venerdì 25 gennaio 2013

la m.b. della crescita


basta con questa maxiballa (come direbbe Craxi) della "crescita".

il nostro mondo (Italia, 2013) è sufficientemente aristotelico per permetterci di essere abbastanza sicuri che non si possa avere una cosa e il suo contrario nello stesso tempo.

un mondo in cui tutti sono miliardari può esistere, ma la sua speranza di vita è di un giorno, giorno più, giorno meno.
può esistere invece, a lungo, un mondo in cui tutti sono a pane e acqua.

ma parliamo di crescita.
crescita e lavoro, per esempio, sono grandezze direttamente proporzionali.
per sommi capi, in un sistema senza particolari distorsioni, se aumenta la produzione aumenta il benessere generale, aumentano i consumi, aumentano i risparmi, aumentano gli investimenti, aumentano i servizi, aumenta il reddito nazionale.
allo stesso modo, se diminuisce il lavoro (meno lavoratori, meno imprese, meno materie prime, meno produzione, ovvero diminuzione generale dei fattori produttivi) diminuisce la "crescita del paese".

quindi, se si lavora 36 ore a settimana anziché 48, come fino a non molti anni fa, il paese decresce.
se lo Stato tutela la malattia, le ferie, i congedi parentali, la gravidanza, i permessi, l'impresa ha un costo non equamente retribuito dall'assenza del lavoratore, quindi produce meno e il paese decresce.

il lavoratore però ormai ha il sedere largo e caldo al punto da non voler rinunciare al permesso retribuito, alle ferie, all'indennità, al periodo di comporto, alle 36 ore settimanali.
benissimo, dico io.
forse qualcuno dovrebbe dire al lavoratore che con le 36 ore settimanali, le ferie pagate e la 14.ma mensilità fra un po' non solo non si potrà comprare il suo quinto iphone, ma nemmeno il latte per il suo bambino che il lavoratore ama certo moltissimo (il bambino, non il latte, o anche il latte, ma di più il bambino).

i paesi "in via di sviluppo" infatti sono proprio quelli in cui la tutela del lavoro e del lavoratore è pari allo zero (che poi è lo stesso motivo per cui anche da noi quando i nostri nonni e i nostri padri morivano come bestie in miniera o si spaccavano la schiena 10 ore al giorno 6 giorni su 7 in fabbrica il paese cresceva alla grande - che poi è lo stesso motivo per cui una casa, una fottutissima casa di 4 muri di mattoni, prima costava 30 stipendi, oggi ne costa 300 e tra 30 anni ne costerà 3000) ovvero paesi, come la Cina o l'India, in cui quando un lavoratore si ammala o perde un dito nella fresatrice ne arriva un altro al suo posto che lavora magari anche meglio, visto che ha fame.
paesi in cui quelli che per noi sono diritti fondamentali, non lo sono affatto.

allora cosa dire all'amico lavoratore?
potremmo chiedergli di scegliere se preferisce trascinare i suoi "diritti quesiti" finché pioveranno, come nella pubblicità della Vodasone, ipad dal cielo e una bottiglia di latte costerà 500 euri, o riportare le chiappone in fabbrica. probabilmente il nostro amico sceglierebbe la prima opzione, perché ottuso o pigro o animato da un inguaribile ottimismo o perché sufficientemente lucido da sapere che almeno per lui e per il suo amato bimbetto ci saranno pastasciutta e divano, tv satellitare e svaghi, e tanto gli basta.

no, non è una domanda che possiamo fare all'amico lavoratore. sarebbe inutile, e anche crudele.
lasciamolo stare lì dov'è, ad ascoltare il dibattito elettorale, i programmi, le idee, lasciamolo andare a votare, con la speranza di avere più soldi in tasca a fine mese e più giorni disponibili per la settimana bianca, che è l'unico motivo per cui va a votare.
perché?
perché il processo è irreversibile.

Russia, Brasile, Cina e India arriveranno a darsi leggi- statuto dei lavoratori, garanzie per i disabili, tutela degli infermi, degli anziani, delle mamme e dei deboli. e quindi anche per loro arriverà l'epoca di quella che qui chiamano "crisi" (che parola ridicola).

il capitale genererà ancora intelligenze vaste e altissime, che permetteranno progressi nella medicina e nella tecnologia, ma non potrà impedire, a lungo termine, la distruzione del pianeta, unico sipario possibile per la sua tragica rappresentazione.

forse Aristotele, questo, non l'aveva previsto.
ma tutto sommato forse gli importava poco.

