ieri ero in udienza in aula sfratti. mentre aspettavo il mio amico e collega AM che si trovava nell'imbarazzante situazione di dover sfrattare, con suo grave dispiacere di uomo democratico, un marocchino detenuto presso il carcere di opera, mi sono messo a scorrere pigramente i fascicoli archiviati che giacciono tranquilli e liberi tra gli scaffali nella medesima aula sfratti.
nel giro di pochi minuti avrò fatto passare una trentina di ricorsi ex art 610 c.p.c., un paio di istanze ex art 6 L 431/98, una dozzina di ricorsi ex art. 611, sempre del c.p.c., e altre cose sparse.
allora mi sono reso conto che il lavoro del magistrato è veramente una rottura di coglioni. subito quindi mi sono dato dello stronzo, avendo io spesso gradito parlar male degli amici giudici. ho pensato guarda un po' questi che mestieraccio, decine e decine, centinaia di istanze, ricorsi, appelli, impugnazioni, comparse, memorie, note, deduzioni. tutti che vogliono, tutti che chiedono. e tu che devi soddisfare tutti. non puoi dirgli questa causa mi annoia, la sentenza non la voglio fare. la devi fare per forza. e fatta quella ce ne sono altre cento, più noiose ancora. e devi motivarli tutti, i provvedimenti (a parte certi decreti, ma sono pochini). motivare, dire, spiegare, scrivere, e scrivere bene. e non è mai finita, finché non vai in pensione. e poi gli avvocati che vengono a romperti le palle, che non sono mai contenti, che non capiscono, che si arrabbiano, che ti aspettano fuori dalla stanza per chiederti perché.
una vita d'inferno. io mi sono immedesimato, come si dice. davvero. mi sono detto ho sbagliato a parlar male dei giudici, guarda quanta cacca devono spalare.
poi oggi ho avuto un provvedimento di un giudice. l'ho letto, e mi sono sentito come sempre uno stronzo fumante. poi ho letto il codice. l'ho riletto. ho letto i miei atti. ho letto la giurisprudenza. mi sono consultato con colleghi. ho riletto il provvedimento.
quindi ho realizzato che lo stronzo, per una volta, non ero io.
giovedì 11 dicembre 2008
i magistrati, gli avvocati, le parti /4
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lunedì 8 dicembre 2008
semel magistratus, semper magistratus
tutto giusto quello che scrive andrea romano, che è il migliore di tutti.
tuttavia, ritengo che la classe di coloro che amministrano la giustizia in Italia incontrerà la stima che si merita solo il giorno in cui ognuno dei 58 o quelli che sono milioni di italiani ci avrà avuto personalmente a che fare.
dal momento che ciò non accadrà mai, possono restare tranquilli.
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sabato 19 luglio 2008
i magistrati, gli avvocati, le parti /2
i magistrati sono ignoranti di un'ignoranza deprimente.
un'ignoranza irrimediabile, integrale, disumana.
molti di loro poi sono dei mentecatti, il che, a ben vedere, è strano.
ho girato molti meccanici, medici, gommisti, operai edili, ragionieri, elettricisti e nessuno di loro era un pazzo. gli ingegneri, per esempio, sono un po' strani ma è perfettamente comprensibile, dal momento che tutti loro hanno studiato cose come analisi I, analisi II e meccanica razionale. è normale che dopo aver superato con profitto l'esame di meccanica razionale uno poi faccia fatica ad allacciarsi le scarpe o non sappia compilare un assegno. stessa cosa, si capisce, per colui che otto ore al giorno per 5 anni si occupa di trovare la parola mancante nel frammento di alcmane; stessa cosa, posso arrivare a dire, anche per colui che si è sciroppato la critica della ragion pratica, la critica della ragion pura e la critica del giudizio.
meno comprensibile se il soggetto in questione ha semplicemente superato un concorso, certo difficile, nel quale tuttavia era richiesto di conoscere la differenza tra risoluzione, recesso e rescissione, ovvero tra i diversi modi di estinzione dell'obbligazione non satisfattivi.
eppure, tant'è.
uno supera un concorso pubblico e dopo 6 mesi il destino di migliaia di persone è nelle sue mani.
