il mago houdini (george marshall, 1953)
il giovane houdini, dopo aver vinto una sfida per aspiranti artisti dell'evasione, riceve una profezia di morte: un vecchio mago gli racconta di un collega tedesco che tentò un esperimento, fallito il quale non fu più lo stesso e si perdette. vede per houdini una fine ancora più tragica e lo ammonisce a non proseguire. houdini ne resta ossessionato. dopo anni di ricerche e di lettere ritornate al mittente, viene ricevuto in casa del mago tedesco dal suo assistente. il mago è appena morto, ma ha lasciato a houdini un modellino del suo tentativo. l'ossessione assume le forme di una pagoda, nella quale houdini finalmente incontrerà il suo destino.
è un'altra versione dell'uomo obbligato a inseguire la sorte. un luogo comune del cinema americano, come l'uomo braccato per il delitto che non ha commesso o il veicolo in corsa che sfonda la cancellata.
vidi il film una volta sola, da bambino, e ne fui sconvolto. la morte di un mago non è nell'immaginario di un bambino. mi ricordavo molto bene la scena dell'ultimo (fatale?) esperimento e quella, claustrofobica, sotto i ghiacci. mi ricordavo pure, incredibilmente, del delizioso, nebuloso finale, un raro esempio di understatement, per l'epoca e per il genere.
brama di vivere (vincente minnelli, 1956)
gli ultimi, disperati anni della vita di van gogh. uno strepitoso kirk douglas rende il suo omaggio - postumo, come tutti - ad un artista la cui sensibilità lo costrinse ad andarsene dal mondo. il regista ha provato a fotografare i luoghi delle tele e a riprodurli per il cinema insieme con esse. l'operazione non emoziona, ma resta comunque una prova curiosa e affascinante e il film è poco hollywoodiano abbastanza da restituire, per altro verso, un profilo umano vicino all'originale. un bel film, anche per chi conosce già la biografia del genio del colore (magari avendo letto, oltre le celeberrime lettere, il bellissimo libro di giordano bruno guerri).
c'è anche anthony quinn, attore che non mi è mai piaciuto, che interpreta un gauguin villano e manesco. dev'essere una questione di fisicità: anthony quinn fa sempre la parte del buzzurro, tutto sangue e carne, come spencer tracy, che se la tira in tutti i film, o steve mcqueen che fa sempre l'eroe solitario e quello che le donne gli cadono ai piedi a prescindere e lui non le caga neanche. dei tre, gli ultimi due sono quelli che proprio non riesco a vedere.
quasi famosi (cameron crowe, 2000)
crowe ha forse consapevolezza del suo non grande talento. è uno di quegli artigiani alla ron howard, bravi e ogni tanto capaci di qualche tocco leggero. il film è in buona parte autobiografico.
pazzi, pupe e pillole (frank tashlin, 1964)
capolavoro assoluto. tashlin ha diretto alcuni dei più bei film con jerry lewis. qui la sua comicità è a un livello apicale, punteggiata da momenti di autentico surrealismo (e una delicatissima critica, qualche anno prima di obama, al sistema sanitario americano). peccato per il titolo italiano che fa scempio dell'originale.
mare dentro (alejandro amenàbar, 2004)
un capolavoro. amenàbar è un grande regista. confrontare apri gli occhi di amenàbar con vanilla sky di cameron crowe.
la patata bollente (steno, 1979)
indecente. non me lo ricordavo così brutto. una macchia imbarazzante nella filmografia di steno - e ho detto tutto. se il senso del film, quello diciamo per i pochi, stava nella critica al sentire omofobico ben integrato nel pensiero unico del partito comunista italiano, diciamo che si poteva fare decisamente di meglio. se si trattava di sfruttare la verve comica di pozzetto, pure. per le belle tette della fenech, ogni occasione è buona.
domenica 1 luglio 2012
il mago houdini e altri film che ho rivisto oggi
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lunedì 25 giugno 2012
morto, e morto ancora
sei partito dal paese e hai lasciato tutto. per te era
niente. era la povertà. non c’erano scarpe, non c’erano cure, non c’era tanto
da mangiare.
sei andato a scavare sotto terra, all’inferno. respiravi la polvere, al
buio, in una fornace, ogni giorno. giorni senza sole, senza cielo.
ha comprato il tuo paese, quei muretti bassi a secco, quella piazzetta assolata, quegli ulivi, quel ruscello, quelle chiacchiere fuori dal bar, quell’asinello, quel mulino. li ha comprati, e li ha distrutti.