mercoledì 23 gennaio 2013

andare al cinema è una rottura di coglioni

non ci vado mai al cinema. quasi mai. ci sono andato ieri. e per un bel po' mi terrò alla larga.
andare al cinema per me è una rottura di coglioni perché ogni volta che ci vado c'è un sacco di altra gente dentro la sala.
c'è gente in coda per fare il biglietto. c'è gente che ti si siede di fianco, davanti, di dietro. una cosa insopportabile.
gente che si muove, gente che parla, che beve, che mangia, che ride, insomma che fa un sacco di cose che io non voglio vedere o sentire quando guardo un film. gente che arriva quando il film è già iniziato e si siede facendo casino e oscurando lo schermo.
questa stessa gente poi, appena vede la parola "fine" o "the end" o cominciano i titoli di coda, si alza e va via, perché giustamente non è interessata a vedere o a sapere altro. così io che invece voglio vedere i titoli di coda con la massima attenzione non ci riesco, o devo alzarmi e cercare di vedere qualcosa tra un cappotto e l'altro, cosa che mi fa imbestialire.
una volta in un cinema di catania il proiezionista era talmente abituato a questo simpatico costume che ha spento il proiettore appena finita l'ultima scena del film. e nessuno, a parte il sottoscritto che si è preso la questione (come dicono laggiù) ha avuto qualcosa da dire.
poi questa gente esce e si piazza davanti all'uscita e si mette a chiacchierare, cosi devo farmi largo tra la folla anche dopo.
vorrei essere come quei produttori alla Monroe Stahr che si fanno proiettare i giornalieri o anche tutto il girato in una sala tutta per loro, senza nessuno che rompe le palle.
invece devo pagare 8 o 9 pezzi per il privilegio di avere scarpe e ginocchia altrui costantemente conficcate in vari punti della mia schiena, ascoltare i commenti off di ragazzine bifolche, tollerare a un centimetro da me il corpo di un altro uomo con il quale non ho alcun desiderio di contiguità, almeno quando sto vedendo un film.
il cinema è un'esperienza individuale, non collettiva.
difficile comprendere tutta questa gente che si rinchiude volontariamente in una sala buia per vivere collettivamente un'esperienza necessariamente individuale.
quindi, viva le televisioni sempre più grandi, così uno i film se li guarda a casa sua e non si fa vedere in giro, che è sempre una cosa buona.

