o ascoltare qualche voce interiore, o proveniente da qualche dominus via microfono; terminare la riunione con un solido accordo e telefonare trenta secondi dopo per comunicarmi di avere cambiato radicalmente idea; sorridere alle mie ben calibrate e seriose suggestioni professionali, serrare le mascelle alle mie battute), tenendo presente questo, non avrei dovuto farle l'altra domanda, ovvero cosa insegna, dal momento che la risposta era ovvia. tuttavia, con la speranza di essere sorpreso, l'ho fatta. e le ho chiesto, appunto, che materia insegna.

psicologia. naturalmente.

per chiarire, l'altra mia cliente psicologa è una che ha arredato la sua casa in affitto di 230 mq spendendo cinquantamila euro in mobili su misura stile "rosa veneziano" due mesi prima di recedere dal contratto perché gli inquilini del piano superiore fanno troppo rumore. dice che l'altro giorno è scivolata su noccioli di frutta sparsi (malignamente) per le scale da detti vicini e si è fatta male al sedere, cadendo. dice che sperava che dopo tre anni di liti furibonde con la pazza che c'era prima al posto di costoro (moglie del cantante/attore) avrebbe avuto un po' di pace, dopo che questa le aveva sottratto la posta per mesi e aveva addirittura rovinato irrimediabilmente un trittico del trecento che stava sul balcone; invece, peggio di prima.

ieri sera a quest'ora leggevo un topic assai animato su un forum intorno alle origini pagane del cristianesimo. un frequentatore piuttosto acuto, il quale ritiene che l'adorazione di cristo non sia altro che l'adorazione del sole, ovvero cristo= dio sole, muove accurate accuse di superficialità e pressappochismo alle analisi di rené guénon, apprezzando invece la qualità del lavoro di giorgio de santillana. dal momento che mi sto trovando a leggere entrambi, posso dire, nel mio piccolo, che sono d'accordo.

parlo parlo dei mestieri degli altri, ma io? io alla fine faccio un mestiere che non è un mestiere. i mestieri sono altri, e sono alti: il fabbro, il calzolaio, il muratore, l'orafo, il sarto, il falegname. l'artigiano. ci sarà pure un motivo per cui questi mestieri non li fa più nessuno. e non è colpa dei centri commerciali. essi sono l'effetto, non la causa. semplificando, l'uomo si allontana dalla conoscenza nello stesso tempo in cui si allontana dal mestiere. l'uomo che si allontana dal mestiere si allontana dall'uomo.

a mia triste difesa posso dire che da bambino quando litigavo con mio fratello e ritenevo di avere ragione, volevo che mia madre allestisse dei processi con testimoni, giudici, avvocati. processi in cui mi sarei difeso con arringhe insuperabili e avrei dimostrato la mia innocenza e rivelato la verità.

quando ero piccolo andavo a sciare in val badia. ogni anno facevamo lo skipass superski dolomiti per tutta la settimana bianca. e ogni anno mi domandavo cosa volesse dire quella scritta a fianco della data. una volta chiesi lumi a mio padre. papà, dissi, cosa vuol dire "valido fino al gültig bis?" mio padre mi guardò, un po' severo e un po' incredulo, e non rispose.

ci ho messo anni per capirlo.

martedì 24 giugno 2008

the weather man

è un film bellissimo, al di là dell'identificazione del sottoscritto col protagonista.
l'avevo visto per tre quarti almeno tre volte su sky, e ieri sono riuscito a vederlo per intero su canale 5.
non mi accadeva da anni di vedere un film su una rete diciamo terrestre, e in particolare su canale 5. alle tre stanotte ho rivisto anche santa maradona (film che ha fatto gridare al capolavoro alcuni critici), il quale è un poco meglio della gran parte dei film italiani (che sono tantissimi, se uno ci fa caso. in Italia siamo pieni di giovani registi. se uno guarda appuntamento al cinema scopre almeno dieci film italiani in un colpo solo) ma resta il solito filmaccio con attori scadenti (anita caprioli, insopportabile) attori sopravvalutati (il solito accorsi), scritto benino ma col consueto provincialismo, inesistente nel soggetto, deprimente sotto il profilo tecnico, privo di qualsivoglia sostanza nell'insieme.

ma io volevo dire di the weather man.

è scritto, benissimo, da steven conrad (che poi scriverà la ricerca della felicità, film che ho odiato: non si capisce perché uno debba andare a dormire nel cesso della stazione con il figlio di 5 anni nella speranza, un domani, di essere assunto da una finanziaria - e non si capisce perché dovremmo essere felici quando accade), diretto da gore verbinski (quello di the ring).
si svolge d'inverno. è un film che parla di un padre sfortunato, non molto dotato forse, ma diligente e speranzoso. un uomo sofferente, imperfetto, universalmente disistimato. un uomo che si sforza di essere adatto, non ce la fa, e allora compra dei vestiti alla figlia, scrive un pessimo romanzo, picchia l'insegnante del figlio, accetta un lavoro che disprezza e finalmente acquista un arco e si mette una faretra sulle spalle.

grande film.