e io non riesco a non pensare che il coso con cui scrivo queste parole toglie risorse da un’altra parte.
e allora, mentre mi scoppia la testa pensando alla tua morte, mentre ti piango e scrivo, so che mentre scrivo, ogni volta che scrivo, e proprio perché scrivo, io uccido qualcuno.
sei morto per me, essere umano sconosciuto, e io ti uccido un’altra volta
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domenica 17 giugno 2012
misurarsi
c'è scritto scoreggiato da pim alla fine di ogni post. perché di questo si tratta.
ho abborracciato alcune critiche cinematografiche, qua e là nel tempo, su questo blog. quando le rileggo, non ho sempre il desiderio di cancellarle vergognandomi di me stesso. solo a volte.
per esempio ho recensito, per dir così, l'ultimo film di moretti. e l'ho fatto da cani. diciamo che sono stato all'altezza dell'opera. avrei potuto recensirlo meglio, ma a questo punto penso di far parlare qualcun altro.
quando si affrontano temi "alti" ci si misura, necessariamente, con chi questi temi ha già toccato.
temo di aver avuto ragione quando ho detto che non è rimasto più molto da dire.
il film è del 1940.
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lunedì 4 giugno 2012
universo Indica
infiniti universi che non ci sono mai stati.
c'è questo. c'è questo mondo qui, con questi mezzi di trasporto, questi corpi, queste facce, questo cibo.
ci sono persone le cui vite hanno un impatto, sul pianeta, diverso da quelle di altri.
sono da tempo persuaso che l'arte, mi si perdoni il termine, sia l'unica variabile indipendente.
credo, a differenza di altri con i quali mi sono confrontato sul punto in passato, che l'uomo sarebbe arrivato comunque a scoprire il fuoco, la ruota, il ferro, l'acciaio, la stampa, la relatività ristretta, internet. magari ci avrebbe messo meno tempo, magari di più. il maggiore o minore tempo sarebbe dipeso dalle vite delle persone che queste scoperte, o conquiste, se tali sono, hanno contribuito a raggiungere.
sempre che non si voglia pensare, come è lecito e piacevole, che stiamo semplicemente vivendo un film, per usare una brutta espressione, ovvero - come dice altri - il tempo non è altro che fette di un salame.
forse se John Lennon e Paul McCartney non si fossero mai incontrati non potremmo ascoltare ticket to ride. forse qualcuno l'avrebbe scritta comunque, prima o poi. così come forse qualcuno avrebbe prima o poi scritto una sinfonia in re minore, che potrebbe chiamarsi ventiduesima, anziché nona.
immagina il più grande gruppo pop della storia. l'unico gruppo pop, senza discussioni, che radicalmente stravolse, con la sua musica, con la sua arte, la cultura, in tutto il mondo.
immagina il gruppo che poteva permettersi di contare tra i suoi membri i due più grandi cantanti e compositori della storia della musica popolare e un terzo cantautore in grado di scrivere quella che secondo molti è la più bella canzone d'amore di tutti i tempi, oltre ad altre preziose gemme.
immagina il più grande idolo pagano del ventesimo secolo. un uomo le cui parole erano venerate da miliardi di persone e lo sarebbero state per sempre.
quest'uomo, nel novembre del 1966, andò con un amico alla galleria d'arte Indica, a Londra, dove erano esposte alcune opere di una certa giapponese. magari se non ci fosse andato, sarebbe rimasto a casa. magari sarebbe uscito più tardi e un'auto l'avrebbe investito, uccidendolo sul colpo. magari sarebbe andato a ballare e avrebbe conosciuto un'altra donna. dice la nostra storia che invece egli andò proprio all'Indica e che là conobbe la giapponese.
questa giapponese qui:
anche lei, purtroppo, ha avuto un impatto devastante sul mondo.
in un film una donna dice che la mamma di hitler cercò di abortire, ma non vi riuscì.
infiniti universi. infinite alternative.
quella che ci è dato conoscere è questa.
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sabato 2 giugno 2012
il pallone
sì, certo, è per i soldi. anche.
ma non solo per i soldi.