lunedì 14 gennaio 2013

poi uno dice il burattinaio

sabato sono andato al mediaworld per comprare un ricevitore digitale terrestre per la televisione della camera da letto, perché io di notte prima di addormentarmi guardo la tv e la prima cosa che faccio al mattino appena sveglio è accendere la tv e guardare raistoria che è uno dei canali più belli.
ho installato l'apparecchietto ma non funzionava bene e allora l'ho riportato indietro e me l'hanno cambiato, poi quando sono tornato a casa ho scoperto come al solito che sono un pirla perché in realtà funzionava benissimo quello di prima visto che il nuovo, che secondo me non era nemmeno nuovo perché la confezione era sì chiusa con quei nastri bianchi rigidi ma dentro i pezzi erano privi dei regolari involucri protettivi e quindi ho scoperto di aver cambiato un ricevitore nuovo con uno usato, dava lo stesso problema di quello vecchio, ero io che mi sarei dovuto ricordare che il mio tv mivar è vecchio e ogni tanto non va automaticamente su AV oppure ci va ma poi misteriosamente scappa via e allora non si vede più niente.
così stanotte sono andato a dormire verso le due e mi sono messo sul canale Iris e dopo un po' mi sono addormentato. ho dormito tutta la notte con la tv accesa. ogni tanto mi svegliavo per il rumore di quello che succedeva in tv, saranno passati due o tre film. e stamattina ho sentito la sigla di un telefilm che secondo me era A-team, ero in quello che si dice dormiveglia e sentivo questa sigla che poi io A-team non l'ho quasi mai visto, è uno di quei pochi telefilm anni 80 che non mi piacevano però ero quasi sicuro che fosse A-team (adesso so che era A-team perché ho cercato su youtube e ho avuto la conferma) ma siccome stavo più o meno dormendo il mio cervello ha creato un telefilm diverso in cui la squadra di A-team era composta da Mazinga, Daitarn, l'Uomo Tigre e un altro essere tipo robot ma con la faccia da cane, o da volpe, non mi ricordo bene. erano questi 4 supereroi sul ciglio di una scarpata, uno di fianco all'altro tutti in posa marziale ed eroica e sotto sentivo la sigla, poi succedeva qualcosa, c'era un po' di azione, e mi ricordo che notavo con dispiacere che l'Uomo Tigre era leggerissimamente più basso degli altre tre, ma a quel punto il sonno profondo prendeva il sopravvento. poi un po' dopo mi sono svegliato un'altra volta perché c'era un'altra sigla, e su quella non potevo sbagliarmi, perché era la sigla di Hazzard, questa è la ballata di bo e luke, due ragazzi in gamba con la marcia in più (o con "una" marcia in più, non ho mai capito cosa dice il cantante) e perché io di Hazzard ho visto tutte le puntate, tutte nessuna esclusa, con mio fratello, nei nostri pomeriggi casalinghi trascorsi a giocare e guardare telefilm senza mai fare i compiti. e in effetti penso che succeda anche agli altri di sentire o vedere qualcosa nel sogno che poi quando sei completamente sveglio ti rimane in testa e non se ne va per un bel po'. infatti mi sono alzato con la canzone di Hazzard bella fissa nel cranio, che Hazzard era già finito da un pezzo e comunque non l'avevo neanche visto perché dopo la sigla mi ero addormentato un'altra volta, sono andato al cesso canticchiando la ballata di bo e luke, mi sono lavato, sempre in compagnia dei due di cui sopra, ho acceso la tv del soggiorno e l'ho guardata per un po' e sempre con Hazzard in testa, poi mi sono vestito e mentre ero sulla porta la custode mi ha citofonato per dirmi che c'era quello del gas che veniva a fare la lettura, allora l'ho aspettato e gli ho chiesto se sapeva dov'era il contatore, lui mi ha detto no. l'abbiamo cercato fuori sul balcone ma non c'era. poi mi sono ricordato che era dentro un mobile, l'avrò visto 1000 volte e sono tre anni e rotti che abito in quella casa ma in quel momento non mi ricordavo dov'era. l'uomo del gas ha fatto delle foto e poi mi ha detto che aveva l'ordine di staccarmi il gas. ma come, ho detto io, no! in realtà ho fatto la finta perché lo sapevo che avevo un sacco di bollette del gas non pagate, che poi qualche mese fa mi avevano staccato anche la luce. allora lui mi ha detto senta se paga subito forse non glielo staccano, perché per staccarlo devono venire con l'autoscala e tranciare il tubo. accidenti, ho pensato. allora dopo un minuto sono sceso e l'uomo del gas era giù che parlava con la custode per sapere quanti piani sono nel mio stabile, quante scale e chi è l'amministratore. nel frattempo io, sempre con la sigla di Hazzard in testa, sono andato in macchina e pensavo se era meglio andare direttamente alla A2A e pagare lì oppure pagare comodamente online dallo studio e ho scelto di andare in studio.
arrivo in piazza Buozzi e devo dare la precedenza, cosa che non mi crea nessun problema. e in quel momento, da sinistra, arriva un furgone (un VW Crafter per la precisione) che sulla fiancata ha disegnata la macchina di bo e luke, ovvero il Generale Lee, con lo 01 e tutto il resto. identica all'originale.
accidenti, ho detto. erano trent'anni che non sentivo la sigla di Hazzard, se non son trenta son ventotto, e stamattina la risento, e mi resta in testa, 'sta ballata ridicola, che c'ha pure un middle eight ancora più ridicolo, mi resta in testa in continuazione, e mentre sono in macchina e ascolto la Bonino che parla del funerale della Melato con la sigla di Hazzard in sottofondo, appare davanti a me la macchina di Hazzard. e allora ho pensato quante possibilità c'erano di incontrare, proprio stamattina, a un incrocio non semaforizzato, un furgone con disegnata sopra la macchina di Hazzard, considerando tutte le variabili, ivi compreso il numero n di veicoli circolanti a Milano che abbiano disegnato il Generale Lee sulla fiancata?
poche.

venerdì 11 gennaio 2013

due film, e forse altro

camminò a piedi nudi sull'erba, la mano di lei nella sua.
si sdraiò ai piedi di un albero, la testa sul suo grembo.

non esiste il caso, non esiste il tempo. e noi siamo la nostra memoria
bla. bla.

il nostro problema è che la cognizione del tempo è la condanna alla cognizione del tempo.

uno dei film più belli degli ultimi duecentomila anni è Eternal sunshine of the spotless mind. decisamente un film da vedere e ri-vedere.