io esclamo

per cinque anni ho lavorato come consulente legale presso un'associazione che tutela i diritti dei consumatori. si risponde al telefono e si risponde alle lettere.
potrei dire qualcosa su come funziona il mondo dell'associazionismo, ma non lo faccio. storia lunga e noiosa. concentro invece le mie forze sul versante della domanda, sul tipo umano, colui che si rivolge. più interessante, a parer mio.
l'associato-tipo di tutti gli organismi che si vantano di proteggere gli interessi dei molti, dei deboli e dei bisognosi è completamente pazzo.
come tutti i pazzi, anche questo non fa nulla per nascondere la sua qualità.
i tratti immediatamente distintivi del pazzo in questione, nelle sue lettere, sono:
- l'uso dello stampatello maiuscolo, nel testo minuscolo, a indicare parole particolarmente significative per l'autore (BASTA, STUFO, FINIRLA, MAI, CHIEDO e così via)
- l'uso abnorme dell'interpunzione, con significativa inclinazione verso il punto esclamativo (ORA BASTA!!!)
- il ricorso abbondante al vocabolo raffinato, alla metafora e finanche all'ossimoro, ove l'autore abbia compiuto studi superiori ("un assordante silenzio", "l'ennesimo balzello") spesso accompagnato da autentiche perle (celebre fu il "divieto di anacoluto nei rapporti di conto corrente bancario")
sono cose più o meno note.
ma ci fanno riflettere. perché prima ancora della scelta degli aggettivi o dei sostantivi (la quale può anche trarre in inganno, ove l'autore consulti con attenzione un dizionario dei sinonimi e dei contrari), prima ancora della costruzione del periodo (la quale può essere figlia dell'imitazione), prima ancora della scelta del carattere, dell'impostazione della pagina, del tenore lessicale (tutte opzioni potenzialmente ingannevoli) è la punteggiatura la prima vera fonte rivelatrice di ciò che racchiude il cranio dello scrittore. è il dna dell'autore. la sua spina dorsale. il suo sistema nervoso. non si sfugge.
e allora, quando leggete un qualsiasi scritto, la prima cosa da fare è vedere dove sono piazzate le virgole, i punti, i punti e virgola, i due punti. e soprattutto, prima di tutto, il primissimo, primissimo, infallibile e fondamentale segno per sapere chi ci sta di fronte col suo pezzo di carta è il punto esclamativo.
dimmi quanto esclami e ti dirò chi sei.

martedì 17 giugno 2008

puffi

quando si ascolta la propria voce riprodotta si resta un po' straniti. alle nostre orecchie suoniamo diversi. e anche, temo, diversi appaiamo ai nostri propri occhi.

a volte mi chiedo come mi vedono gli altri. dopo qualche anno su questa terra un'idea me la sono fatta: alcuni mi vedono come un puffo, un furetto, un nanetto tutto agitato e scalpitante. altri come una specie di giuggiolone dal momento nevrotico, altri ancora come un ragazzino stranito e troppo pensieroso. certo è che dalla mia persona promana un'aura di decadenza, di alienità, di fatica.

anche io ho provato il sentimento caro all'intellettuale stanco.
il disgusto.
disgusto per la mamma che spinge il passeggino, per gli individui sulla banchina in attesa del treno, per chiunque, per tutti, per ognuno, per te, per me stesso.
voci, rumori, odori, gesti, le parole, i vestiti, i corpi: la verità è in nessun luogo.

e, pure solo, non riesco a guardare come vorrei nemmeno il battistero e il duomo, troppo distratto. forse non lo posso nemmeno fare. forse anche quello è nulla, solo marmo, pietre una sopra l'altra.

i bambini dovrebbero crescere da soli, con altri bambini. senza imparare usi e costumi dei genitori, cui poi finiscono tragicamente per somigliare.

martedì 10 giugno 2008

chissà quante persone hanno avuto un incidente ieri sera, mentre stavano andando a vedere la partita dell’italia in televisione.
saranno state di più o di meno dei pellegrini che ogni anno, sulla strada per il santuario, finiscono con il pullman nella scarpata?
è impossibile andare in un pronto soccorso senza trovarvi un bambino che soffre.

gli insetti non si ammalano, invece.
- è perché sono esseri semplici. la macchina più è complessa più ha probabilità di ammalarsi
- a questa stregua, Dio dovrebbe essere sempre a letto con la febbre.
- no, perché noi siamo esseri finiti. è la mescolanza finito/complesso che è esiziale.
- non è vero. i computer sono finiti ma si ammalano tutti con la stessa probabilità, a prescindere dalla loro complessità.
- sbagliato: i computer sono tutti uguali, la complessità non è che una maggiore capacità di calcolo. e uomini molto stupidi possono campare assai meno di uomini molto intelligenti.
- il cane è meno complesso dell’uomo, così il pesce rosso. la loro speranza di vita è nota.
- sì, ma il cane e il pesce si ammalano meno.
- allora mettiamola così: un algoritmo è sempre finito e può essere estremamente complesso. l’algoritmo estremamente complesso viene eseguito senza errori sempre e comunque. ovvero, la complessità di un algoritmo non comporta patologie che ne possano determinare la non eseguibilità
- la natura non è algoritmica.
- già.