è aspettare finchè non arriva il momento, perchè prima o poi arriva. ed è in quel momento che devi essere veramente bravo. ti stanno guardando decine, centinaia di migliaia di persone. altre migliaia ti rivedranno, con la moviola e tutte le telecamere. ma se sei bravo, non se ne accorge nessuno. è come un gioco di prestigio, ma nessuno sa che sei tu il prestigiatore. è quello, il motivo vero. essere il prestigiatore. piegarsi un momento prima, appena una frazione di secondo, sapendo che la palla la tirerà proprio lì, e se sei bravo, diranno che è stato un tiro imparabile, che il portiere non poteva arrivarci. aspettare un secondo di troppo. partire appena un secondo dopo. a volte è aspettare, a volte è anticipare. devi essere molto bravo. devi sapere chi hai di fronte, con quale piede tira, da che parte rientra, come gli piace calciare, devi conoscere il gioco. devi conoscere tutto. gli avversari, i tuoi compagni, l'arbirtro, i guardalinee, il quarto uomo. devi avere tutta la situazione sotto controllo. e quando ce l'hai, è tutto sotto il tuo controllo. decidi tu se e cosa. è una sensazione fantastica. è per quello, che lo fai, non per i soldi. è sapere, solo tu, tra milioni di persone, che può essere uno a zero, o uno a uno. e sei tu, in quel secondo, che decidi. e milioni di persone, le loro urla, le loro disperazioni, i loro orgasmi, dipendono da te. devi decidere in un attimo. può essere su un calcio d'angolo. può essere su un passaggio indietro. può essere un'azione qualunque. il tuo compagno è piazzato male. un altro è in ritardo. leggi la situazione. e decidi. adesso. quando riesce, è una sensazione impagabile. ti senti come un dio. tutti corrono, tutti si sbattono, le incazzature in campo, le bestemmie, gli insulti, le botte. un teatro di burattini. e i fili li hai in mano tu.
magari te ne arriva una sola, di palla buona, e devi sapere cosa farci. magari è troppo bella per esssere sprecata. magari è talmente difficile che godresti di più a buttarla dentro, e sentire i tifosi che impazziscono. è difficile scegliere. se te ne arrivano tante, è bello perchè puoi sbizzarrirti. e poi è bello il rischio. magari sei al 75° e quelli non hanno ancora segnato, e i tuoi compagni non ti aiutano. poi ti capita la palla perfetta, non troppo facile, non troppo difficile. lo vedi lì, davanti a te, che cerca di prenderti il tempo, di stringerti l'angolo. fuori, fuori di pochissimo. oppure, gli fai fare bella figura. una figata pazzesca. l'attaccante li sbaglia, i gol. è normale. devi saper sbagliare quello giusto. è una questione di tocco. non lo saprà mai nessuno, tranne te. e questo segreto ti arricchisce.
gli allenamenti sono una rottura di coglioni. gli allenatori per la maggior parte sono dei deficienti. se la tirano, ma non capiscono niente. sono insicuri, e fanno la voce grossa. sono quasi sempre dei giocatori mancati, frustrati. fanno i duri perchè pensano così di farsi rispettare. c'è quello che la mette sull'amicizia. sul gruppo. quello che non vuole fare il capo ma il fratello maggiore. quello che parla con tutti, che fa finta di ascoltare. vuole essere seguito come il capo scout. c'è quello che non parla con nessuno. c'è il timido, che non sa mai dire le cose nel modo giusto, c'è quello che non si capisce quando parla. c'è l'idiota, quello che i giocatori gli ridono dietro appena si volta. poi ci sono i giornalisti, con le loro domande del cazzo, sempre uguali. e tu che devi dire sempre le stesse cose. una manfrina insopportabile. tu vorresti dirgli io a quello gli taglierei le gomme della macchina, quell'altro ha preso a sberle il suo compagno perchè gli ha tampinato la donna. l'altro si fa di coca e se ne fotte. in spogliatoio si litiga sempre. gli amici veri sono pochi. ai giocatori non gliene frega un cazzo. si rompono i coglioni ad allenarsi, a parlare, ad andare a inaugurare i club di quartiere, a presenziare alle cerimonie, alle iniziative benefiche che non sanno neanche cosa sono, a fare le ospitate anche se ben pagate, a parlare dopo la partita. si rompono i coglioni a fare tutto quello che ha a che fare con il calcio, da salire sul pullman, a portare la borsa, a cambiarsi, a correre. alcuni si divertono a menare. alcuni non vedono l'ora di uscire dal campo per andare a farsi i cazzi loro, trombare, andare in giro in macchina, fare casino, bere. non c'è sempre la champions league, con la musichetta e un po' di emozione. la maggior parte dell'anno ti rompi il cazzo. giocare d'inverno è un disastro. fa un freddo cane. i campi fanno pena, come quelli su cui avevi cominciato da bambino, fango e pioggia. d'estate si muore di caldo e correre è più pesante. se giochi male, finisce che giochi meno, se giochi meno o giochi male rischi prima o poi di prendere meno soldi. in società non sono mica scemi. anche loro vanno a soldi. come i procuratori, delle jene. tra loro e i dirigenti, non se ne salva uno. campano sui giocatori, sono dei parassiti, in giacca e cravatta. per loro il calcio è solo un sistema, un baraccone. se prendono la gallina dalle uova d'oro, è fatta. vanno alle cene, dirigenti, giocatori, ex arbitri, procuratori, gente del giro. gente che ci vuole entrare, gente che ha paura di uscirne. tante cazzate, una marea di bugie. tutti mentono su tutto. non ti fidi di nessuno.