l'uomo ha fatto molti film sul tema del tempo e della memoria. molti belli, altri no, come sempre.
non ho voglia di elencarli.
il più brutto di tutti è Memento, di Christopher Nolan, uno dei registi più sopravvalutati del mondo e, come spesso accade, anche uno dei più boriosi.
il più divertente, per quanto ricordi, è “Clean slate” (“Amnesia investigativa” il titolo italiano) in cui Dana Carvey interpreta un investigatore che non ricorda quello che è successo il giorno prima. l’ho visto una volta sola e me lo ricordo bellissimo, poi chi lo sa. Dana Carvey è assurto a membro permanente del mio personalissimo empireo quando l’ho visto fare l’imitazione di Paul McCartney al David Letterman show. poi gli ho visto fare altre cose divertenti e geniali. da noi è famoso solo per il film Fusi di testa, che aprì a Mike Myers, ma non a lui, le porte del successo planetario.

poi c'è Midnight in Paris, visto 5 o 6 volte di seguito.
Allen sa che la nostalgia è tratto incancellabile dell'animo umano. ma al suo alter ego fa incontrare un'illuminazione che lo porta ad apprezzare in via definitiva il presente. il film è delizioso, al di là del tema. io sono rimasto sconvolto da una scena in cui Marion Cotillard, che interpreta una giovane amante di Picasso, racconta, brevissimamente, la sua vita. mi è sembrata un'interpretazione perfino al di là delle intenzioni del regista. una specie di trasfigurazione cinematografica, di ipercinema. mi è apparsa allo stesso tempo fragilissima, debolissima, addolorata, anzi disperata, e, impercettibilmente, un velo negli occhi, cattiva. sono rimasto ossessionato per giorni dalla Cotillard, e ancora lo sono dal pezzo di Stephane Wrembel, che punteggia le notti vaghe del protagonista.
qui decidono di vivere l'oggi. e si incamminano la notte sul lungosenna sotto la pioggia.

là ci riprovano.
erano sinceri, ci hanno provato, il cuore pulito, ma è andata male. si sono fatti male, entrambi, al punto di volersi cancellare l'uno dalla vita dell'altro. poi il caso - il caso - li fa ritrovare. e, fatta la terribile scoperta, ci riprovano.
è l'unica scommessa per cui vale la pena vivere: rivivere qualcosa sperando che possa andare diversamente. sperando di poter cambiare.

proprio come quando guardiamo un bambino.
lo guardiamo perché solo guardandolo speriamo di riuscire a rivivere lo stupore.


giovedì 10 gennaio 2013

il processo irreversibile


bang.
freddo. poi la cellula, poi, l’uomo.
pietra, bronzo, ferro.
l’agricoltura, poi l’industria.
e poi, bang.

Dio disse: “sia la luce”
e la luce, purtroppo, fu.

sabato 22 dicembre 2012

il corpo è elettrico, ma la spina è staccata

The sprawl and fulness of babes, the bosoms and heads of women, the folds of their dress, their style as we pass in the street, the contour of their shape downwards, The swimmer naked in the swimming-bath, seen as he swims through the transparent green-shine, or lies with his face up and rolls silently to and from the heave of the water, The bending forward and backward of rowers in row-boats, the horse-man in his saddle, Girls, mothers, house-keepers, in all their performances, The group of laborers seated at noon-time with their open dinner-kettles, and their wives waiting, The female soothing a child, the farmer's daughter in the garden or cow-yard, The young fellow hosing corn, the sleigh-driver driving his six horses through the crowd, The wrestle of wrestlers, two apprentice-boys, quite grown, lusty, good-natured, native-born, out on the vacant lot at sundown after work, The coats and caps thrown down, the embrace of love and resistance, The upper-hold and under-hold, the hair rumpled over and blinding the eyes; The march of firemen in their own costumes, the play of masculine muscle through clean-setting trowsers and waist-straps, The slow return from the fire, the pause when the bell strikes suddenly again, and the listening on the alert, The natural, perfect, varied attitudes, the bent head, the curv'd neck and the counting; Such-like I love- I loosen myself, pass freely, am at the mother's breast with the little child, Swim with the swimmers, wrestle with wrestlers, march in line with the firemen, and pause, listen, count.