giovedì 5 giugno 2008

la foto del vecchio

leggo gli eccitati blog di alcuni miei coetanei e mi sento il solito disadattato.
non mi eccita il nuovo disco di nessuno, e non compro nessun nuovo disco da anni (magari se me li regalassero li ascolterei e mi ecciterei, chissà)
non vado quasi mai al cinema
non vado a nessun concerto dal 1996 (ac/dc, forum di assago)
non vado allo stadio
non vado ai musei e non vado alle mostre (mi dà fastidio la gente, la coda, la folla, non capisco il fatto in sé, soprattutto)
non vado a ballare da anni
non canto più in macchina mentre guido. e poi guido sempre peggio.
se passo la notte in bianco è solo perché ho mangiato troppo
la sera mi piace stare a casa.

qualcosa mi eccita ancora, però.
mi eccitano le donne, preferibilmente nude, o in lingerie bianca o nera, non rossa.
mi eccita parlare di politica, o di qualsiasi altra cosa, con persone intelligenti
mi eccitano i giochi per playstation e wii
mi eccita guardare film e sport in televisione
mi eccita, talvolta, suonare.

è la fotografia di un vecchio.

l'ansia di scegliere

una volta si trattò di scegliere il numero da apporre sulla mia bicicletta.
lo ricordo come un momento di ansia terribile.
perché scegliere?
è una cosa che non ho mai capito.
non capisco tutti quelli che scelgono in continuazione in ordine a cose completamente inutili. il colore dell’asciugamano, la marca del portaombrelli.
gli amici si scelgono, e a volte le mogli.
non si scelgono i figli, i genitori. eppure li amiamo lo stesso.
cos’è tutta questa ansia di scegliere?
le scelte di una vita dovrebbero ridursi a un numero piccolissimo.
invece i pedagoghi ci dicono che è importante che il bambino sviluppi un suo carattere, una sua capacità critica, iniziando a scegliere sin da piccolo.
il mio sogno è avere una persona che scelga i miei vestiti, le mie scarpe, la mia automobile, la mia casa, i mobili che la arredano. vorrei scegliere il meno possibile. non credo nelle virtù taumaturgiche della volizione. semmai il contrario.
la scelta è un’altra foppa in cui incappare.
simulacro della creazione. illusione di potenza. inganno della volontà.
il desiderio di crederci artefici del nostro destino porta a conseguenze aberranti.
non sono determinista. non credo in dio. non credo.
e a questo punto il discorso porta lontano.

giovedì 29 maggio 2008

la mia campagna

mi capita spesso di dormire in una casa di campagna, al sud, solo, ospite di persone gentili che mi consentono di non pagare miserabili camere d'albergo.

le prime volte ero un po' spaventato, poi mi sono abituato, e ora riesco a camminare da una stanza all'altra nel buio fitto, tra gli scricchiolii

in casa c'è un grande silenzio di uomini, mentre fuori cani, gatti, rumori d'ogni tipo, quasi sempre il vento, che muove rami e fronde e fa sbattere le tapparelle.
in casa ragni e i più vari insetti, fuori animali misteriosi che compiono invisibili manovre tra il fogliame tutto uguale.

d'inverno mi riscaldo un pochino con una stufa a gas, di quelle con la bombola dietro la griglia. l'accendo appena entro in casa, poi mi spoglio, accendo la televisione in bianco e nero, metto sulla raiuno, che si vede abbastanza bene. accendo la candela, spengo la luce. prima di addormentarmi spengo la stufa, poi la tv, poi la candela, che lascia un buon aroma nella stanza. d'inverno è bello perché non ci sono gli insetti, e sotto il piumone alla fine si sta abbastanza bene.

d'estate fa molto caldo. per cercare di dormire a volte metto il materasso fuori dalla porta, per terra. il materasso è vecchio e scoppiato, quindi non credo di fargli un gran torto. il problema d'estate è che ci sono delle specie di zanzare microscopiche e silenziosissime che mi tormentano per tutta la notte. sia d'estate che d'inverno, in ogni caso, il coprimaterasso che mi viene consegnato è inidoneo, nel senso che non resta mai dove lo metto e quindi mi sveglio sempre, tutte le mattine, con il corpo direttamente a contatto col materasso e con la fauna impercettibile e perniciosa che lo abita.

c'è l'aria pulita. e quasi sempre il cielo è sgombro, così prima di dormire riesco a stare qualche minuto sul ballatoio che sta sopra il giardino a guardare le stelle.
mi appoggio alla ringhiera, dico cose a voce alta tanto non mi sente nessuno, ed è bellissima questa certezza, poi riacquisto un po' di pace e sto anche io zitto.
così partecipo alla natura. sto in ascolto e guardo il cielo.
e finalmente, solo, lì, in mezzo alla campagna, sotto le stelle, sotto le stesse stelle che furono di tanti prima di me, finalmente capisco.


giovedì 22 maggio 2008

giù le mani dal valoroso popolo rom

noto con piacere che la moda del momento, sui blog, è la difesa dei rom.

benissimo.