due o tre partite giocate bene. quelle giuste. se ti va bene, se non sei infortunato e le imbrocchi, sei a posto. ognuno trova il suo sistema per tirare a campare.
quelli veramente bravi sono quelli che la partita che vedono loro, la vedono solo loro, perchè solo loro sanno esattamente quello che succederà, quando succederà, e come.
tutto il mondo guarda una partita di calcio, ma la partita che tutto il mondo vede, vedrà, non esiste. non è mai esistita.
ne è esistita un'altra, custodita nel silenzio.
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lunedì 21 maggio 2012
the tree of life
magnifico, straordinario nella illuminazione della vita. le parole, i versi, i gesti. una famiglia, tutte le famiglie, tutte le vite, dalla prima fino all'ultima.
emozionante, nonostante l'effetto speciale, la genesi.
per quanto mi riguarda, non mi sono piaciuti né la spiaggia, né il varco.
era in concorso lo scorso anno a cannes, e vinse la palma d'oro. a contendergliela, tra i big, c'era habemus papam. stiamo parlando di due arti diverse.
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comme d'habitude
eliminare le abitudini.
quegli stronzi che dicono io se non prendo il caffè la mattina non riesco a svegliarmi.
secondo me prendono il caffè per poter dire questa stronzata.
il che mi porta immediatamente a pensare che la maggior parte della gente fa le cose solo per poter dire di averle fatte. il bungee jumping, la coca, la cosa a tre, il furto, la vacanza col brivido, dormire col pigiama e le mutande, passeggiare soli per bari vecchia in piena notte, visitare l'australia.
l'orgoglio delle proprie abitudini, l'orgoglio delle proprie esperienze. aggrapparsi alle abitudini. non solo per paura. della morte, del vuoto, del domani, dell'incerto. per il gusto di aggrapparsi. come alla tetta. la tetta non tradisce.
le persone dovrebbero vivere in isolamento. ognuno, per un mese, in una cella di rigore.
non è vero che le persone sole sono abitudinarie. ci sono persone non sole abitudinarie, e persone sole non abitudinarie, le persone abitudinarie, sole e non sole, lo sono perché intorno a loro ci sono le altre persone. se fossero sole, veramente sole, cioè senza nessun altro essere umano, non lo sarebbero mai. è un modo di difendersi. chi sta male, diventa abitudinario. lo capisco. è un sistema che funziona, come andare alle riunioni degli AA. intanto ci vai. poi si vede. funziona.
se uno vive da solo sull'isola deserta del cazzo, sai cosa gliene frega delle abitudini. un giorno si alza a mezzogiorno, il giorno dopo alle sei del pomeriggio. un giorno mangia, un altro giorno no. e vaffanculo. non hai bisogno delle abitudini, non devi difenderti da nessuno.
invece qui si santifica la consuetudine. il grande usbergo. non sto dicendo che non ha senso in senso generale; riconosco un senso per esempio per colui per il quale la vita non ha senso e per il quale quindi immolarsi al rito, qualsiasi esso sia, assume un bagliore di significato. andare dietro a un'altra formica. seguire le altre formiche. seguire le tartarughe, i pinguini, le oche. recitare il rosario.
per tutti gli altri, ovvero per tutti quelli per i quali il rito sembra, sembra loro, anzi vogliono che sembri loro, avere un senso in sé e per sé, o vogliono far credere che l'abbia, suggerisco l'isolamento coatto. è per il tuo bene.
da domani non esiste più il caffè.
milioni di persone non riescono a svegliarsi la mattina.
milioni di stronzi in meno in giro.
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venerdì 18 maggio 2012
17 maggio 1972
gli eroi muoiono presto
molti altri continuano a firmare.