Il corpo morbido e pieno dei neonati, il petto e il capo delle donne, le pieghe delle loro vesti, il loro stile mentre attraversiamo la strada, la loro sagoma dall’alto in basso, il nuotatore nudo in piscina, visto mentre nuota attraverso il trasparente verdebrillìo, o fa il morto e dondola silenziosamente avanti e indietro sul sollevarsi dell’acqua, il piegarsi ritmico dei rematori sulle barche, il cavaliere sulla sua sella, ragazze, madri, massaie che fanno le loro faccende, il gruppo dei manovali seduti a mezzogiorno con le loro gamelle aperte, e le mogli che aspettano, la donna che calma un bambino, la figlia del fattore nel giardino o nel prato, il giovane che sarchia il granoturco, il cocchiere che guida i sei cavalli della sua slitta tra la folla, la lotta òdei lottatori, due apprendisti, sviluppati, vigorosi, di buona indole, nati lì, su uno spiazzo vuoto al tramonto dopo il lavoro, gettati a terra giacche e cappelli, l’abbraccio di amore e di resistenza, la presa sopra la vita e sotto la vita, i capelli scompigliati che scendono sugli occhi e li accecano; la marcia dei pompieri nella loro uniforme, il gioco dei muscoli mascolini attraverso i pantaloni puliti e le cinture, il lento ritorno dall’incendio, la pausa quando la campana riprende all’improvviso a suonare, il loro tendere l’orecchio all’allarme, le naturali perfette varie attitudini, la testa piegata, il collo curvo e il contare; cose simili io amo - io mi abbandono, passo liberamente, sono al seno della madre con il neonato, nuoto con i nuotatori, lotto con i lottatori, marcio in fila con i pompieri, e mi fermo, ascolto, conto. 


da I sing the body electric, in Foglie d'erba, Walt Whitman


Mi fermo sempre, prendendo a pugni la mia tenace avversaria, a guardare i lavoratori. I manovali, gli artigiani, gli operai. A volte mi sorprendono e sono felice. Sono felice quando le loro mani e le loro parole palesano animi puliti, alti.  Molto spesso non è così.
Nel bellissimo Mac, di e con John Turturro, un signore sta costruendo un muretto di mattoni davanti a casa sua. Turturro ferma l'auto e lo osserva. Ne vede l'attenzione, la cura, la quiete, la bellezza.

L'altro giorno c'era, per la strada, una squadra di installatori di impianti satellitari. Udivo i loro suoni, vedevo i loro gesti. Mi sono fermato solo un minuto, perché non volevo che mi notassero, cioè non volevo che capissero che li stavo guardando, e ascoltando. Mi sono fermato e ci sono rimasto male. Come ci rimango male di fronte al commesso del supermercato, al muratore, all'idraulico.
E' più forte di me. Non riesco a non intristirmi di fronte alla rozzezza spirituale, allo slancio nel brutto.

Mi trovo di fronte a una equazione quasi sempre verificata. Una verifica ogni volta amarissima.

Immagino un muratore che con la cazzuola spiana la malta sopra il mattone, lavora sul bordo, liscia, rifinisce, e poi un altro mattone, con rigore e precisione. Lo immagino dopo il lavoro, dopo cena, a casa, sprofondare nella lettura di Walt Whitman, di Lucrezio. A un falegname, un uomo che possiede l'arte della carpenteria, durante la pausa pranzo, o la mattina, appena sveglio, piace, io lo so, la prosa meticolosa e lussureggiante di Vladimir Nabokov. L'artista ammira l'artista. Nella mia testa c'è - non c'è dubbio -  un tapparellista che non bestemmia, un uomo onesto, che insegna il lavoro al giovane apprendista, il lavoro che a lui è stato insegnato da un altro maestro, una catena sconosciuta di mani esperte che hanno tramandato i loro segni, le loro abilità. Nella mia testa c'è un idraulico che sa di matematica.

Invece i miei sensi percepiscono bocche rabbiose, mani sbadate, menti opache.

Io non sono tanto bravo con le mani. Rifiuto di pensare all'agilità della mia sinistra sulla tastiera come a qualcosa di minimamente significativo. Se mi avessero bocciato una seconda volta in quarta ginnasio mio padre avrebbe senz'altro mantenuto la promessa di mandarmi a lavorare. Non mi avrebbe salutato dottore in giurisprudenza. Sarei andato sul cantiere e avrei imparato qualcosa. Avrei corrotto i congiuntivi e avrei menato botte. E la sera avrei ruttato sul divano. Come faccio adesso.


mercoledì 19 dicembre 2012

il più bravo del mondo

votate lui.
votate lui, il più bravo, il più simpatico, il più intelligente.
lui, col suo eloquio travolgente, i calzoni che cadono, l'accento toscano, le mani svolazzanti, l'incontenibile carnalità, il delizioso e affilato gusto della provocazione.
lui che ha osato toccare il pacco di pippo baudo, lui che avuto il coraggio di tampinare raffaella carrà, lui che ha preso in braccio enrico berlinguer, lui che è salito sulle ginocchia di enzo biagi.
lui che a ritirare l'oscar c'è andato saltando sulle sedie, non camminando come tutti gli altri.
lui che ha mostrato che il grande regista è colui che è capace di fare ridere e piangere insieme, più toccante di Charlie Chaplin.
lui che ha lanciato attrici del talento di nicoletta braschi, in capolavori come il piccolo diavolo, il mostro e johnny stecchino.
lui che ha saputo sciorinare in un minuto, in diretta tv, tutti i sinonimi dell'organo genitale maschile e di quello femminile.
lui che ha interpretato un indimenticabile Pinocchio e un eterno Clouseau.
lui che ha recitato Dante come nessuno, facendo sembrare dei dilettanti Vittorio Gassmann, Carmelo Bene e Vittorio Sermonti.
lui che, finalmente, ha spiegato a tutti la Costituzione, anche ai professori (Tania Groppi, docente universitario, ha dichiarato di aver preso anche appunti per i suoi studenti - radiotre, oggi)