a quel punto si aprono due strade: il terrore della spaventosa responsabilità; la totale indifferenza. nel 99% dei casi il giovane magistrato prende la seconda. il perché ciò accada mi è assolutamente incomprensibile.
gli avvocati sono, per la maggior parte, dei tragici automi.
gli avvocati sono come le bionde con la minigonna.
m spiego. ogni giorno vedo, senza alcuno sforzo, almeno una trentina di donne perfettamente uguali. uguali nel vestito, nel gesto, nel linguaggio. ascoltano la stessa musica, leggono lo stesso giornale, pensano la stessa cosa, dicono le stesse cose, hanno gli stessi desideri, le stesse idee, vivono la stessa vita. l'uomo è riuscito a realizzare il mondo degli ultracorpi. i film di fantascienza degli anni '50 pensavano che i marziani fossero tutti uguali. tutti coi loro vestitini, sincronizzati nel pensiero, nella parola e nel movimento. dall'astronave aliena non potevano uscire che milioni di alieni identici. siamo noi, così. non i marziani.
ebbene, gli avvocati, anche loro, appunto.
gli avvocati si ripetono gli uni agli altri le stesse frasi. c'è la frase da dire a inizio telefonata, quella quando il gioco si fa duro, quella al collega antipatico fuori udienza. sono centinaia di sintagmi, di luoghi comuni, di citazioni tralatizie, di esercizi di mimesi.
ogni circostanza, una frase.
gli avvocati sono come i primi robot. quelli che erano addestrati a pochi semplici comandi: vai, fermo, alza il piede, fai il saluto.
la cosa bella è che a loro piace da morire. come alle bionde dal parrucchiere che guardano il servizio fotografico su vanity fair.
le parti sono detestate dai magistrati e dagli avvocati e siccome lo sono si comprano vanity fair e iscrivono i figli a giurisprudenza, se sono intelligenti; se sono stupidi, li mandano da maria de filippi.
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venerdì 26 ottobre 2007
"loro"
il post precedente era sul pesante.
ritengo opportuno alleggerire la zona tornando sui binari e sugli argomenti a me più cari.
la dottoressa clementina forleo, magistrato della repubblica, ha tenuto di nuovo banco (e con lei altri due magistrati) in televisione ieri sera (tre ore fa, insomma).
tra le altre cose ha dichiarato che è dovere del magistrato esporsi sui media. esporsi e finanche sovraesporsi.
ebbene, io credo che i magistrati per legge non solo non dovrebbero poter parlare; non dovrebbero nemmeno avere né un nome né un cognome. dovrebbero chiamarsi magistrati. come i soldati. come i preti.
solo la carica. solo così.
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lunedì 15 ottobre 2007
ecco lui per esempio
in questo momento serena dandini sul divano della sinistra democratica e colta sta conversando amabilmente con un magistrato. si danno del tu. dietro di loro un enorme poster col suo nome.
si tratta di un uomo meridionale, bello, sicuro di sé, camicia nera con maniche rimboccate, jeans slavato, sorriso compiaciuto. alle domande della conduttrice risponde con disinvolta vanità. scrive libri. si parla dei suoi vizi, si parla del codice penale, si parla di politica, del fratellino disegnatore di fumetti. applausi. citazioni letterarie. non sbaglia una battuta. è una star.
ecco, costui è esattamente il contrario di come dovrebbe essere un magistrato.
si chiama carofiglio. gianrico carofiglio.
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venerdì 5 ottobre 2007
i magistrati, gli avvocati, le parti.
ieri sera ho visto il film l’appuntamento, di jean delannoy (1961). bello. ben girato. annie girardot emozionante.
quindi mi sono perso la puntata della trasmissione di santorre nella quale, ho poi visto, è intervenuta la clementina nazionale.
qualche parola sui magistrati.
i magistrati si rompono i coglioni.
entrano in magistratura perché essere magistrati è bello, dà lustro, onore, gloria, un po’ di danaro, e diverse immunità.
quello che non sanno quando passano il concorso è che poi devono fare le sentenze.
gli avvocati invece lo fanno solo per il grano
fare l’avvocato è facile. una volta superato l’esame, e prima o poi lo superano tutti, si comincia.