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martedì 15 maggio 2012
finalmente ho capito
ho avuto un'appercezione.
appena aperti gli occhi stamattina ho capito. e come sempre quando capisci una cosa, è di una chiarezza cristallina, e ti stupisci di come fosse possibile non vederla prima. un po' come quando la tua donna ti fa le corna.
sta arrivando gengis khan: l'unico modo per provare a non soccombere è una grande nazione unita, povera di mezzi privati. un popolo omogeneo, malleabile e debole. un territorio vasto. risorse.
non importava il come. non avrebbero più potuto farla con le bombe.
c'era un solo sistema per riuscire nell'impresa.
l'euro.
l'euro è stato inventato per distruggere le economie dei singoli stati e creare la grande europa. che è quello che è sempre stata, dal I secolo a.c. in poi: un impero.
ha cominciato la grecia, presto arriveranno spagna e portogallo, poi l'italia, poi tutti gli altri.
non saremo soli. saremo più poveri ma più forti.
stiamo sereni.
non prevalebunt.
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giovedì 3 maggio 2012
I'm against (touchscreen)
leggo che l'azienda canadese Rim, produttrice del Blackberry, ha lasciato in Borsa il 75% del suo valore e ha perso il 21% delle quote di
mercato solo nell'ultimo trimestre, accumulando perdite per 125 milioni di
dollari. per cercare di fermare l'emorragia, entro fine anno verrà lanciato il nuovo sistema operativo, che al posto della tastiera si affiderà al cosiddetto touchscreen.
ma io dico che il touchscreen è una grande boiata.
e lo dico perché io sono l'uomo medio. mi piacciono le cose che piacciono alla maggior parte delle persone. ho il gusto della massa. allo stesso modo, se una cosa non mi piace, mi sento di dire che non piace ai più (con l'eccezione, forse, di un cantautore di Correggio).
e quindi siccome il touchscreen non mi piace, so che non piace alla maggior parte delle persone. tra un po' tutti si renderanno conto che è una schifezza di sistema (oltre che un gesto rozzo e sciocco) quello delle ditate bisunte sullo schermo, in confronto con la nobiltà e la pulizia della pressione sui tasti. e quando se ne accorgeranno, tutti torneranno a desiderare la cara, buona, vecchia tastiera.
tieni duro, Rim. torneranno.
P.S. quando inventarono le videocassette, la cui più grandiosa conseguenza fu l'esplosione dell'industria pornografica, c'erano tre sistemi: il VHS, di americani e tedeschi, il Betamax, della Sony, e il Video2000, della Philips. Gli olandesi credevano nella forza del destino, avendo inventato qualche anno prima la mitica musicassetta, ma mollarono presto il colpo, anche se il sistema era buono, perché dovettero soccombere allo strapotere dei colossi. I giapponesi, che erano arrivati primi in ordine di tempo, resistettero per un po', ma il prestigio del brand non poté nulla contro le dure leggi del mercato, invaso da JVC, Telefunken, CGE e Grundig. Il mercato impose dunque le sue regole, e restò solo il VHS, che peraltro io tuttora venero.
Qualche tempo dopo, Steve Jobs decise di non licenziare il suo sistema operativo, perché voleva che fosse installato solo sui suoi Macintosh, con lo schermo da nove pollici in bianco e nero. Così Bill Gates si pappò la torta.
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martedì 24 aprile 2012
la dentona, la vecchia, la moglie di A.P., l'aquilotto e borrellino
la dentona la chiamiamo così perché ha i denti grossi e sporgenti. è brutta anche nel resto, e pure senza tette. è alta e sgraziata, e non molto simpatica, almeno col pubblico. però a U. le dentone piacciono. secondo me c'è questa commistione paura - desiderio di evirazione. è nota la mitologia della mandibola.
la vecchia deve il suo soprannome all'età. in realtà non è poi tanto vecchia, cioè avrà un sessant'anni, ma è molto più vecchia dei suoi colleghi. per quello è la vecchia. più o meno, forse per anzianità nel grado, comanda lei l'ufficio. è gentile, come può essere gentile una signora di sessant'anni che fa lo stesso lavoro da 40 chiusa in un ufficio.
la moglie di A.P. (che è un nostro amico e quindi ne scriviamo solo le iniziali) in realtà non lo è. le somiglia molto però. almeno secondo me, perché U. non l'ha mai vista, la vera moglie. è una che porta a casa lo stipendio senza grandi slanci, il classico impiegato comunale, placidamente intorpidito dalla burocrazia, un sonnambulo del cartellino. l'ironia le fa discretamente difetto.