ma che ve lo dico a fa'? non serve tessere le lodi del più amato dagli italiani.

in Italia ci sono state, a mia modesta memoria, solo due persone che hanno avuto l'ardire di mettere in discussione il genio di roberto benigni. il primo è pino quartullo, regista e attore modesto, il quale ebbe la brillante idea di ironizzare sul nostro in un programma di raiuno, e dopo quella volta nessuno sentì più parlare di lui. il secondo è giuliano ferrara col suo foglio, sulle cui pagine improvvisò una campagna di boicottaggio contro benigni in occasione di un festival di sanremo di qualche anno fa, campagna che, come tutte le campagne di ferrara, non ebbe alcun successo.

io voglio lui, il roberto nazionale, alla guida del paese. lo voglio vedere tutti i giorni prendere in giro i politici e i corrotti, lui, cuore nero, buffone di corte, giullare del re, pagliaccio istituzionale. voglio vedere lui, la maschera a molla, la marionetta per adulti, il saltimbanco nazionale, il burattino dell'indignazione civile.

lo voglio sentire tutti i giorni, voglio sghignazzare a tutta strozza come tutti all'udire i suoi lazzi, le sue battute così originali su silvio berlusconi, il suo sarcasmo acre e pungente, la sua dialettica torrenziale, il suo slancio panico, la sua cultura vasta e profonda ma popolare e accessibile al tempo stesso,  il suo umanesimo universale, il suo viso sbarazzino, la sua risata fresca e argentina e la sua imprevedibilità romantica e fanciullesca.

voglio tornare bambino anche io e stupirmi e ridere e pensare che alla fine, il nostro mondo è un bel posto dove stare e la vita, sì, è davvero bella.

domenica 2 dicembre 2012

to do's / 2

svegliarsi, accendere la tv, guardare il telegiornale, andare al cesso, fumare, lavarsi, vestirsi, andare a lavorare, lavorare, tornare a casa, accendere la tv, cucinare, mangiare, bere, fumare, guardare la tv, spegnere la tv, spararsi.

sabato 24 novembre 2012

to do's

voglio riuscire a non andare mai a Londra.

venerdì 23 novembre 2012

johnny dorelli

l'altra notte ero sdraiato sul divano, col mio coprimaterasso che io uso come coperta, e stavo guardando un film con johnny dorelli che si chiama il mostro, un brutto film di luigi zampa, scarno e volgarotto e anche troppo scontato, per un film che non voleva esserlo. avevo un gran sonno, ma non riuscivo a dormire, e comunque volevo vedere il film. mi rigiro sul divano, cercando una posizione che non avrei mai potuto trovare, e improvvisamente mi accorgo di aver lasciato la porta di casa spalancata. mi spavento, perché temo che qualcuno sia entrato in casa e possa farmi del male. le luci sono spente, i lampi sconnessi della televisione molestano l'oscurità. mi avvicino alla porta e la chiudo. mi volto. dietro di me c'è johnny dorelli con una sedia in mano. mi si scaglia contro, cercando di uccidermi con la sedia. respingo come posso il suo attacco. la sedia ha le gambe di alluminio, come quelle che ci sono a scuola. johnny dorelli è molto aggressivo, violento. è determinato a finirmi. c'è una lunga colluttazione, durante la quale rintuzzo i suoi assalti. a un certo punto ci avvinghiamo l'uno all'altro. seguono rotolamenti, come Humbert con Clare Quilty. spossato, raggiungo il divano, dove continuo a vedere il film. johnny dorelli scopre, purtroppo, che l'assassino è suo figlio. lo perdona, avvinto dal senso di colpa. spengo la tv. nelle tenebre mi dirigo verso il letto. mi fermo davanti alla porta. è chiusa? sì. mi volto. dietro di me non c'è johnny dorelli.

giovedì 15 novembre 2012

non potest, qui iudex esse vult.