è un mestiere che può fare chiunque. non bisogna essere particolarmente intelligenti, preparati, colti, onesti.
è un po’ come fare il benzinaio, o il cameriere.
la cosa bella è che puoi chiedere al cliente quello che vuoi tu.
e allora fuoco a volontà.
i clienti, generalmente, sono brutta gente.
non è sbagliato dire che un po’ sono stati male educati dagli avvocati.
mentono, non si fidano, non pagano, scappano, ti si rivoltano contro.
già quindici anni fa sentivo dire l’orrida frase "il cliente è il tuo peggior nemico".
insomma, io cerco di fregare te, tu cerchi di fregare me. questo è il rapporto cliente-avvocato.
sopra di essi c’è il giudice.
il giudice si alza la mattina e solo al pensiero di un’udienza con 40 avvocati alle ore 9.30 gli viene il mal di testa.
infatti a volte non ce la fa. chiama la cancelleria e dice "ho mal di testa, mettete fuori dalla mia aula un cartello che le cause sono tutte rinviate a data da destinarsi". e torna a letto. o porta il bambino al parco. quando ce la fa, arriva (in ritardo) e comincia l’udienza. le cause sono sempre tante, troppe. non gliene interessa nemmeno una. sempre le solite palle. la solita gente che litiga senza motivo. e poi gli avvocati, che prendono più soldi di lui e lui gli deve pure liquidare le spese, gli avvocati che spingono i clienti a fare ‘ste cause senza motivo. all’ora di pranzo ha finito e va a casa.
a casa lo aspettano milioni di sentenze da fare. si sente male. lui cerca di farle, ma quelle più ne fai e più te ne danno da fare. è un inferno. dopo un paio d’anni di questa vita comincia a vivere in un mondo tutto suo. sogna, levita, se ne va, sparisce. resta il suo corpo. alcuni si mettono a scrivere libri, diventano ospiti fissi al processo del lunedì, scendono in campo, cambiano mestiere.
l’avvocato si alza la mattina ed è in tensione per l’udienza. vada come vada la quale, tornato in studio pensa a come portare a casa un po’ di soldi. lo studio costa. e poi deve comprare la macchina nuova. e poi c’è la famiglia. quindi si concentra sulla parcellazione. qui ognuno ha il suo sistema. verso le 19 o verso le 20 va a prendere l’aperitivo con altri stronzi come lui. dice cose che non pensa a gente che non lo ascolta e che guarda solo come è vestito. dopo l’aperitivo, a casa a rompersi i coglioni oppure fuori a cena a continuare la mascherata. dopo un paio d’anni alcuni si convincono di quello che stanno facendo e proseguono tranquilli. altri diventano dei disadattati e prima o poi finiscono con il massacrare la famiglia o nel silenzio perpetuo di un eremo.
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martedì 17 luglio 2007
femore spirituale
l'ex presidente emerito della repubblica nonchè magistrato (semel magistratus, semper magistratus) oscar luigi scalfaro, ha partecipato in data 16 ottobre 2001 a un incontro radiofonico con il giornalista di radio 24 giancarlo santalmassi. in quella propizia occasione il presidente ha chiuso la trasmissione con le seguenti parole: "quindi il discorso è: pensare agli altri, lavorare per gli altri, sacrificarsi per gli altri, e salire e scendere le scale del potere senza rompersi il femore spirituale, perché la rottura del femore spirituale è peggio della rottura di tutti e due i femori veri".
ecco, credo che questa icastica e fortunata metafora debba essere ricordata e tramandata. più ancora che con il celeberrimo "non ci sto", qui il presidente scalfaro - nato, mi piace ricordare, il 9 settembre 1918 - indovina un messaggio, un monito al contempo forte e premuroso. qui trova la più felice coniugazione tra politica e geriatria. la preoccupazione, evidente, per il femore osteoporotico dell'anziano si sposa perfettamente con la visione diacronica dell'impegno istituzionale.
quando sarà il suo momento, il più tardi possibile, è con questa frase che vorrò ricordarlo.
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