l'aquilotto dovrebbe avere un altro soprannome perché ha sì un naso un po' a becco, ma non così tanto. è una figura a metà: un po' vicaria della vecchia (anche se dovrebbe essere solo la terza, in ordine gerarchico, ma si vede che è ambiziosa), un po' fuggevole. le piace far rispettare il silenzio all'interno della biblioteca. ciò tuttavia non basta a far destare curiosità antropologiche.
e infine borrellino, che di borrellino ha i baffi, la magrezza e basta. è abbastanza simpatico, ogni tanto si prova a sorridere. è diligente e ordinato. non ha ancora sentito che U. quando lo saluta lo chiama borrellino.
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domenica 22 aprile 2012
the hours
un capolavoro.
è chiaro che le persone sono libri, e i libri, persone. ci può toccare un personaggio oscuro, un brutto film, ma è quello che è. il destino avrà per noi almeno una buona battuta, una bella uscita di scena, una caduta rovinosa, una torta in faccia.
bello è essere libri. guardare in faccia la vita, conoscerla, amarla per quello che è, e alla fine, metterla da parte.
restano i momenti. e la felicità è il momento prima.
"To look life in the face. Always to look life in the face and to know it for what it is. At last to know it. To love it for what it is, and then, to put it away. Always the years between us. Always the years. Always the love. Always the hours."
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mercoledì 18 aprile 2012
povero nanni
ho visto il film habemus papam.
penoso il soggetto e il suo sviluppo
inesistente la regia (ma questo lo sapevamo)
ridicola la sceneggiatura (c'è, a peggiorare le cose, la mano di francesco piccolo)
peggio del solito la recitazione di moretti e della buy
pessima la fotografia
piccoli è bravo. ma piccoli è piccoli.
muore il papa. si riunisce il conclave. il nuovo papa, al momento di palesarsi sul balcone, ha una crisi e lascia suorine e papaboys in palpitante attesa. la procedura non si perfeziona. viene consultato un medico, che esclude malattie del corpo. viene chiamato il principe degli psicanalisti. dopo una prima seduta col paziente al cospetto dei cardinali, il papa con un guizzo (e una citazione di moretti che si cita addosso) si dilegua. vaga per roma in abiti borghesi. prende il bus. il cappuccino. consulta la exmoglie del principe, che gli somministra la sua diagnosi preferita (deficit da accudimento). nel frattempo i cardinali nascondono la fuga del papa e il principe è loro ostaggio, non potendo avere rapporti con l'esterno. il principe organizza un torneo di pallavolo tra cardinali, per macroaree di provenienza. i cardinali si divertono, le tuniche svolazzanti. il papa viene beccato mentre assiste a una rappresentazione di cechov, i cardinali penetrano in massa nel teatro e se lo portano via. a quel punto è costretto a rivestirsi da papa e presentarsi al balcone. alla folla commossa che lo vuole finalmente acclamare confessa di non sentirsi in grado di ricoprire il ruolo, e con queste parole si congeda. fine del film.
nanni moretti è toccato dalla grazia. qualsiasi cosa faccia è un evento. ogni suo film scatena discussioni, dibattiti, forum, speciali radiotelevisivi. quando esce un suo film l'italia non riesce a parlare d'altro. è lui la cultura italiana. ogni sua parola ha, a un dipresso, il crisma dell'evangelo. ogni sua parola è un concentrato di pensieri sublimi, mordaci, impertinenti, solenni. una parola che ne contiene cento, mille. nanni è l'eletto del cinema italiano. nemmeno antonioni ebbe questa sorte. ci prova ozpetek a imitarlo, e infatti consegue ottimi risultati, con il suo cinema di merda.
come si muove nanni, come parla nanni, come nuota nanni, come canta nanni, come ride nanni, come castiga nanni, come allude nanni, come conosce la storia del partito nanni, come s'indigna nanni, come calcia il pallone nanni. nessuno come lui.