Alla radio ci sono le trasmissioni in cui è data la possibilità di intervenire agli ascoltatori.
Il tratto comune a tutti quelli che intervengono, su qualunque radio e in qualunque trasmissione, è che sono tutti dei deficienti assoluti.

Il che porta a due sole possibilità: a) tutti quelli che ascoltano la radio sono deficienti; b) tra coloro che ascoltano la radio, solo i deficienti telefonano. Io ascolto la radio, e non ho mai telefonato a una radio (anzi, l’ho fatto, una volta, adesso racconto questo fatto. Ero in bagno e mi stavo lavando, più o meno 25 anni fa. E sto sentendo una radio che avrei sentito solo quel giorno e poi mai più. Destino. C’è un conduttore che mette in palio un premio destinato al primo tra coloro che indovinano la parola mancante in una frase. La soluzione è molto semplice. Cominciano ad arrivare telefonate. Nessuno azzecca la risposta. Il conduttore insiste. Altre telefonate. Niente. La situazione diventa quasi imbarazzante. Nei piani della radio il tempo di assegnazione del premio avrebbe dovuto essere - si usa l'ausiliare avere se il verbo servile è seguito da essere- intorno ai 20 secondi, cioè il primo, massimo il secondo a beccare la linea. Altri interventi a vuoto. Il conduttore, che sta perdendo un po’ di verve, cerca di dare qualche suggerimento. Ancora acqua. A quel punto ci penso e dico non è possibile. Non so spinto da quali impulsi, prendo il telefono e chiamo. Sono in linea. Do la risposta. Il conduttore è sollevato, ha finalmente mollato il sacco a destinazione. Ritirerò il premio qualche giorno dopo. Mi ricordo una radio quasi casalinga, una lunga scala ripida. In un paese fuori Milano, dove non ero mai stato. E dove sarei andato, pochi anni dopo, a svolgere il servizio civile. Proprio lì, proprio in quel paese dove non ero mai stato, dove c’era una radio che non avevo mai ascoltato, una radio che presto avrebbe smesso di trasmettere, e dove ho vinto un premio perché ho risposto a una domanda. Tout se tient, mon vieux.) però non mi sento un deficiente assoluto, accidenti. Cioè il problema non è come nelle trasmissioni televisive che ce li mettono loro i concorrenti bifolchi così tu ti senti più intelligente e sei invogliato a partecipare, a vedere, a comprare i prodotti che passano nella “fascia”. Non è come nelle trasmissioni televisive che presentano esseri umani che si fanno umiliare da altri esseri umani pur di essere in televisione, si fanno umiliare in tutti i modi in cui un essere umano può essere umiliato, davanti ai pacchi, davanti a un cuoco, su una spiaggia. Alla radio la gente telefona spontaneamente, non sono scelti (c’è un piccolo filtro, ma giusto per scremare i pazzi che si sente subito che sono pazzi, perché io potrei anche essere un pazzo furbo e chiamare con voce calma e professionale e poi appena sono in diretta mettermi a bestemmiare. Questa è una cosa per esempio che non so come sia possibile che non accada mai. Mai nessuno che comincia dicendo salve sono paolo da roma e volevo intervenire sulla legge elettorale e poi giù una sequela di bestemmie orrende, prima di essere silenziato). La gente telefona e vuole, deve dire la sua intorno all’argomento. E tutto questo, non mi si dica per la celebrità. La radio garantisce un comodo e potente anonimato. Né per l’immortalità (sarei curioso di vedere gli archivi audio di una radio di medie dimensioni). Né, ovviamente, per una contropartita economica. Mi umilio, ma a pagamento, in tivù. Alla radio invece sono me stesso ed esprimo le mie opinioni.

Ed eccoci tornati al punto di partenza. Come è possibile che tutti i radioascoltatori siano così stupidi (perché, ragazzi, lo sono!)? e non venitemi a dire, babbini, che uno diventa stupido perché è emozionato. Dai, son cose che si capiscono.
Evidentemente la risposta è la b): telefonano solo i deficienti. Gli altri ascoltano la radio, cioè, spesso,  ascoltano persone deficienti che dicono cose deficienti. Ma se uno non è deficiente e non è, si presume, interessato a sentire persone deficienti, allora perché ascolta la radio? Non certo per sentirsi più intelligente, ciò che, quanto meno, è, potremmo dire, una gratificazione effimera. Perché spera, prima o poi, di sentir parlare persone intelligenti? Forse diamo troppa importanza all’intelligenza. Come all’amore. Dovremmo ristabilire le proporzioni, le gerarchie.
Però io una cosa voglio dire, visto che non ho tanta voglia di intervenire alla radio per dirla, e poi perché penso che se la scrivo qui, resta, diciamo, per sempre. E un domani se uno si vuole informare magari capita su questa pagina e trova la risposta alla sua domanda, o la confutazione alla tesi di cui è, ahimé, gelosissimo.
Ebbene, il fatto è che non commette reato un ottantenne che scopa una quattordicenne. Se essa è d’accordo, beninteso. E se l'ottantenne non è suo nonno. Se ne ha sedici, va bene anche il nonno.
Desidero riportare quello che ritengo un suffragio di qualche autorevolezza