ma il cinema di nanni è un cinema che più povero non si può. povero di mezzi, anche quando i mezzi ci sono. povero di tecnica, irrimediabilmente avviluppato nella nannitudine, sempre più clone di se stesso, sempre più al limite tra la farsa e lo sbadiglione. i personaggi principali sono un abbozzo, lasciato alla simpatia del pubblico (il papa è in crisi ma la sceneggiatura questa crisi la trascura completamente; lo psicanalista, ateo, si burla dei cardinali come il buffone di corte col sovrano (in realtà il vero "papa" è lui, è lui che dà ordini, è lui che impone le sue regole ai poveri prelati senza guida, talmente spersi da accettarle di buon grado; ed è il papa anche per lo spettatore - diafana la figura dell'eletto, carnosissima la sua); la exmoglie è una specie di fatina buona dell'ovest, idiota e insulsa); patetiche le caricature (l'attore cechoviano, i cardinali australiani).
nanni non sa fare il regista. non sa fare niente. non sa scrivere, non sa recitare, non sa emozionare, non sa mostrare. sa(peva) fare ridere. ma una volta finito il serbatoio delle nannate (la nutella, le scarpe, le regole, il partito, l'onestà intellettuale, il rigore morale, l'asse roma-milano) può solo mettere in moto la sua squadra di cialtroni sperando di darla a bere.
il bello è che ogni volta ci riesce.
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sabato 14 aprile 2012
piccolo e moderno
essere soli. sentirsi soli. avere voglia di star soli.
il cinema è finito. la letteratura è finita. la musica è finita. l'arte è finita. raccontarsi davanti a un computer.
questa cosa la voglio scrivere da tempo: l'unico libro che nessuno dovrebbe leggere mai è il diario del proprio padre.
il moderno è il piccolo. la ricerca del consenso. far ridere richiamando le normali disavventure del quotidiano, in cui ognuno si imbatte e si ritrova. il pensiero dell'uomo comune davanti a una situazione comune. captare la sensibilità dei tutti. tutti si soffiano il naso, vanno al supermercato, guardano la tv, si puliscono il sedere, conoscono il traffico, pestano la cacca, partecipano a cerimonie. tutti si riconoscono. far piangere raccontando i dolori di una ragazzina, le angosce di una donna separata, il lacerante dramma dell'abbandono, dello stupro, del sentirsi diversi, sbagliati, rifiutati, la lunga, dolorosa marcia verso l'accettazione di sè, e un bel mattino poter scostare le tende e vedere finalmente il sole, e fare colazione con la brioche, la meritata, fragrante brioche, dopo tanto patire, e prendersi cura di se stessi, accarezzarsi i piedi, prima così difficili da digerire, come quelle cicatrici, nel corpo e nell'anima. si percorre, si percorre il cammino, con fatica, per vedere la fine del tunnel, ritrovare l'amore, ritrovare la madre, ritrovare i figli, ritrovare la casa in cui si è cresciuti, imparare dagli altri, ascoltare, superare, costruire, cadere in basso e poi rialzarsi, crescere una famiglia portando in grembo il gravoso segreto, amare recando il pesante fardello, espiare, distruggere per trovare il senso pieno, lasciarsi andare, non giudicare più, imbattersi, credere nel destino, nei suoi lazzi e nelle nostre possibilità, ribaltare, conservare, accettare, scoprire, riscoprire. tornare bambini, recuperare lo stupore infantile, l'emozione della prima volta. le storie parallele. il vecchio racconta. il caso racconta. il mostro racconta.
perchè non sarò mai un regista. perché trovo insostenibile l'obbligo di dover arredare una scena. scegliere i libri che occupano lo scaffale, il colore del divano, la lampada, le pareti. un lavoro terribile. e non lo puoi fare fare a un altro, anche se non sei von sternberg.
la letteratura moderna sta in qualsiasi riga di 140 battute.
cosa puoi mettere sul pentagramma dopo monteverdi, corelli, vivaldi, bach, beethoven? e dopo i beatles?
una volta che c'è stato giotto, e velasquez, e van gogh, cosa puoi dipingere? niente. scagli la latta per terra. e qualche stronzo ti dice pure bravo. e dopo che hai fatto questo? monti delle impalcature di cartapesta e ci inchiodi foto di mucche colorate. e di nuovo qualcuno ti dice bravo. e poi.
puoi scrivere qualcosa dopo omero, dopo dante, dopo shakespeare, dopo dostoevskij, dopo borges? puoi scrivere infinite jest, ma poi, per forza, ti uccidi.
puoi fare un film dopo quarto potere, dopo orizzonti di gloria, dopo il testamento del dottor cordelier? puoi fare harry ti presento sally, la sottile linea rossa e pulp fiction, la cui sceneggiatura è la vetta degli ultimi 20 anni, così come bianca è il miglior film italiano degli ultimi trenta. voglio che tutti vedano i miei capezzoli. che cataloghino i miei nei. voglio che si parli del packaging della coca-cola. voglio scrivere una sceneggiatura in cui i protagonisti discutono se sia meglio la lattina da 33 cl nella forma snella o in quella tradizionale, voglio che ci si interroghi sulla scomparsa delle bottigliette di vetro, e sul perchè qualcuno ha deciso che la dose giusta per una buona bevuta dissetante deve consistere in 33 cl di liquido, e non 40, o 30. e da lì, al pacchetto di sigarette. perchè 20? perchè quasi tutti i fumatori fumano 20 sigarette al giorno? se il pacchetto fosse da 18, quante ne fumerebbero? voglio che si discuta sul fatto che simon le bon e tony hadley sono stati, seppur incarnando un tipo diverso di mascolinità, due sex symbol degli anni '80. che qualcuno introduca il concetto di john taylor, di steve norman e dei fratelli kemp. e di lì si scateni una baruffa intorno alle immense differenze che corrono tra i boyzone, i five, i new kids on the block, i backstreet boys, gli n'sync e i take that, senza risparmiare qualche pepata citazione.
voglio che si parli del fatto che gli attori dei film porno sono di bassa statura, così risaltano le forme. voglio intervistare rocco siffredi e chiedegli rocco, quando vieni in faccia a una delle tue attrici, cosa provi? cos'è, per te, l'eiaculazione? cosa rappresenta? è un simbolo di qualcosa? la donna della situazione, quando sta per ricevere il tuo succo, secondo te, in che situazione psicologica è? speranzosa? spaventata? insicura? come ti piace venire? in bocca, sugli occhi, sui capelli, sul naso, sulle tette? se l'attrice non vuole ingoiare, tu la forzi? cerchi di convincerla? quali strategie usi? è vero che alle tue partner riesci a far fare tutto ciò che vuoi? esistono donne frigide o solo maschi incapaci? pensi, facendo il tuo lavoro, di conoscere le donne? non credi di avere una visione quanto meno parziale della femminilità? pensi che avere il cazzo grosso e sapere che le donne lo sanno ti configuri come una sorta di oggetto curioso, da scoprire? pensi che quando una donna apparentemente distaccata ti sta intervistando o semplicemente sta scambiando due parole con te in realtà sta pensando al tuo uccello e sotto sotto vorrebbe provarlo? parlando onestamente, quando concedi un'intervista a una donna e fai le tue battute allusive e vedi che lei magari non risponde ma capisce, questo fatto conferma la tua considerazione di te stesso come uomo e come maschio? pensi di riuscire, a prescindere dalle dimensioni del tuo pene, a sedurre una donna che non verrebbe mai a letto con un pornoattore? dopo tanti anni, sei ancora convinto che le donne, tutte le donne, vogliano solo essere prese a schiaffi? pensi che la pornografia sia peggiorata col tempo?
il senso dello spazio nella città di oggi. interroghiamo gli architetti. l'uomo e la dimensione urbana. interroghiamo gli avvocati. la verità processuale e la verità sostanziale. la difficile missione dell'uomo di legge. il problema etico. il sacrosanto diritto di sciopero. il rispetto del codice deontologico. la revisione delle tariffe. liberalizzazioni sì, corporativismo no. il sacrosanto diritto di difesa. interroghiamo i magistrati. cosa l'ha spinta a scrivere questo romanzo? il poliziotto protagonista si rifà a qualche persona conosciuta dal vero? e l'avvocato? pensa di scriverne altri? l'esposizione mediatica la spaventa? pensa che sia dovere di un magistrato quello di esporsi e finanche di sovraesporsi quando la necessità lo richiede? pensa di candidarsi alle prossime elezioni?
lei che è prete, cosa ne pensa di questo scandalo della pedofilia? è vero che le chiese sono sempre più vuote? è vero che riscontrate una diminuzione delle vocazioni? sarebbe d'accordo su una riforma che prevedesse l'abolizione della promessa di castità? non sarebbe meglio se anche voi preti cattolici trovaste uno sfogo, all'interno per esempio di un regolare rapporto coniugale, a quello che tutto sommato è un bisogno fisiologico e comunque anche un atto d'amore? non è che stare tutto il tempo senza sfogarsi naturalmente crei alla lunga delle frustrazioni o peggio delle nevrosi che possono sfociare in comportamenti disordinati?
secondo lei, che è psicologo, perchè vince sempre il lato oscuro della forza?
scoreggiato da
pim
alle ore
03:55
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