Art. 609-quater.
Atti sessuali con minorenne.
Soggiace alla pena stabilita dall'articolo 609-bis chiunque, al di fuori delle ipotesi previste in detto articolo, compie atti sessuali con persona che, al momento del fatto:
1) non ha compiuto gli anni quattordici;
2) non ha compiuto gli anni sedici, quando il colpevole sia l'ascendente, il genitore, anche adottivo, o il di lui convivente, il tutore, ovvero altra persona cui, per ragioni di cura, di educazione, di istruzione, di vigilanza o di custodia, il minore è affidato o che abbia, con quest'ultimo, una relazione di convivenza. (1)
Al di fuori delle ipotesi previste dall'articolo 609-bis, l'ascendente, il genitore, anche adottivo, o il di lui convivente, o il tutore che, con l'abuso dei poteri connessi alla sua posizione, compie atti sessuali con persona minore che ha compiuto gli anni sedici, è punito con la reclusione da tre a sei anni. (2)
Non è punibile il minorenne che, al di fuori delle ipotesi previste nell'articolo 609-bis, compie atti sessuali con un minorenne che abbia compiuto gli anni tredici, se la differenza di età tra i soggetti non è superiore a tre anni.
Nei casi di minore gravità la pena è diminuita fino a due terzi.
Si applica la pena di cui all'articolo 609-ter, secondo comma, se la persona offesa non ha compiuto gli anni dieci.

E' che non ne posso più, anche se ormai siamo alla fine, di sentire parlare gente che se la prende con Berlusconi “perché va a letto con le minorenni”. In realtà non ne posso più di ascoltare o leggere le parole di gente che se la prende con Berlusconi. Lo trovo incredibile. E ogni tanto mi tocca pure di incontrare la Boccassini in tribunale. Che non è nemmeno una delle peggiori, a voler essere onesti. Nel senso che alla fine si occupa di queste cose qua, del premier che fa i festini con le mignotte vestite da suore, e va bene, spende i soldi (la Boccassini) dello Stato, mette in piedi il baraccone, ore e ore di intercettazioni, polizia giudiziaria, faldoni, udienze, testimoni, quintali di carta e di materiale, tutto inutile perché Mister B. non ha commesso alcun reato, ma appunto pazienza, ci sono tanti funzionari pubblici che sprecano i soldi della Pubblica Amministrazione, come i sindaci che investono sui derivati e fanno perdere miliardi ai comuni e poi io devo pagare l’area C e le multe e va bene, non è una delle peggiori, sono peggio quelle che pronunciano provvedimenti in materia di stato e famiglia, quelle, o quelli, che decidono realmente della vita di altre persone, tutti i giorni, decidono della vita di altre persone. Lo scrivo un’altra volta. Decidono della vita di altre persone. Quelli sono pericolosi. E lo sono perché non lo sanno, quello che fanno. Non solo. Si annoiano. Sono stanchi. Troppi fascicoli. Troppi avvocati. Troppa roba da leggere e da scrivere. Comprano la focaccia, prendono la bici, fanno i papà e le mamme, a cuor leggero, e la notte, otto ore di sonno saporito.
No, non va tanto bene.
Perché, come dice il mio amico U., parafrasandomi: chi vuole essere giudice non può essere giudice.

Quanto al premio, il premio era una confezione di prodotti per l’igiene personale.  
La risposta era “sfera”.

lunedì 22 ottobre 2012

anche la testa umana

stamattina ho pensato che ti dicono che devi ragionare con la tua testa. me lo sono detto anche io, devo ragionare con la mia testa.
poi ho pensato ma qual è la mia testa?
che cos'è la tua testa?

venerdì 5 ottobre 2012

il senso dell'esistere

svegliarsi dopo un terribile incubo per rendersi conto che tra poco sorgerà il sole.

avrei dovuto

avrei dovuto..., disse l'uomo.
quindi, opportunamente, morì.

mercoledì 29 agosto 2012

il direttore scrive

per me il post precedente, quello con i teletubbies, era bellissimo. epperò non è piaciuto a nessuno.
io non capisco.